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se niente importa recensione

“Se niente importa”, dello scrittore americano Jonathan Safran Foer,  è ormai un classico della cultura animalista. Si tratta di un’inchiesta sulla crudele realtà dei macelli americani: un libro che è allo stesso tempo un romanzo dell’orrore e un compendio di logica. Esagero? Forse, ma il racconto delle contraddizioni che stanno dietro al cibo che ingeriamo non poteva essere fatto in modo più lucido e insieme più agghiacciante.

se niente importa recensione

La realtà dei macelli non è un’opinione, per quanto spesso la si voglia far passare per tale. E la militante animalista che accompagna l’autore in una visita clandestina a un allevamento di tacchini lo sa bene. Non sa se Foer scriverà pro o contro la sua causa, ma conosce fin troppo bene la potenza della verità. “Io non ti conosco – dice a rivolta a Jonathan – non so che tipo di libro scriverai. Ma se in qualche misura farà conoscere ciò che succede negli allevamenti intensivi, sarà solo positivo. In questo caso la verità è così potente che la prospettiva da cui ti poni non ha importanza.” Il primo filo conduttore del libro è quindi questo: dire tutta la verità, solo la verità e nient’altro che la verità. Perché come pensavano i greci la verità, a patto che sia libera di mostrarsi, non ha bisogno di avvocati.

E se vi state chiedendo che cosa ci sia mai da sapere ancora sugli allevamenti intensivi che già non si sappia credetemi: non si è mai finito di imparare. Forse è noto che i polli allevati intensivamente sono animali “sovradimensionati, imbottiti di farmaci”, “deformi” e stipati “in una stanza lurida e incrostata di escrementi”. Forse. Ma è probabile che non sappiate che il 95 per cento di questi polli sono contaminati da Escherichia coli (un indicatore di contaminazione da feci appunto), e che “tra il 39 e il 75 per cento della carne di pollo che arriva sui banchi dei negozi ne è ancora infetta.” Che tutto ciò sia perché le feci, classificate un tempo come “sostanza contaminante pericolosa”, “sono ora classificate come ‘difetto estetico’”? Potrebbe venire il dubbio quantomeno… Intanto chi vende carne si preoccupa che i consumatori non si accorgano che ciò che mangiano non ha “proprio il sapore giusto” e per tale ragione le carni vengono “iniettate (o gonfiate) di ‘brodi’ e soluzioni saline”.

Ancora, può essere interessante essere informati sul fatto che la Smithfield, una delle più grandi aziende produttrici di carne sia stata sanzionata nel 1997 per un complessivo di settemila violazioni (venti al giorno circa), in particolare riguardanti lo scarico nei fiumi di sostanze illegali. Qui Foer fa un’osservazione che varrebbe la pena di essere citata nei migliori trattati di logica: “Una violazione può essere un caso. Anche dieci potrebbero esserlo. Settemila violazioni sono un piano.”

Ecco cosa c’è ancora da sapere. Il libro di Foer andrebbe imparato a memoria, passo per passo, perché ogni pagina è densa di informazioni da non dimenticare mai. Quantomeno un libro che ogni buon vegetariano o vegano dovrebbe avere a portata di mano ogniqualvolta sia tentato da una fettina di qualche cosa che abbia respirato e che sia passato attraverso quegli inferni terrestri.

Ma “Se niente importa” dice molto di più di quello che vi troviamo di fatto scritto. Non è, in altre parole, solo un libro ricco di informazioni. E’ anche, e soprattutto, un libro che dà da pensare: come il suo titolo, il cui senso si legge alla luce di un aneddoto narrato a conclusione del primo capitolo. È la nonna dell’autore che racconta di come, durante l’ultima grande guerra, fosse costretta a mangiare rovistando nella spazzatura. Di come avesse incontrato un uomo che, vedendola moribonda per la fame, gli avesse offerto un pezzo di carne di maiale. Di come, alla fine, lei avesse rifiutato quell’offerta di salvezza in nome della sua fede ebraica: perché, eccolo il titolo, “se niente importa, non c’è nulla da salvare”. Un discorso che può sembrare la quintessenza del bigottismo ma che è, al contrario, la radice di ogni autentica scelta morale. Perché la dignità e il senso della vita umana stanno nel poter scegliere di sacrificare la propria vita in nome di valori superiori, quali che essi siano.

Il titolo del libro non a caso coincide con la sua conclusione. Con abile espediente retorico l’autore torna nel finale sull’espressione della nonna e le ultime battute mettono finalmente in chiaro quale sia per lui il senso di quelle parole. Si tratta di una lettura profonda e sudata, intrigante, giunta alla fine di un opera davvero titanica e ammirevole. E tuttavia una lettura che ha un piccolo difetto… quello di non cogliere nel segno! …Ovviamente scherzo, ma anche questo è importante in un bel libro: che dica al lettore qualcosa che al suo autore era sfuggito. E Foer ci è riuscito.

Milù, la mia gatta, è un animale spietato. Non starò a descrivere i raccapriccianti doni che mi sono stati offerti in questi mesi davanti alla porta di casa da quell’essere senza Dio; confido che la vostra immaginazione, tanto più se avete avuto a che fare con quella disgraziata famiglia dei felini, saprà indicarvi la direzione giusta. Quella stessa creatura, in tenera età, era stata attaccata da un testardo esemplare di Bull Terrier e, quando l’avevo vista per la prima volta, aveva tutta l’aria di essere più di là che di qua… Non so se mi spiego. Ma, evidentemente, l’esperienza non aveva acceso in lei nessuna consapevolezza. Né il folclore di mio zio che la rincorre periodicamente per distoglierla dal suo malefico proposito può insegnarle in alcun modo il rispetto per gli altri esseri viventi. Certamente non così, visto che l’unico pensiero che può passarle per la testa in quel momento è che l’uomo che la insegue vuole, molto banalmente, rubarle la preda che ha tra le fauci. L’intento educativo le sfugge interamente.

È così che infatti educhiamo i figli e gli animali domestici: dissuadendoli dal torturare o uccidere altri animali. Ciò che facciamo è imporre il bene, impedendo loro in primo luogo di compiere il male: primum non nocere. E uno dei motivi per cui consideriamo la nostra specie superiore è proprio la capacità di conoscere il bene.

Poi però capita che se interroghiamo qualcuno sulle ragioni del suo mangiare carne, quello tira fuori il caso di coccodrilli, leoni, tigri e tutto uno zoo di creature carnivore che dovrebbero fornire l’esempio e la regola di come si sta al mondo… Piano!
Non ci si era appena messi dalla parte di chi insegna dall’alto di una cattedra? E cosa ci facciamo ora dal lato opposto a cercare di carpire, come scolaretti attenti, i segreti della natura matrigna dai cacciatori di tutto il creato?

L’uomo è diverso perché può scegliere coscientemente. Ed è migliore –  se proprio vuol dirsi migliore –  solo se sceglie coscientemente per il bene. È allora paradossale giustificare il proprio dominio sulle altre creature prendendo come regola la natura animale. Significa rinunciare all’unica cosa che potrebbe rendere legittimo il nostro dominio.

Infatti chi comanda ne ha il diritto solo se lo fa secondo giustizia e in vista del bene. E può agire in questo modo solo se possiede la coscienza del bene. I casi allora sono due: o tutti gli animali possiedono questa coscienza oppure la possiede l’uomo in esclusiva. Nel primo caso l’uomo non ha diritto di dominare sulle altre specie per il semplice fatto che non è migliore rispetto a quelle. Nel secondo caso, se comunque fa stabilire agli animali le regole della condotta, significa che  sta ignorando deliberatamente quella coscienza. In entrambe le eventualità viene meno la duplice ragione per cui l’uomo avrebbe il diritto al comando: il fatto di (1)  essere il solo ad avere coscienza del bene e di (2) decidere consapevolmente di guidare il suo gruppo in vista di quel bene, e non in modo casuale o in vista del male.

Vengono qui in mente le parole di Ulisse ai suoi compagni di viaggio:

“O frati,” dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.

L’acqua in California scarseggia in modo preoccupante e il governatore Jerry Brown ha recentemente chiesto ai californiani di fare meno docce. ”Ma quali docce?” risponde la People for the Ethical Treatment of Animals (PETA) al saggio Jerry, “Vogliamo parlare dell’industria alimentare che utilizza il corrispettivo di sei mesi di docce per produrre un chilo di carne?”. Una Pamela Anderson PETA style lancia così una campagna pubblicitaria contro l’industria della carne: l’attrice rivisita, di fronte alla macchina fotografica di David LaChappelle, la celebre scena sotto la doccia del film Psycho, di Alfred Hitchcock. Nuda ovviamente.

Non è la prima volta che la celebrità collabora con l’associazione, sempre offrendo il suo corpo. Prima di questo remake la Anderson era stata fotografata in bikini, col corpo segnato come si segnano i tagli di carne di un animale. Il messaggio era chiaro: “all animals have the same parts”…e che parts!

Gli americani di questa organizzazione hanno capito che la carne è debole (la nostra); e che poche cose sono così efficaci come una bomba sexy che manda un messaggio pubblicitario. Hanno scoperto insomma l’acqua calda. Ma non è tanto il fatto che l’abbiano scoperta, quanto che la usino così apertamente. Noi italiani siamo invece piuttosto reticenti verso questo tipo di pubblicità, che adultera la purezza dell’etica con la bassezza degli istinti animali. Il massimo che ci concediamo è parlare di cucina.

pamela anderson water

Ma l’arte culinaria, la gastronomia, è in fondo una specie dell’arte della seduzione. Lo diceva già Platone: “Molte sono poi, mi sembra, le parti dell’adulazione, e una di queste è l’arte della cucina… Parte di questa io chiamo la retorica, sì come parte n’è il saper vestire e parte la sofistica: quattro parti per quattro oggetti.”

Anche noi italiani insomma qualcosa l’abbiamo capito, e facciamo il nostro con una certa classe. Però possiamo imparare ancora qualche trucchetto dagli americani. La donna viene sì utilizzata come oggetto, perché è l’oggetto sessuale Anderson che attrae e seduce al di là (sic) del messaggio che interpreta. Ma è vero anche che siamo sempre e inevitabilmente oggetti per gli altri. E uuesta nostra carne possiamo o fuggirla negandola o assumerla come oggetto per noi, da utilizzare per i nostri fini.

Le idee sono qualcosa che si vende, e che dobbiamo vendere bene. E quando vendiamo occorre pensare agli uomini così come sono, non come vorremmo che fossero; per dirla con un grande filosofo della fine dell’ottocento: altro che morale, qui siamo dietro le quinte, tra impulsi che fanno di noi qualcosa di animale, o meglio: di “umano, troppo umano”. Assumiamolo dunque questo nostro corpo che scalcia e diamogli un compito etico; per carità, senza confondere ciò che appartiene a Cesare e ciò che appartiene a Dio. Non sia mai..

Fido, prepara la valigia! Consigli per trascorrere le vacanze con il cane

L’arrivo in casa di un cane è sempre un avvenimento gioioso, ricco di entusiasmo e sentimento. Qualsiasi sia la scelta che spinge ad adottare un cane, la famiglia si allarga. Diventare genitori di un quattro zampe ci regala affetto, allegria, ci illustra il concetto di lealtà. Ma oltre a questo, prendersene cura comporta impegno, dedizione, responsabilità e compromessi. Accogliere un cane significa vivere con lui, non possederlo.

I dilemmi delle vacanze con Fido

Le meritate vacanze sono in fase di pianificazione, e il giorno della partenza si avvicina. Qui sorge il problema: organizzare una vacanza a dimensione “famiglia” già è complesso, immaginiamoci doverlo fare a dimensione “famiglia più un cane”. Non sempre è facile trovare delle strutture turistiche disposte ad accogliere Fido, specialmente se è di grandi dimensioni. Talvolta gli alberghi accettano i cani ma non nei luoghi comuni, e ciò esclude la sala da pranzo, la piscina, l’accesso alla spiaggia… insomma, un modo alternativo per dire che preferiscono solo clienti bipedi.
Può accadere che nella località prescelta le strutture che accolgono cani sono esaurite, o nemmeno esistano. Una pensione per animali domestici potrebbe essere una alternativa. Ma non sempre la si trova comodamente vicina, e spesso è una scelta costosa, da prenotare con un buon anticipo. La vicina di casa non si prende l’impegno di accudire il cane e i parenti più vicini sono in vacanza pure loro.
E allora, come fare?

I dati sull’abbandono

Come tutti gli anni, ecco che ritorna in tutta la sua crudeltà la piaga dell’abbandono degli animali domestici. I dati affermano che siano più di 100.000 i cani abbandonati all’anno, la maggior parte dei quali durante i mesi estivi.
Abbandonare il cane, oltre a rinnegare l’amore che gli si era promesso e fotografare l’inciviltà umana, aumenta il problema del randagismo. Ciò comporta delle conseguenze a livello igienico-sanitario con l’aumentare delle malattie, e il rischio che i cani abbandonati, in difficoltà o per fame, possano aggredire altri animali o persone, o provocare incidenti automobilistici. Questo è il numero verde da chiamare se trovate un animale abbandonato: 800 137 079

Benvenuto Fido!

Fortunatamente le strutture ricettive che sono felici di ospitare i cani ci sono. Senza limitazioni, alcune di queste offrono un servizio completo, mettendo a disposizione ciotole, box dedicati e giochi vari. Degli opuscoli illustreranno le attività a cui può partecipare anche il cane, per esempio passeggiate ed escursioni. Il personale di appartamenti o bed and breakfast, sarà disponibile a indicare i ristoranti e le spiagge dove fido può scorrazzare liberamente. Alcuni siti forniscono utili consigli per programmare le vacanze con il cane. Per esempio, www.vacanzeanimali.it e www.vacanzebestiali.org, forniscono un elenco delle strutture italiane, suddivise per regione e tipologia, proponendo delle offerte e dei last minute. I clienti possono lasciare un commento sulla qualità delle strutture dove hanno alloggiato. DogWelcome (www.dogwelcome.it) offre lo stesso prodotto del sito precedente, con uno sguardo anche all’estero, indicando le norme e i regolamenti degli altri stati.

Consigli per un viaggio sereno con il cane

In Italia è obbligatorio trasportare i cani in modo da non intralciare il pilota, quindi si possono utilizzare dei trasportini, le cinture di sicurezza apposite per animali, oppure dividere il bagagliaio dal resto dell’abitacolo con una rete. Generalmente è consigliato lasciare il cane a digiuno per 6-8 ore prima del viaggio; è importante lasciare il finestrino leggermente aperto, per favorire il ricambio d’aria. Posizionare in auto un suo giochino, renderà l’ambiente più famigliare. Per evitare il mal d’auto, è bene cercare di evitare accelerate o frenate improvvise. Fondamentali sono le tappe lungo il tragitto, durante le quali é bene somministrare acqua e permettere una passeggiata per sgranchire le zampe e fare un bisognino. Il vostro veterinario potrà fornirvi indicazioni specifiche e dettagliate, riguardanti anche i vaccini obbligatori per andare all’estero o più indicati secondo i luoghi di vacanza.

A tutti, pelosi e non, buona vacanza!

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