Il dizionario tascabile degli ingredienti da scoprire.

In questo articolo vogliamo raccontarvi la nostra scoperta del te kombucha avvenuta ancora un anno fa.
Stavano finendo di scrivere Vegano Gourmand e già ci stavamo dando alla fermentazione dei più disparati alimenti: in lista dovevamo assolutamente provare a fare il Kombucha.

Ma cos’è il kombucha?

E’ una bevanda, che attraverso il potere della fermentazione diventa viva: fornisce al vostro corpo sostanze che lo detossificano, lo energizzano, supportano il vostro sistema immunitario, migliorano il vostro sistema digerente e la vostra pelle, prevengono le malattie e risollevano il vostro spirito!
Il kombucha molto semplicemente è un te (o una miscela di te) che si fa fermentare attraverso una “mamma” (si , un po’ come quella dell’aceto, alcuni la chiamano fungo) che altro non è che un’unione simbiotica di diversi microrganismi, lieviti e batteri, racchiusi in una sacca polisaccaridica che li fa galleggiare al di sopra della superficie del liquido.

La “mamma”: cos’è e dove si trova?

Come dicevamo prima, questo te è una bevanda fermentata ad opera di batteri e lieviti che stanno racchiusi in una massa polisaccaridica che normalmente viene chiamata “fungo” o “mamma”. I microbiologi la chiamano “Medusomyces gisevii”, non propriamente un fungo, ma un ammasso di cellulosa, prodotto di scarto di uno dei microrganismi presenti e al suo interno, i quali sono coevoluti su un substrato di te e zucchero: vediamone alcuni.
Batteri:
– Acetobacter: A. xylinum, A. pasteurianus, A. aceti, A. nitrogenifigens
– Gluconobacter: G. oxydans, G. kombuchae (quello che produce cellulosa)
– Lactobacillus

Lieviti:
– Bretanomices (quelli che danno al kombucha il tipico sapore di birra Birra Lambic – Wiki): B. intermedium, B. bruxxellensis
– Zygosaccharomyces
– Saccharomices: S. cerevisiae, S. bisporus, S. ludwigii
– Candida: C. Kefir

Kombucha: dove acquistarlo?

Per acquistare la “mamma” vi consigliamo questo sito internet dal quale l’abbiamo comprata la prima volta: KOMBU.DE

il fungo del te kombucha

Le proprietà del kombucha

Questo functional food è ricco di composti utili al nostro metabolismo e alla nostra salute, vediamone alcuni:
acido acetico: fortissimo antibatterico, anche responsabile delle note acetiche della bevanda.
amminoacidi: i mattoni delle proteine e responsabili nei processi neuronali e nel metabolismo.
Vitamine del gruppo B: B1,B2, B3, B5, B12 (proprio così!, la vitamina B12 si trova negli alimenti fermentati, perché ricchi di microrganismi)
acido butirrico: aiuta la salute dell’intestino; scova e distrugge il cancro al colon e le infiammazioni.
acido caprilico: riduce la pressione sanguigna ed è un potente antimicrobico.
– catechine e altri polifenoli: fortissimi antiossidanti.
acido citrico: agente alcalinizzante.
acido decanoico: aumenta il colesterolo HDL e diminuisce l’LDL (ma se siete vegani questo problema non vi tocca più)
acido glucarico: aiuta la detossificazione della carcinogenesi, da ormoni e da altre tossine nel fegato.
acido lattico: aumenta le performance fisiche.
alcool feniletilico: un composto aromatico dalle note floreali.
acido propanoico: agente anti muffa molto forte, utile a proteggere il kombucha.
acido succinico: è un forte antibiotico.
batteri e lieviti (che abbiamo visto prima)
vitamina C: essenziale per la produzione di collagene, per curare ferite, per la manutenzione dei vasi sanguigni e delle cartilagini. Inoltre aiuta l’assorbimento del ferro.

I benefici del kombucha

Bere questa bevanda favolosa vi aiuterà per:
– il reflusso acido
– l’acne
– l’ansia
– l’artrite
– l’arteriosclerosi
– la colite
– la depressione
– il diabete
– l’eczema
– il sovrappeso
– la fatica
– la fibromialgia
– il mal di testa
– l’ipertensione
– l’ipoglicemia
– l’indigestione
– la sindrome premestruale
– l’avvelenamento da radiazioni
– i reumatismi
– il metabolismo lento
– i capelli deboli
– la tonsillite

Come preparare il Kombucha

Per preparare il kombucha seguite la nostra ricetta:

Come fare il te kombucha fatto in casa!

rejuvelac fatto in casa

Il rejuvelac è una bevanda fermentata che si prepara semplicemente a casa con l’utilizzo di due ingredienti, cereali ed acqua.
Il tipo più comune di rejuvelac è ottenuto dalla fermentazione del grano ma è possibile produrlo a partire da altri cereali o pseudo-cereali come riso, avena, quinoa, segale, orzo o miglio.
Bevanda ricca di enzimi e vitamine, non è solo un vero toccasana per la digestione, la depurazione e l’assimilazione di microrganismi benefici per la salute, ma è un ottimo starter per la preparazione di creme spalmabili vegetali e formaggi vegani fatti in casa.
Noi ne abbiamo sempre un vaso in preparazione sul bancone della nostra cucina, il nostro preferito è quello di quinoa perché è il più veloce da realizzare.

Proprietà

Il rejuvelac, se non viene utilizzato come starter, può diventare un ottimo integratore alimentare nella dieta di vegani e non, poiché abbonda di vitamine (del gruppo B, C, E, K), acido lattico, proteine e fosfati.
Ha un sapore acido simile a quello dell’acqua e limone, ed è leggermente frizzante, cosa che lo rende una bevanda non solo energizzante ma anche molto rinfrescante.
Come bevanda, è ottima per depurare l’organismo dalle tossine, mantenere il colon sano e regolare la digestione.

Utilizzi

Utilizziamo il rejuvelac non solo come bevanda naturale autoprodotta dissetante, ma soprattutto come starter per formaggi vegetali a base di frutta secca e semi oleaginosi o per preparare delle salse.
Provate per esempio a seguire la nostra ricetta della feta vegan di mandorle, una vera bontà! Vi servirà del rejuvelac per prepararla in casa e assaporare un “formaggio” vegetale davvero gustoso e saporito, totalmente cruelty-free.

Come si prepara il rejuvelac di quinoa fatto in casa

Ecco come prepariamo il nostro rejuvelac di quinoa: mettiamo in ammollo in un vaso di vetro pieno d’acqua 100g di quinoa e copriamo il vaso con una garza.
Dopo 12 ore scoliamo e riempiamo di nuovo di acqua il vaso per due volte al giorno fino a che non vediamo apparire i primi germogli.
In estate, questo processo può richiedere anche meno di 24 ore a seconda della temperatura. In inverno, possono trascorrere anche 2 giorni.
Una volta apparsi i germogli, copriamo il vaso con un tappo e lasciamo ancora a temperatura ambiente per un paio di giorni o finché non vediamo apparire della schiuma e notiamo che l’acqua è diventata torbida.
A questo punto, scoliamo la quinoa e refrigeriamo il liquido in frigo, che si mantiene perfettamente anche per una settimana.

Utilizzate il rejuvelac per preparare la Feta Greca Vegan!

Foto di cleanfooddirtygirl.com

Il tofu è un alimento di origine vegetale, dall’aspetto simile al formaggio fresco, che si ottiene dalla cagliatura del latte di soia (coagulazione acida del latte di soia attraverso acidi deboli -come il cloruro di magnesio o nigari) e dalla sua pressatura. Per questo motivo è anche detto caglio di semi di soia.

Molte le sono le somiglianze tra il processo di creazione del tofu e quello del formaggio, pertanto spesso ci si riferisce al tofu con la denominazione di “formaggio vegetale” o “formaggio di soia”.

A seconda dell’agente cagliante impiegato, inoltre, è possibile ottenere tofu dalla consistenza diversa e con differenti caratteristiche organolettiche. Il tofu seta (o silken tofu), ad esempio, è una particolare varietà di tofu dalla consistenza molto più gelatinosa.

L’origine del tofu

Cercando l’origine del tofu, possiamo trovare diversi pareri, più o meno credibili: si pensa comunemente che quest’alimento esistesse già nel II secolo d.C., anche se leggermente differente da quello attuale. E che, grazie al buddhismo, si sia successivamente diffuso in quasi tutto l’estremo oriente (Giappone, Cina, Vietnam, Tailandia, Corea, Cambogia), sino ad arrivare oggi anche nei nostri negozi e supermercati della GDO (grande distribuzione).

tofu-origine

Il suo apporto proteico, infatti, lo ha reso un ottimo sostituto del formaggio, ma non solo, specialmente nelle diete vegane e vegetariane. A questo proposito, ti proponiamo una selezione di gustose ricette vegane a base di tofu.

Valori nutrizionali del tofu

100 grammi di tofu contengono il 10,1% di carboidrati, il 37% di proteine e il 52,9% di grassi (fonte).

Il tofu, quindi, è maggiormente ricco di proteine, di grassi (quelli buoni) e di calcio, quest’ultimo in quantità diverse a seconda del caglio utilizzato. È invece povero di colesterolo e di grassi saturi, ma anche di alcune vitamine, come la B12 e la D.

Nonostante meno ricco di proteine di un formaggio tradizionale, il tofu ha un’alta percentuale di proteine vegetali, risulta quindi essere il sostituto perfetto per chi sceglie di eliminare le proteine animali dalla propria dieta. Le proteine vegetali, difatti, se combinate correttamente, contrastano la carenza di alcuni aminoacidi presenti nei prodotti di origine animale.

I benefici del tofu sono ampiamente riconosciuti per chi soffre di ipercolesterolemia, l’eccessiva presenza di colesterolo nel sangue. Questo derivato della soia è inoltre ipocalorico: 100 g, infatti, apportano circa 76 calorie.

Tofu: controindicazioni

Come per qualsiasi altro alimento, anche del tofu non bisognerebbe abusare. I fitoestrogeni della soia, infatti, assunti in dosi eccessive, possono essere dannosi in quanto fattori anti-nutrizionali. Abbinare il tofu con le alghe bilancia questo problema.

Tofu fatto in casa

Anche se è molto più comodo comprarlo già pronto, il tofu è possibile anche farlo in casa con le nostre manine. E la soddisfazione sarà ben altra! Se volete imparare a prepararvelo da soli, ecco il procedimento completo e gli ingredienti per realizzare il tofu fatto in casa!

tofu-fatto-in-casa

Per la preparazione del tofu, di solito si produce un latte di soia più denso di quello in commercio, lo si porta ad ebollizione e poi lo si fa scendere a 70°C. A Questo punto si aggiunge il caglio sciolto in poca acqua tiepida, fino a far raggiungere il punto isoelettrico delle proteine della soia, che flocculano e danno origine al nostro “formaggio di soia”. Il coagulo proteico (non ancora propriamente tofu) viene filtrato, in modo da far scolare il siero. Quindi viene  messo a bagno per un’ora in acqua fredda.

In base alla forma e alla tipologia del tofu, si potranno avere differenti processi che portano alla formazione della cagliata. Ad esempio per ottenere un tofu fai da te più solido, lo si pressa ulteriormente per rimuovere il liquido in eccesso.

Cos’è l’Okara?

L’okara è un sottoprodotto della lavorazione del tofu: il residuo di fibre, amido e proteine che deriva dall’estrazione del latte di soia dalle fave di soia gialla bollite e filtrate. Anche se si tratta di un prodotto di scarto del tofu, con esso si possono creare interessanti ricette come le nostre crocchette!

Ecco altri consigli per cucinare il tofu!

Il Vino Vegano: che cos’è e dove trovarlo?

Scopriamo le differenze tra vino normale e vino vegano in questo articolo di approfondimento!

Il vino vegano non è una ovvietà. Il derivato animale può nascondersi in molti modi e negli alimenti più insospettabili, soprattutto nella forma di quelli che sono detti in gergo tecnico “coadiuvanti tecnologici”. Si tratta di prodotti che vengono utilizzati nell’industria alimentare per favorire o portare a termine un processo di lavorazione del prodotto e che spesso vengono eliminati alla fine del processo. Al di là del fatto che questa eliminazione non possa garantire l’assenza di tracce residue, il fatto che vengano utilizzate sostanze di origine animale nella lavorazione è in contraddizione con la scelta vegana o vegetariana, laddove sia fatta per motivi etici.

Il Vino Vegano: perchè?

spesso si utilizzano chiarificanti di origine animale come la colla di pesce o l’albume per togliere i residui proteici dal vino. Nel vino vegano questo processo non viene adottato o si utilizzano altri coadiuvanti di sintesi.

Ma quali sono i coadiuvanti tecnologici utilizzati nel vino e a che cosa servono? I più diffusi sono i chiarificanti e cioè i prodotti che servono a rendere il vino trasparente eliminando le sostane in sospensione. Come fanno a fare questo? Si tratta di proteine che agiscono come delle reti finissime che trattengono le particelle più grosse filtrando il vino. L’industria si serve di differenti reti proteiche: albumina, caseina, colla di pesce, colla d’ossa, gelatina.

Escludendo dalla lavorazione solo i prodotti che provengono direttamente dall’uccisione degli animali (colla di pesce, colla d’ossa, gelatina) avremo un vino vegetariano; se invece sono esclusi tutti i derivati animali, avremo un vino vegano.

Il problema non sta però solo nella chiarificazione. Per fare un esempio, può essere che l’azienda utilizzi nella raccolta e nella lavorazione delle materie dei guanti in pelle o altri prodotti animali che non sono legati direttamente alla produzione. Per questo i marchi di certificazione prevedono diversi livelli di garanzia: il livello degli ingredienti, quello dei mezzi tecnologici (i coadiuvanti di cui abbiamo parlato) e quello degli accessori (i guanti utilizzati in azienda, per esempio).

È forse utile aggiungere che la faccenda non riguarda solo il vino vegano. La birra, per esempio, è aromtizzata a volte col miele e comunque, come il vino, può essere sottoposta allo stesso processo di chiarificazione. Inoltre alcune bevande alcoliche utilizzano coloranti come la cocciniglia (o E120), che deriva dalla macinatura del carapace di un insetto omonimo.

La difficoltà oggi è che le certificazioni di “vegano” o “vegetariano” sono informazioni non ancora regolamentate a sufficienza e devono sottostare solamente a delle norme generali in materia i etichiettatura: veridicità, non ingannevolezza, oggettività. E soprattutto sono facoltative, con la conseguenza che la maggior parte dei vini non da nessuna indicazione a riguardo. Il consumatore si può quindi orientare solo nel caso in cui l’azienda abbia deciso di informarlo attraverso la sua collaborazione coi marchi di certificazione diffusi. Due di questi sono “Qualità Vegana” e “Qualità Vegetariana Vegan” ma ce ne sono altri.

È certo comunque che il settore riceverà nel prossimo futuro una forte  spinta legata al sempre maggiore interesse verso uno stile di vita non solo ecologico ma anche cruelty free, ma in questo momento di transizione è forse utile segnalare alcune delle aziende agricole che vendono vino vegano certificato. Ecco le più importanti, cliccando sul nome dell’azienda accederete direttamente al sito.

Ciù Ciù di Offida (AP)

Pizzolato di Treviso (TV)

Cantina Aldeno di Aldeno (TN)

Le carline di Pramaggiore (VE)

Venturino Giancarlo di Vaglio Serra (AT)

Agrobiologica San Giovanni di Offida (AP)

Pevalta di Maiolati Spontini (AN)

Perlage di Soligo (TV)

Giusto per cominciare a orientarsi e a gustare un vino migliore… in tutti i sensi!

Non so voi, ma quando arriva l’estate e voglio stare seduta fuori, c’è qualcosa di cui non posso fare a meno: la citronella. Nota nel mondo anglosassone con il nome di lemongrass, è uno dei più noti rimedi anti-zanzare; tuttavia, c’è altro da scoprire su quest’erba.

Che cos’è?

La lemongrass (scientificamente parlando Cymbopogon) è un’erba perenne appartenente alla famiglia delle graminacee. Appare come una specie di cespuglio che può arrivare all’altezza di un metro e le foglie verdi sembrano dei nastri dal piacevole profumo di agrumi. Termina con un bulbo bianco, simile al porro. Tipica delle regioni tropicali e a clima temperato-caldo, si coltiva da secoli in Oriente, è lì che Alessandro Magno e le sue truppe ne scoprirono i benefici e la portarono sin da noi. La diffusione in India, Thailandia e Filippine è considerevole, tanto che la citronella è spesso usata come ingrediente delle cucine di questi luoghi. Attualmente, si coltiva anche nella zona dei Caraibi e in Florida e California, e noti chef la incorporano in ricette anche nella cucina occidentale in quanto particolarmente versatile e dall’aroma intenso. Se coltivata in zone a clima rigido, va tenuta all’interno e tende ad andare in letargo nei mesi invernali.

Lemongrass (Citronella): utilizzi e proprietà

Le candele di citronella che ci salvano dalle zanzare nelle afose serate estive sono preparate principalmente con una varietà di citronella (cymbopogon nardus), altre varietà di questa erba perenne hanno altri usi. Per esempio, la lemongrass è utile per trattare gastroenteriti e coliche, stimola la digestione e è di sollievo in caso di indigestione. In caso di febbre alta ne favorisce l’abbassamento e allevia i dolori causati dall’artrite. È un buon anti batterico e funziona anche contro i funghi, è benefica per il nostro apparato circolatorio, dato che stimola la circolazione e abbassa la pressione del sangue. Si usa anche per combattere l’insonnia e lo stress e, come tè, ha effetto diuretico. Ha un effetto tonificante su muscoli e tessuti, anche per le donne in fase di allattamento e ha effetti positivi sulla riduzione di acne e brufoli, riduce l’acido urico e fa bene per abbassare il colesterolo. L’olio essenziale si usa nelle candele, ma anche in profumi, saponi e repellenti spray per insetti e zanzare, sorprendentemente è invece usata per attirare le api per la produzione del miele. Per le caratteristiche antisettiche si usa anche in disinfettanti e saponi per la cura della casa e in Indonesia e nelle Filippine si usa per i trattamenti di aromaterapia. Si può anche piantare nei giardini e negli orti per tenere alla larga alcuni tipi di insetti, il che la rende un’alternativa all’uso di pesticidi; fate attenzione tuttavia a prevedere delle barriere fisiche, le radici della citronella tendono a espandersi velocemente e a ‘impadronirsi’ dell’area.

Lemongrass in cucina

In Asia si usa in salse, zuppe e preparazioni a base di curry, oltre che nella preparazione di tisane. L’erba dall’aroma di limone si usa secca, in polvere e fresca. È un ingrediente molto versatile e si sposa bene con aglio, zenzero, peperoncino e coriandolo, sta bene nelle salse e nelle zuppe e dà sapore a minestre e verdure. Trovare la lemongrass fresca da noi non è semplice, più facile è trovarla in zone ad alta densità orientale, in mercati etnici o negozi asiatici. Se la trovate già essiccata o in polvere, immergetela in acqua calda per rinvigorirla; il risultato non sarà comunque uguale a quello del prodotto fresco. Si trova anche sotto forma di preparati per tè e tisane o olio essenziale, in questi casi non usatele per cucinare!

Per essere un’alternativa allo zucchero, più liquido e più dolce del miele, porta con sé un retrogusto (di discussioni) piuttosto amaro: vediamo di informarci un po’ sullo sciroppo d’agave.

Lo sciroppo d’agave, uno dei migliori dolcificanti naturali?

Origine

Lo sciroppo d’agave o succo d’agave si ricava dalla pianta di Agave Tequilana, variante Azul, la più pregiata. Si tratta di una pianta succulenta con lunghe radici e foglie carnose con spina apicale. Le foglie sono ricoperte da uno strato di cera che permette a questo tipo di agave di trattenere una maggiore quantità di acqua. L’habitat migliore per l’agave blu è l’area di Jalisco in Messico, zona in cui l’agave viene anche coltivata. La prima fioritura avviene solitamente ai 7-8 anni di età della pianta; i contadini solitamente cercano di accelerare il processo di maturazione della pianta tagliandone le cime delle foglie, che così ci impiega dagli 8 agli 11 anni, per ottenere un miglior sciroppo d’agave. Il fatto che sia una pianta a lunga maturazione e che sia patrimonio nazionale del Messico, rendono lo sciroppo d’agave un prodotto abbastanza costoso. Lo sciroppo si produce a partire dall’amido della pianta, contenuto nelle radici. Dopo l’estrazione, il succo viene filtrato per eliminare le parti solide, poi viene sottoposto a calore per trasformare i carboidrati (amido) in zuccheri (fruttosio) e infine concentrato per ottenere lo sciroppo.

Proprietà

In cucina, lo sciroppo d’agave si usa come sostituto dello zucchero bianco o di canna. Per il suo intenso potere dolcificante, se ne può usare il 25% in meno (100gr di zucchero corrispondono a 75gr di sciroppo). Inoltre, favorisce il senso di sazietà perché denso e le vitamine e il calcio che lo compongono sono d’aiuto al sistema immunitario e contribuiscono a rafforzare le ossa e combattere l’osteoporosi; infine, inulina e fibre fanno bene all’intestino. Inoltre, ha un basso indice glicemico, il che significa che la velocità con cui interviene sul livello di glucosio, aumentandolo, è bassa.

agave

Tra i dolcificanti naturali, non è tutto oro quel che luccica

Fin qui tutto bene, ma questa dolcezza sembra avere dei difetti. Il problema fondamentale è che lo sciroppo d’agave ci è stato presentato come la panacea di tutti i mali, ma non è esattamente così.

Lo sciroppo d’agave è costituito per il 90% di fruttosio, che è indicato in diversi studi come responsabile dell’aumento del diabete di tipo II, aumenta il rischio di malattie cardiache e innalza il colesterolo. Inoltre, essendo metabolizzato solo dal fegato, causa, col tempo, steatosi epatica e cirrosi, soprattutto in caso di consumo eccessivo. Non è adatto a chi soffre di diabete, nonostante il basso indice glicemico, poiché inibisce il livello di leptina e può aumentare il livello di trigliceridi nel sangue per la produzione di acido urico, scatenando anche sindromi metaboliche. Inoltre, l’indice glicemico può variare in base al modo di fabbricazione dello sciroppo (raramente indicato sull’etichetta), arrivando in alcuni casi anche allo stesso livello dello zucchero standard.

A essere messo in discussione è anche il modo in cui viene prodotto lo sciroppo d’agave; in quanto, una volta estratto dalla pianta, il succo viene sottoposto a trattamenti chimici ad alte temperature per renderlo utilizzabile come dolcificante e perché possa essere conservato a lungo, trattamenti che però eliminerebbero minerali e vitamine presenti in origine. Da preferire quindi, il prodotto estratto a basse temperature e senza raffinazioni industriali, altra informazione difficilmente rintracciabile nelle etichette, purtroppo. Infine, la quantità di calorie ingerita con un cucchiaino da caffè di agave è uguale a quella della stessa quantità di zucchero comune.

Quindi, bisogna prestare attenzione al prodotto che compriamo, alla quantità che ne usiamo e dobbiamo cercare informazioni prima di credere a tutto quello che viene proposto come soluzione universale a tutti i nostri problemi. In ogni caso, assunto con consapevolezza e in dosi moderate, lo sciroppo d’agave può considerarsi un sostituto dello zucchero comune..

Prugne Umeboshi: proprietà, usi e prodotti

Per primi sono arrivati i cinesi, che già da 3000 anni ne conoscono le qualità, 1500 anni dopo, anche i giapponesi hanno cominciato a valorizzarle; stiamo parlando delle prugne Umeboshi, un frutto che arriva dall’Oriente, ricco di straordinarie proprietà.

Che cosa sono?

Le prugne Umeboshi (il termine di per sé significa: “prugne secche”) sono i frutti dell’albero Ume, scientificamente una varietà asiatica dell’albicocco Prunus Mume, e sono note sia nella variante giapponese: tonde, carnose e dal gusto acidulo, sia nella variante diffusa in Cina e Taiwan: piccole e ovoidali, dal nocciolo grande e dalla pelle più spessa, con sapore amarognolo. L’albero Ume è definito dai popoli orientali “amico del freddo” poiché, insieme al bambù e al pino, fiorisce a febbraio, nel periodo più freddo dell’anno. I frutti raggiungono la loro dimensione massima a giugno e vengono raccolti quando ancora verdi. Poi si fanno essiccare al sole e si mettono sotto sale in barili di legno, dove si lasciano macerare dai 6 mesi a un anno avvolti in foglie di shiso, pianta responsabile del caratteristico colore rosso scuro delle Umeboshi.

A cosa servono?

Le proprietà di queste prugne sono numerosissime, a cominciare dall’elevato contenuto di acido citrico che favorisce l’assorbimento dei minerali alcalinizzanti, come ferro, calcio e fosforo. Nella tradizione giapponese, si considera questo frutto un neutralizzatore del senso di fatica ed è spesso usato dagli sportivi. Si usa anche per problemi digestivi, quali acidità di stomaco e nausea (dovuta anche a gravidanza, mal d’auto o in caso di eccessivo consumo di alcool). L’Umeboshi ha effetti benefici in caso di problemi intestinali, quali diarrea e colite, e ha effetto purificante anche per fegato e reni. Infine, è d’aiuto anche in caso di raffreddori e febbre, per ulcere di stomaco e anemia. Si può usare anche per combattere l’alito cattivo e succhiare un nocciolo di Umeboshi per 3-4 ore è benefico in caso di faringiti. Controindicata in caso di ulcera al duodeno, nelle persone con tiroidismo e problemi di pressione alta, in quanto è un frutto molto salato; per questa stessa ragione, si consiglia in ogni caso di non esagerare nel consumo, ne basta un pezzettino!

Come si usano?

Dalla fermentazione delle prugne Umeboshi si ricava un acidulato di Umeboshi o agro di Umeboshi, una specie di aceto molto salato dal colore purpureo, che si può usare come condimento, proprio come l’aceto o la salsa di soia, per insalate e verdure cotte. Lo si può usare anche semplicemente nell’acqua di cottura, al posto del sale, come insaporitore con il vantaggio di rendere anche i cibi più digeribili. Dalle prugne di può ricavare anche una purea di Umeboshi, una crema saporita che si può usare nella preparazione di salse. Le prugne si possono mangiare anche così come sono e sono commestibili anche i noccioli del frutto, che possono essere arrostiti in forno e ridotti in polvere per ricavarne un rimedio contro disturbi gastrici e intestinali se aggiunto a una tazza di tè.

Dove si comprano?

Si trovano abbastanza facilmente in negozi specializzati in alimentazione naturale e biologica, ma anche al supermercato. Non resta che provarle!

Prodotti ortofrutticoli DOP e IGP

I prodotti ortofrutticoli certificati DOP e IGP in Italia sono molti e denotano una sempre maggior attenzione alla qualità del prodotto da parte del consumatore e della rete vendita.

Ma andiamo a vedere cosa significhi la parola “certificazione” nell’ambito alimentare:
Atto mediante il quale una terza parte indipendente dalle parti interessate (enti di certificazione, laboratori di prova e centri di taratura) attesta con sufficiente livello di fiducia che un determinato prodotto, processo o servizio è conforme a una data norma o regola tecnica.”

Possiamo avere due tipologie di certificazioni:
Cogente: attesta il rispetto delle norme di carattere obbligatorio stabilite per garantire la sicurezza dei prodotti.

Volontaria: si tratta di una scelta dell’impresa che si sottopone a una forma di controllo da parte di un organismo indipendente.

I prodotti ortofrutticoli DOP e IGP, vengono certificati nell’ambito volontario a livello comunitario, quindi è l’Unione Europea che rilascia le certificazioni.

DOP: prodotto originario di quel luogo, con qualità o caratteristiche derivate essenzialmente o esclusivamente dall’ambiente geografico comprensivo dei fattori umani e naturali, viene prodotto, trasformato ed elaborato in quell’area.

IGP: prodotto originario di quel luogo, avente almeno un elemento (qualità, reputazione o altra caratteristica) derivate dall’ambiente geografico, viene prodotto e/o trasformato e/o elaborato nell’area geografica delimitata.

Atlante dei prodotti tipici – Prodotti DOP e IGP

  • Aglio Bianco Polesano DOP – Regione: Veneto Riconoscimento CE: novembre 2009
  • Aglio di Voghiera DOP – Regione: Emilia Romagna Riconoscimento CE: 2010
  • Amarene Brusche di Modena IGP – Regione: Emilia Romagna Riconoscimento CE: ottobre 2009
  • Arancia del Gargano IGP – Regione: Puglia Riconoscimento CE: Reg. CE n. 1017 del 30.08.07 (GUCE L. 227 del 31.08.07)
  • Arancia di Ribera DOP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE: 2011
  • Arancia Rossa di Sicilia IGP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE: Reg.
    CE n.1107/96
  • Asparago Bianco di Bassano DOP – Regione: VenetoRiconoscimento CE: Reg. CE n. 1050 del 12.09.07
  • Asparago di Badoere IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE: 2010
  • Asparago Bianco di Cimadolmo IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE: Reg. CE n. 245/02
  • Asparago verde di Altedo IGP – Regione: Emilia-RomagnaRiconoscimento CE: Reg. CE n. 492/03
  • Basilico Genovese DOP – Regione: LiguriaRiconoscimento Reg. CE n. 1623/05
  • Cappero di Pantelleria IGP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE: Reg.
    CE n.1107/966
  • Carciofo Brindisino IGP – Regione: PugliaRiconoscimento CE: 2011
  • Carciofo di Paestum IGP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE: Reg.
    CE n.465/04
  • Carciofo Romanesco del Lazio IGP – Regione: LazioRiconoscimento CE: Reg.
    CE n. 2066/02
  • Carciofo spinoso di Sardegna DOP – Regione: SardegnaRiconoscimento CE: 2010
  • Carota dell’Altopiano del Fucino IGP – Regione: AbruzzoRiconoscimento CE: Reg. CE n. 148/2007
  • Castagna del Monte Amiata IGP – Regione: ToscanaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE 1904/00
  • Castagna di Cuneo IGP – Regione: PiemonteRiconoscimento CE:
    1050/2007 del 12 settembre 2007
  • Castagna di Montella IGP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.1107/96
  • Castagna di Vallerano DOP – Regione: Lazio (Viterbo)Riconoscimento CE:  Reg.
    CE pubblicato sulla GU dell’8 aprile 2009
  • Ciliegia dell’Etna DOP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE: 2011
  • Ciliegia di Marostica IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE: Reg. CE n. 245/02
  • Ciliegia di Vignola IGP – Regione: Emilia RomagnaRiconoscimento CE: 2012
  • Cipolla Rossa di Tropea Calabria IGP – Regione: CalabriaRiconoscimento CE: Reg. CE n. 284 del 27.03.08
  • Cipollotto Nocerino DOP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE: Reg. CE 656 del 10 luglio 2008
  • Clementine del Golfo di Taranto IGP – Regione: PugliaRiconoscimento CE: Reg. CE n. 1665/03
  • Clementine di Calabria IGP – Regione: CalabriaRiconoscimento CE: Reg.
    CE n. 2325/97
  • Farina di Neccio della Garfagnana DOP – Regione: ToscanaRiconoscimento CE: Reg.
    CE n. 465/04
  • Ficodindia dell’Etna DOP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE: Reg.
    CE n. 1491/03
  • Ficodindia di San Cono DOP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE: 2012
  • Fico bianco del Cilento DOP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE: 2005
  • Fichi di Cosenza DOP – Regioni: CalabriaRiconoscimento CE: G.U. della Unione Europea – Serie L 162 del 22 giugno 2011
  • Fungo di Borgotaro IGP – Regioni: Emilia-Romagna, ToscanaRiconoscimento CE: Reg.
    CE n.1107/96
  • Insalata di Lusia IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE: 2009
  • Kiwi Latina IGP – Regione: LazioRiconoscimento CE: Reg. CE n. 1486/04
  • La Bella della Daunia DOP – Regione: PugliaRiconoscimento CE: Reg.
    CE 1904/00
  • Limone Costa d’Amalfi IGP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE:  Reg. CE n. 1356/011
  • Limone di Rocca Imperiale IGP – Regione: CalabriaRiconoscimento CE: 2011
  • Limone di Siracusa IGP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE: 2010
  • Limone di Sorrento IGP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE:  Reg. CE n. 2446/00
  • Limone Femminello del Gargano IGP – Regione: PugliaRiconoscimento CE:  Reg. CE n. 148/07
  • Limone Interdonato Messina Jonica IGP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE:  2009
  • Marrone di Caprese Michelangelo DOP – Regione: Emilia-RomagnaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n. 1237/09
  • Marrone di Castel del Rio IGP – Regione: Emilia-RomagnaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n. 1263/96
  • Marrone di Combai IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE: novembre 2009
  • Marrone del Monfenera IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE: 2009
  • Marrone del Mugello IGP – Regione: ToscanaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n. 1263/96
  • Marrone di Roccadaspide IGP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE: Reg. CE n. 284 del 27.03.08
  • Marrone di San Zeno DOP – Regione: VenetoRiconoscimento CE:  Reg.
    CE  n. 1979/03
  • Marrone della Val di Susa IGP – Regione: PiemonteRiconoscimento CE:  2010
  • Mela Alto Adige o Sudtiroler Apfel IGP – Regione: Provincia Autonoma di BolzanoRiconoscimento CE:  Reg. CE n. 1855/05
  • Mela Rossa di Cuneo IGP – Regione: PiemonteRiconoscimento CE:  2012
  • Mela di Valtellina IGP – Regione: LombardiaRiconoscimento CE:  2010
  • Melannurca Campana IGP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE:  n. 417/06
  • Melanzana Rossa di Rotonda DOP – Regione: BasilcataRiconoscimento CE: 2010
  • Mela Val di Non DOP – Regione: Prov. Autonoma di TrentoRiconoscimento CE:  Reg. 2004
  • Melone Mantovano IGP – Province di Mantova, Cremona, Modena, Bologna e FerraraRiconoscimento CE:  Reg. 2014
  • Nocciola di Giffoni IGP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.2325/97
  • Nocciola del Piemonte IGP – Regione: PiemonteRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.1107/96
  • Nocciola Romana DOP – Regione: LazioRiconoscimento CE: Reg. CE n. 667/2009
  • Oliva Ascolana del Piceno DOP – Regioni: Marche – AbruzzoRiconoscimento CE:  Reg. CE n. 1855/05
  • Oliva Nocellara del Belice DOP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.134/98
  • Patata dell’Alto Viterbese IGP – Regione: LazioRiconoscimento CE:  2014
  • Patata della Sila IGP – Regione: CalabriaRiconoscimento CE: Reg. UE n. 898 del 08.10.10 (GUUE L. 266 del 09.10.10)
  • Patata di Bologna DOP – Regione: Emilia-RomagnaRiconoscimento CE:  2009
  • Patata Rossa di Colfiorito IGP – Regione: Umbria – MarcheRiconoscimento CE:  2015
  • Peperone di Pontecorvo DOP – Regione: LazioRiconoscimento CE: 2010
  • Peperone di Senise IGP – Regione: BasilicataRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.1263/96
  • Pera Emilia Romagna IGP – Regione: Emilia-RomagnaRiconoscimento CE:  Reg. CE n.134/98
  • Pera tipica Mantovana IGP – Regione: LombardiaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.134/98
  • Pescabivona IGP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE: 2014
  • Pesca di Leonforte IGP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE: 2010
  • Pesca e Nettarina di Romagna IGP – Regione: Emilia-RomagnaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.134/98
  • Pesca di Verona IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE:  gennaio 2010
  • Pistacchio Verde di Bronte DOP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE:  Reg. UE 21 del 12 gennaio 2010
  • Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE: Reg. UE n. 1238 del 11.12.09
  • Pomodoro di Pachino IGP – Regione:  SiciliaRiconoscimento CE:  Reg. CE n. 617/2003
  • Pomodoro di San Marzano dell’Agro Sarnese-Nocerino DOP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.1263/96
  • Radicchio di Chioggia IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE: Reg. CE n 1025 del 17.10.2008 – GUCE L. 277 del 18/10/2008
  • Radicchio Rosso di Treviso IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.1263/96
  • Radicchio Variegato di Castelfranco IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.1263/96
  • Scalogno di Romagna IGP – Regione: Emilia-RomagnaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.2325/97
  • Sedano Bianco di Sperlonga IGP – Regione: LazioRiconoscimento CE:  Reg. UE n. 222 del 17.03.10 (GUUE L. 68 del 18.03.10)
  • Susina di Dro DOP – Regione: Trentino-Alto AdigeRiconoscimento CE:  2011
  • Uva da tavola di Canicattì IGP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.2325/97
  • Uva da tavola di Mazzarrone IGP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE:  Reg. CE n. 617 del 04.04.03 (GUCE L. 89 del 05.04.03)
  • Uva di Puglia IGP – Regione: PugliaRiconoscimento CE:  pubblicazione GUCE ottobre 2011

La farina di glutine è lo sfarinato del glutine di grano. Si ottiene con il medesimo procedimento con cui si estrae il glutine per fare il seitan.
Viene formato un impasto di acqua e farina che viene poi sciacquato sott’acqua fino ad allontanare tutto l’amido per rimanere solo con il glutine.
Quest’ultimo viene fatto asciugare lentamente e poi sfarinato.
La farina di glutine può essere impiegata per fare il seitan in modo veloce oppure per preparare impasti proteici: riesce a formare un gel proteico come farebbero le albumine dell’uovo. Serve anche a rinforzare farine non abbastanza proteiche.

Dopo aver mangiato, sento sempre il bisogno di bere un caffè, ma da anni in famiglia abbiamo optato per il caffè decaffeinato perché quello normale è troppo forte. Tuttavia, esiste un’alternativa ancora migliore, totalmente priva di caffeina, lo Yannoh.

Il caffè senza caffeina

Lo yannoh, o caffè yannoh, è una miscela di 5 cereali tostati e 4 erbe selvatiche abbrustolite, la cui ricetta originale è stata ideata da Georges Ohsawa, giapponese considerato il fondatore della macrobiotica. A seconda del produttore, gli ingredienti della miscela possono essere orzo, cicoria, segale e ghiande, le quali possono essere sostituite dai ceci. Il risultato è una bevanda dal sapore simile al caffè, molto gradevole e deciso, più intenso del comune caffè d’orzo, ma soprattutto totalmente privo di caffeina (a differenza del normale caffè decaffeinato che ne contiene comunque una piccola percentuale).

Parlando di valori nutrizionali, 100gr di prodotto corrispondono a 380Kcal, 90gr di carboidrati, 3,8gr di proteine e 0,3gr di grassi.

Proprietà

Il caffè yannoh è una bevanda nutriente e tonificante, si consiglia a chi soffre di emicrania cronica e è un’ottima alternativa al caffè o al tè per chi non vuole assumere caffeina o per chi soffre di ipertensione o altre patologie che sconsigliano l’uso di caffè in quanto eccitante. È utile per combattere la stitichezza e in tutti i casi di digestione difficile, essendo realizzato con cereali di alta qualità. Infine è indicato per le persone malate e per studenti e tutti coloro che svolgano molta attività intellettuale.

Dove si trova

Lo Yannoh viene venduto macinato (e per la preparazione possiamo usare la stessa moka che usiamo per il caffè standard), oppure solubile. Si trova in negozi biologici, in particolare la varietà solubile. Si trova anche la versione per moka, anche se con più difficoltà, in negozi macrobiotici specializzati o ristoranti con cucina macrobiotica. Si trovano anche ricette per prepararlo in casa.

Il prezzo non è contenuto, ma può essere un regalo che ci si concede. Un caffè speciale, con tutto il gusto della bevanda che tanto ci piace, ma senza gli effetti negativi della caffeina!