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21 Giugno 2015, solstizio d’estate: ennesimo massacro di cani al Festival di Yulin, nel sud della Cina. Le proteste dell’intera società occidentale non sono riuscite nemmeno quest’anno a salvare dal loro destino i circa diecimila cani serviti come pietanze prelibate nei ristoranti locali. E l’indignazione per l’accaduto ha dato sfoggio sui giornali a slanci di compassione animalista ammirevoli, che però hanno fatto sorridere i più navigati e smaliziati tra gli animalisti, quelli veri s’intende…

Con che diritto infatti c’indigniamo contro chi cuoce cani e gatti quando siamo i primi a riservare lo stesso trattamento a maiali, galline, oche, conigli e chi più ne ha più ne metta?

Tutti vorremmo che fossero impediti i massacri di cani in Cina. Solo che bisognerebbe attaccare la spina prima di usare il cervello: e rendersi conto che la crudeltà verso gli animali è una realtà che, mutatis mutandis, si invera ogni giorno in tutto il mondo… Occidente compreso, visto che negli Stati Uniti ogni minuto vengono macellati 19.000 animali: una cifra che dovrebbe far girare la testa a chi è turbato dai soli, si fa per dire, 10000 cani uccisi a Yulin. E invece?

E invece è stato scritto su alcuni “autorevoli” giornali che ciò che accade in Cina è un’altra storia. Perché in Cina non esistono allevamenti di cani su larga scala, e l’assenza di tali allevamenti controllati comporta il rischio di diffusione della rabbia tra gli uomini. Inoltre, continuano, c’è da dire che per la maggior parte dei cani uccisi, si tratta di randagi catturati per strada o sottratti ai legittimi proprietari. Che infine l’assenza di regolamentazioni commerciali favorisce la diffusione della criminalità.

Embè? …Non si stava parlando di massacri, crudeltà, trattamenti inumani, uccisioni a scopo alimentare? Non stavamo prendendo le parti di quei disgraziati cani? O avevo capito male e di quei cani non ce ne frega niente e siamo invece preoccupati di non contrarre la rabbia o di non venire rapinati agli angoli delle strade? O forse a urtare la nostra sensibilità è il fatto che quegli animali siano sottratti alla loro libertà di randagi o all’affetto del proprio padrone? Quest’ultima è una cosa senz’altro crudele. Ma non lo è ugualmente il generare una vita destinata a condurre l’intera esistenza in una gabbia, senza mai conoscere il piacere della libertà, con l’unico scopo di essere uccisa per dilettare i nostri palati raffinati?

Giunge alle orecchie un rumore stridulo e fastidioso, un rumore di unghie che si arrampicano inutilmente su specchi orma stanchi di essere sciupati. E se ne incontra di scalatori del genere, a cui però vorremo fare la cortesia di ripetere le belle parole di Gesù, in un passo che non andrebbe mai dimenticato del Nuovo Testamento:

“Come puoi dire a tuo fratello: ‘Fratello, lascia che io tolga la pagliuzza che hai nell’occhio’, mentre tu stesso non vedi la trave che è nell’occhio tuo? Ipocrita, togli prima dall’occhio tuo la trave, e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello.”

Milù, la mia gatta, è un animale spietato. Non starò a descrivere i raccapriccianti doni che mi sono stati offerti in questi mesi davanti alla porta di casa da quell’essere senza Dio; confido che la vostra immaginazione, tanto più se avete avuto a che fare con quella disgraziata famiglia dei felini, saprà indicarvi la direzione giusta. Quella stessa creatura, in tenera età, era stata attaccata da un testardo esemplare di Bull Terrier e, quando l’avevo vista per la prima volta, aveva tutta l’aria di essere più di là che di qua… Non so se mi spiego. Ma, evidentemente, l’esperienza non aveva acceso in lei nessuna consapevolezza. Né il folclore di mio zio che la rincorre periodicamente per distoglierla dal suo malefico proposito può insegnarle in alcun modo il rispetto per gli altri esseri viventi. Certamente non così, visto che l’unico pensiero che può passarle per la testa in quel momento è che l’uomo che la insegue vuole, molto banalmente, rubarle la preda che ha tra le fauci. L’intento educativo le sfugge interamente.

È così che infatti educhiamo i figli e gli animali domestici: dissuadendoli dal torturare o uccidere altri animali. Ciò che facciamo è imporre il bene, impedendo loro in primo luogo di compiere il male: primum non nocere. E uno dei motivi per cui consideriamo la nostra specie superiore è proprio la capacità di conoscere il bene.

Poi però capita che se interroghiamo qualcuno sulle ragioni del suo mangiare carne, quello tira fuori il caso di coccodrilli, leoni, tigri e tutto uno zoo di creature carnivore che dovrebbero fornire l’esempio e la regola di come si sta al mondo… Piano!
Non ci si era appena messi dalla parte di chi insegna dall’alto di una cattedra? E cosa ci facciamo ora dal lato opposto a cercare di carpire, come scolaretti attenti, i segreti della natura matrigna dai cacciatori di tutto il creato?

L’uomo è diverso perché può scegliere coscientemente. Ed è migliore –  se proprio vuol dirsi migliore –  solo se sceglie coscientemente per il bene. È allora paradossale giustificare il proprio dominio sulle altre creature prendendo come regola la natura animale. Significa rinunciare all’unica cosa che potrebbe rendere legittimo il nostro dominio.

Infatti chi comanda ne ha il diritto solo se lo fa secondo giustizia e in vista del bene. E può agire in questo modo solo se possiede la coscienza del bene. I casi allora sono due: o tutti gli animali possiedono questa coscienza oppure la possiede l’uomo in esclusiva. Nel primo caso l’uomo non ha diritto di dominare sulle altre specie per il semplice fatto che non è migliore rispetto a quelle. Nel secondo caso, se comunque fa stabilire agli animali le regole della condotta, significa che  sta ignorando deliberatamente quella coscienza. In entrambe le eventualità viene meno la duplice ragione per cui l’uomo avrebbe il diritto al comando: il fatto di (1)  essere il solo ad avere coscienza del bene e di (2) decidere consapevolmente di guidare il suo gruppo in vista di quel bene, e non in modo casuale o in vista del male.

Vengono qui in mente le parole di Ulisse ai suoi compagni di viaggio:

“O frati,” dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.

Con la raccolta di più di un milione di firme, l’iniziativa “Stop Vivisection” s’è guadagnata il diritto di far sentire la sua voce al parlamento europeo. Le argomentazioni dell’11 Maggio contro la sperimentazione animale non sono però state convincenti e il premio Nobel Françoise Barré-Sinoussi ha avuto gioco facile, in quell’occasione, a elencare i successi che nel campo medico si sono ottenuti attraverso esperimenti condotti su animali. Il flop di Stop Vivisection sembra aver ridotto l’iniziativa animalista al silenzio, mentre nelle pagine social pro sperimentazione il giubilo impazza.

Non è però chiaro il motivo per cui il pronunciamento della comunità scientifica dovrebbe avere un qualche effetto sull’istanza animalista, che non si propone di dimostrare l’inutilità della sperimentazione animale per la ricerca, ma sostiene che nessun progresso scientifico può giustificare il sacrificio animale nei termini in cui viene perpetrato. Si tratta, prima che di una prospettiva scientifica, di una alternativa morale fondamentale.

Come sostiene Tom Regan, per l’etica animalista l’argomento dei benefici che vengono dalla sperimentazione su cavie animali “non ha assolutamente alcuna rilevanza nel dibattito sui diritti animali. Tutto quello che potrebbe dimostrare è che la vivisezione di animali non umani porta a benefici per gli esseri umani. Quello che non può dimostrare è che vivisezionare gli animali per questo scopo sia moralmente giustificato”.

I pro sperimentazione animale ritengono però che questo atteggiamento sia egoisticamente legato a un sentimentalismo eccessivo verso gli animali. Dovremmo, a parer loro, essere più razionali e non fare la figura dei sentimentaloni che vanno in brodo di giuggiole sotto lo sguardo dolce di un topolino indifeso. Per loro se sacrifico 100 per salvare 1000 ho un guadagno e dunque sono moralmente giustificato al sacrificio. Basta produrre un calcolo costi-benefici per arrivare a decidere se conviene continuare a sperimentare sugli animali o meno. Basta un po’ di matematica in poche parole… Ma è davvero tutta razionalità quella che luccica?

Cominciamo col dire che non è sufficiente il calcolo del numero delle vittime e dei beneficiari, e che è necessario aggiungere la variabile “coefficiente di valore di ciascuna vita”. Poniamo, per esempio che un esperimento sacrifichi 10 cani per salvare 9 uomini. I sacrifici canini sarebbero maggiori di quelli umani e pertanto, se contiamo solo il numero di vittime contro quello dei beneficiari, l’esperimento non vale la pena di essere condotto. Per giustificare che l’esperimento è buono bisogna dare a ogni vita un valore differente.

Così possiamo decidere, per esempio, che la vita di un uomo vale 1, mentre quella di un cane la metà, 0,5. In questo modo abbiamo 5 punti dal lato della perdita di cani e 9 punti da quello del guadagno di vite umane. Ma su che basi decidiamo coefficienti di valore per ciascuna vita? E i criteri con cui attribuiamo questi valori non rischiano di essere soggettivi? E come sarebbero fatti dei criteri oggettivi in questo caso? Se pensavamo di fuggire all’alea della soggettività con una considerazione matematica, ebbene ci troviamo invece di nuovo nell’ambito “irrazionale” dei valori.

L’utilitarista pro sperimentazione si basa anche lui, insomma, su una valutazione “non razionale”; e di fatto considera il valore di una vita animale come tendente allo zero, in modo che ogni sacrificio animale per salvare una vita umana diventi incommensurabile rispetto al valore della vita che viene salvata. Questa posizione di chi è a favore della sperimentazione animale sarebbe anche coerente se poi, quando si tratta di animali da compagnia, non si assistesse a un dietrofront quanto mai sospetto.

Forse, se non possiamo chiedere una razionalità definitiva nella scelta dei valori, possiamo almeno aspettarci una certa coerenza. Infine in questo ragionamento manca la considerazione della sofferenza fisica e psicologia a cui vengono sottoposti gli animali. La cattività in laboratorio non dev’essere un gioco da ragazzi. Venire intossicati, ustionati, sottoposti a radiazioni e così via, infligge una sofferenza che anche nel calcolo utilitaristico dovrebbe essere presa in considerazione.

Non c’è scorciatoia scientifica allo soluzione del problema dei valori. Che qualcosa sia giusto o meno lo decidiamo noi, singolarmente e liberamente. Nessuna scienza può insegnarcelo. E nessuna scienza ha il diritto di farlo. La parola della comunità scientifica è una goccia in un oceano di coscienze tutte parimenti libere e responsabili. Punto e a capo.

La partita carnivori contro vegetariani è ormai pane quotidiano e il dibattito teso a dare un senso a queste scelte alimentari si fa sempre più acceso. Un recente studio della Lancaster University mette in luce le risposte più comuni date dai carnivori per giustificare il proprio comportamento “non etico”. Il team di studiosi ha identificato 4 tesi particolarmente ricorrenti e le ha sintetizzate nella “regola della 4N”. Consumare carne sarebbe giusto, per la maggioranza dei soggetti, in quanto Natural, Necessary, Normal e Nice. Cosa significano queste quattro risposte? E che valore hanno in ultima analisi? Prendiamole in esame.

Natural (Naturale). Questa tesi dice che l’uomo è carnivoro per natura, e che per questo motivo è moralmente giustificato nutrirsi di carne. L’idea perde tuttavia forza una volta chiarito che ciò che è naturale non coincide con ciò che è giusto. Si pensa troppo spesso alla natura come la fonte indiscussa di ogni morale… Sbagliando. L’uomo infatti da sempre agisce per controllare e contrastare la natura laddove questa non gli faccia comodo; e non lo fa sempre in modo eticamente problematico. Vestirsi, costruire abitazioni, riscaldarsi, curare le malattie, sono tutte cose “contro natura”. Ma nessuno, credo, si sognerebbe di sostenere che si tratti di azioni riprovevoli dal punto di vista etico. Per giustificare il valore morale di una scelta è dunque inutile dire che è così per natura. Sarebbe un po’ come dire che è giusto perché “me l’ha detto la mamma”; e non a caso parliamo di madre natura. La vocazione dell’uomo è però quella alla responsabilità e alla libertà di scegliere anche “contro natura”, laddove lo ritenga giusto.

Necessary (Necessario). Questa tesi sostiene che senza carne non avremmo di che vivere, perché fornisce nutrimenti necessari altrimenti non disponibili. Qui la questione è controversa e la comunità scientifica appare divisa su come stiano le cose. Per questo motivo mi sembra lecito dubitare che il campione preso in esame dal gruppo della Lancaster University sia particolarmente informato, o che conosca uno studio che dà la parola definitiva sulla questione. Tutto ciò che i soggetti fanno è risolvere un problema scientifico a caso, o meglio: a tutto vantaggio delle loro abitudini. Buona idea per mettersi a posto la coscienza, ma nient’altro.

Normal (Normale). L’appello alla normalità è un appello alla tradizione, al fatto di essere cresciuti mangiando carne. Questo però, va da sé, non significa molto. Può essere che uno dica di non essersi mai posto la questione perché è da sempre stata data per scontata dalla tradizione. Bene, questo ha senso. Ma allora non sarebbe forse il momento di farsi qualche domanda? Certo la storia insegna che non è facile andare contro la maggioranza, però la difficoltà non dovrebbe essere un motivo per desistere. Un po’ di coraggio, dai…

Nice (Buona). Si tratta dell’appello all’importanza del gusto e del buon vivere. La questione di fondo è se il mio piacere giustifichi l’uccisione di un essere vivente. E’ un problema di scala di valori. Il carnivoro dovrebbe ammettere che è disposto a uccidere per il suo piacere, ma non tutti sono inclini a vedere la cosa in questi termini. Non a caso quanto viene usato l’argomento del gusto si fa subito riferimento al corollario della debolezza della carne, al “non riesco a farne a meno”. Ecco uno di quei casi in cui la nostra debolezza ci fa comodo: ci permette, ancora una volta, di appellarci all’incapacità di intendere e di volere.