Milù, la mia gatta, è un animale spietato. Non starò a descrivere i raccapriccianti doni che mi sono stati offerti in questi mesi davanti alla porta di casa da quell’essere senza Dio; confido che la vostra immaginazione, tanto più se avete avuto a che fare con quella disgraziata famiglia dei felini, saprà indicarvi la direzione giusta. Quella stessa creatura, in tenera età, era stata attaccata da un testardo esemplare di Bull Terrier e, quando l’avevo vista per la prima volta, aveva tutta l’aria di essere più di là che di qua… Non so se mi spiego. Ma, evidentemente, l’esperienza non aveva acceso in lei nessuna consapevolezza. Né il folclore di mio zio che la rincorre periodicamente per distoglierla dal suo malefico proposito può insegnarle in alcun modo il rispetto per gli altri esseri viventi. Certamente non così, visto che l’unico pensiero che può passarle per la testa in quel momento è che l’uomo che la insegue vuole, molto banalmente, rubarle la preda che ha tra le fauci. L’intento educativo le sfugge interamente.

È così che infatti educhiamo i figli e gli animali domestici: dissuadendoli dal torturare o uccidere altri animali. Ciò che facciamo è imporre il bene, impedendo loro in primo luogo di compiere il male: primum non nocere. E uno dei motivi per cui consideriamo la nostra specie superiore è proprio la capacità di conoscere il bene.

Poi però capita che se interroghiamo qualcuno sulle ragioni del suo mangiare carne, quello tira fuori il caso di coccodrilli, leoni, tigri e tutto uno zoo di creature carnivore che dovrebbero fornire l’esempio e la regola di come si sta al mondo… Piano!
Non ci si era appena messi dalla parte di chi insegna dall’alto di una cattedra? E cosa ci facciamo ora dal lato opposto a cercare di carpire, come scolaretti attenti, i segreti della natura matrigna dai cacciatori di tutto il creato?

L’uomo è diverso perché può scegliere coscientemente. Ed è migliore –  se proprio vuol dirsi migliore –  solo se sceglie coscientemente per il bene. È allora paradossale giustificare il proprio dominio sulle altre creature prendendo come regola la natura animale. Significa rinunciare all’unica cosa che potrebbe rendere legittimo il nostro dominio.

Infatti chi comanda ne ha il diritto solo se lo fa secondo giustizia e in vista del bene. E può agire in questo modo solo se possiede la coscienza del bene. I casi allora sono due: o tutti gli animali possiedono questa coscienza oppure la possiede l’uomo in esclusiva. Nel primo caso l’uomo non ha diritto di dominare sulle altre specie per il semplice fatto che non è migliore rispetto a quelle. Nel secondo caso, se comunque fa stabilire agli animali le regole della condotta, significa che  sta ignorando deliberatamente quella coscienza. In entrambe le eventualità viene meno la duplice ragione per cui l’uomo avrebbe il diritto al comando: il fatto di (1)  essere il solo ad avere coscienza del bene e di (2) decidere consapevolmente di guidare il suo gruppo in vista di quel bene, e non in modo casuale o in vista del male.

Vengono qui in mente le parole di Ulisse ai suoi compagni di viaggio:

“O frati,” dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.

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