Nel lontano 1865, il giorno di Natale, dopo sei mesi di lavori frenetici, iniziò le sue attività la Union Stock Yard & Transit Co.: furono ospitati i primi animali, ma l’accoglienza riservata ai benvenuti non dev’essere stata delle migliori. Dopo essere stati scaricati dai vagoni dei treni, venivano portati nei box loro destinati, rigorosamente all’aperto e al chiaro di luna. Gli animali del resto non dovevano sopportare molto l’inospitalità del luogo, perché nel giro di poco tempo erano condotti in un locale dove accadeva loro di perdere la testa. Per la precisione venivano storditi con un colpo ben assestato alla base del cranio, appesi per le zampe con delle catene, sgozzati e smembrati poi in varie parti, secondo una catena di montaggio (o meglio: di smontaggio) che i pionieri dei macelli andavano proprio allora perfezionando. Dal colpo alla testa alla rimozione della stessa e degli zoccoli passava non più di un minuto.

Non che gli operai se la passassero molto meglio. La carità cristiana risparmiava loro di venir sgozzati, ma erano comunque sottoposti a turni massacranti di dieci o dodici ore, guadagnando un salario che la costante offerta di lavoro teneva molto basso. L’odore all’interno dei macelli e in tutto il quartiere era insopportabile e nausante, il luogo di lavoro un inferno di sangue e interiora, e nonostante tutto la Yard rimaneva la speranza di molti, soprattutto dei tanti immigrati.

Quanto appena descritto accadeva a Chicago, una delle più grandi metropoli degli Stati Uniti, divenuta famosa per essere stata la più grande macellatrice di maiali del mondo (“the hog butcher of the world”, com’era chiamata). La città, che oggi conta la bellezza di 2.7 milioni di abitanti, era nel 1833 solo un minuscolo villaggio di 350 anime. Fu lo sviluppo industriale che, nel corso di pochi decenni, la sfigurò facendola diventare, secondo le parole del celebre architetto Louis H. Sullivan una “ameba… rete brutale di urgenze industriali, di una rudezza inebriante, fascinosa ed elevata in tutte le accezioni del termine”.

Anche le Yards  erano state costruite velocemente, sotto la spinta della vertigine dello sviluppo industriale ma soprattutto sotto la spinta delle migliaia di animali che ogni giorno arrivavano in treno, in quarta classe e con biglietti di sola andata, dalle grandi pianure del Midwest. Arrivavano per venire trasformati in scatolette e occorreva organizzarsi il meglio possibile per stare dietro al continuo afflusso: fu così che vennero create quelle gigantesche catene di montaggio al rovescio, primissime applicazioni di quello che in seguito sarà chiamato “fordismo”.

Ford non fu però il maestro, arrivò qualche decennio dopo; Ford fu un allievo. Allievo dei grandi mattatoi, a loro volta allievi della celebre fabbrica di spilli descritta da Adam Smith nella sua Ricchezza delle Nazioni. In queste fabbriche, scrive Smith, “un uomo svolge il filo metallico, un altro lo drizza, il terzo lo taglia, un quarto lo appuntisce, un quinto lo arrotola nella parte destinata alla capocchia” e così via, fino a impiegare diciotto operazioni per la produzione di un unico spillo.
Si potrà obiettare forse che la fabbricazione di uno spillo non abbia niente a che fare con il trattamento da riservare a un essere vivente. E invece ne ha. Basta fare le operazioni a rovescio. La vita del vivente viene messa fuori gioco nel giro di un minuto, nella maniera più brutale possibile, e il seguito è solo catena di montaggio.
Nello stesso momento in cui l’animale viene stordito è però la coscienza dell’operaio che viene sopita. Nel ricatto generato dalla necessità di lavoro l’operaio tratta non solo l’animale come un oggetto, ma anche se stesso come pura forza-lavoro indistinta, parcellizzata, sostituibile: benzina per una grande macchina di macellazione.
L’operaio, nel suo lavoro, e cioè in ciò che vi è di più umano, “si sente – scriveva Karl Marx – nulla più che una bestia”. Ma, ancora più che una bestia, si sente macchina; si fa anzi macchina, proprio mentre tratta l’essere vivente di fronte a lui come un meccanismo inerte, insensibile.

La gola del maiale non è più allora una gola per davvero. Diventa l’interruttore che spegne una macchina, che arresta un movimento che sarebbe solo d’intralcio nelle operazioni successive; lo stesso interruttore che spegne la coscienza dell’uomo, mette a tacere ogni domanda sul senso della vita, ne è anzi la pura negazione: non tanto della vita stessa quanto della domanda. L’uccisione, che in certi casi può anche essere una forma di pietà che evita la sofferenza di una vivisezione, ha in realtà l’unico scopo di favorire le operazioni seguenti. Non esiste coscienza, non nei macelli di Chicago. Tutto è meccanismo.

Questo accadeva a Chicago e nel suo mattatoio. Questo accade oggi.
A partire dal 1955 le diverse compagnie cominciarono a dismettere le attività del macello. Nel 1971 la Union Stock Yard cessò ufficialmente di esistere, ma solamente perché lo sviluppo del sistema autostradale degli Stati Uniti, unito a quello del trasporto su gomma, mise in crisi il monopolio di Chicago, basato sul sistema ferroviario statale.
Di quell’inferno, in cui uomini e animali condividevano un destino comune, è rimasto qualcosa oltre il ricordo: un’entrata costruita nel 1879, che porta una scritta laconica: “Union – Stock – Yard – Carthered – 1865”. Se vi capiterà di passare da quelle parti, vi consiglio di non fermarvi a quella scritta. Vi consiglio di pensare e capire. Vi consiglio di meditare le parole ben più adatte del nostro poeta, e al senso che hanno avuto e che ancora hanno per degli esseri viventi che forse non le possono capire, ma che ne sentono tuttavia, ogni giorno, l’amarezza:

“Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Lasciate ogne speranza, voi ch’ intrate”

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