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Sono sicuro che se dico tè voi rispondete Londra. I più raffinati penseranno al tè verde, al Giappone, al sencha, alla pratica zen, al buddhismo. Non scherziamo! Tè significa Inghilterra. Simbolo di una nazione che non lo produce né l’ha inventato ma, più prosaicamente, lo consuma, il tè a Londra è di uno di quegli scherzi della storia, che crea connessioni là dove la natura tace, che permette di vedere orizzonti più lontani, verso oriente.

Il tè non è simbolo come lo sono il cioccolato o la pizza. Non rinvia alla maestria degli artigiani svizzeri né alla fantasia italiana nell’utilizzo di prodotti locali: il tè è il simbolo dell’orgoglio di una nazione commerciale, che l’ha conquistato con la politica, l’iniziativa privata e, perché no?, la forza.

Non a caso la rivoluzione americana è legata alla distruzione di un carico di tè: quel processo che porta una semplice colonia a opporsi alla madrepatria e a trasformarsi nella più grande potenza mondiale contemporanea, scoppia quando un gruppo di coloni, travestiti da pellerossa, svuota la stiva del “Darthmouth”, buttando a mare, per la gioia e l’insonnia dei pesci, 45 tonnellate di tè inglese. È la notte del 16 dicembre 1773, siamo nel porto di Boston e gli americani cominciano a bere caffé per dispetto. Ma il tè, ancor prima che imporlo agli americani, gli Inglesi l’hanno strappato con fatica alla tradizione cinese.

“Per placare la sete si beve acqua, per dare conforto alla melanconia si beve vino, per scacciare il torpore e la sonnolenza si beve tè”. Sono parole di Lu Yu, autore del Chajing, il più antico trattato sul tè composto tra il 758 e il 760 d.C. “Scacciare il torpore”: proprio ciò di cui i monaci buddhisti hanno bisogno nelle lunghe meditazioni, e così la diffusione della bevanda in Cina va di pari passo con la costruzione dei templi. All’inizio il suo aspetto è diverso da quello che vediamo oggi: si tratta di un decotto non filtrato, una sorta di zuppa. Poi passano il tempo e le tradizioni, e il tè infuso, come lo conosciamo, si afferma definitivamente durante la dinastia Ming (1368-1644), quella dei vasi per intendersi… La fortuna estera comincia nel 805-806 con l’esportazione in Giappone dove, soprattutto dalla fine del secolo XII, bere il tè diventa un vero rito religioso.

Gli inglesi, invece, arrivano tardi. I primi europei ad apprezzarlo sono anzi i gesuiti portoghesi che, nella seconda metà del cinquecento, fraternizzano coi monaci buddhisti; tocca poi ai commercianti olandesi portarlo in Europa e in Inghilterra agli inizi del seicento.

Intanto, nel 1662, il re d’Inghilterra Carlo II sposa una principessa portoghese, Caterina di Braganza, che porta con sé una consistente dote, l’apertura degli empori portoghesi alle navi britanniche, e una nuova abitudine: bere il té. È l’inizio di un amore sincero e duraturo, non tra i due sovrani a dire il vero, ma tra la bevanda e gli inglesi. È vero che i prezzi sono ancora proibitivi (il costo di una tazza ammonta allo stipendio di quattro mesi di un domestico ben pagato), ma lentamente le cose cambiano. Nel 1717 un certo Thomas Twinings apre la prima bottega in Europa interamente dedicata al tè, nel centro di Londra.

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L’Inghilterra intanto si impone in Asia e conquista il mercato di Canton. Cosa non da poco, visto che Canton è l’unico emporio cinese aperto agli europei fino al 1842; e visto che, a differenza di altre bevande esotiche (cioccolato e caffé in primis), il tè rimane a lungo un monopolio straniero, cinese appunto. 

Ma in cambio dei suoi prodotti la Cina vuole solo lingotti d’argento: non c’è interesse per le merci europee e non v’è modo di instaurare uno scambio reciproco. L’Inghilterra allora si scervella e trova l’unico prodotto che sembra attrarre i cinesi: l’oppio, il cui commercio sarà proibito dal governo di Pechino e imposto da Londra con la forza, mentre su un altro fronte si sperimenta la produzione di tè in India. Alla fine, negli anni 30 dell’ottocento, il primo blend indiano arriva in Europa, segnando il crollo del monopolio cinese e inaugurando la definitiva fortuna dell’infuso in Inghilterra.

Portato a casa con il sudore della lotta commerciale e il sangue delle guerre dell’oppio, il tè si fa simbolo; impregna l’acqua degli inglesi di un sapore di gloria che nessuna bevanda può eguagliare, e lo fa fino in fondo: con l’immancabile retrogusto un po’ amaro, che conduce la mente alle perdute colonie di una “nuova Inghilterra” che non è più inglese, che non esiste più: perché non beve più il tè.

Chi ha detto che servono solo per decorare case e giardini, spesso, anche se non sempre, l’idea che si ha di un fiore riconduce a due sensi, la vista e l’olfatto. Eppure alcuni si possono anche mangiare!

Alcuni di voi penseranno che non sia per niente una gran scoperta, la mia; l’uso dei fiori edibili in cucina non è una pratica recente. Molte civiltà, tra cui la cinese, l’indiana, la greca, fanno uso dei fiori nelle ricette della propria tradizione culinaria. Anche i romani li usavano nei loro piatti e i fiori di zucca sono una prelibatezza!

Ci sono ben 50 specie di fiori commestibili, alcune di consumo abituale, come i carciofi, i cavolfiori, lo zafferano o i già citati fiori di zucca, e un’analisi delle loro caratteristiche nutrizionali rivela che molte sono le sostanze nutritive, come minerali, proteine e vitamine (in particolare A e C), buona la presenza di antiossidanti, per la presenza di flavonoidi e carotenoidi, mentre pochi sono i grassi. Tuttavia, prima di addentrarci nella scoperta dei fiori che si possono mangiare, ci sono delle annotazioni da fare.

  • Non tutti i fiori sono commestibili, quindi informatevi prima di mettere un buquet nel vostro piatto, alcuni possono essere velenosi!
  • Non abusatene, tendono a scatenare reazioni allergiche, in particolare in soggetti sensibili e vulnerabili. Ad esempio, donne in gravidanza, chi soffre di allergie o di attacchi d’asma dovrebbero evitare di inserirli nella propria dieta.
  • Evitate i fiori colti per strada o nei giardini pubblici e anche quelli del fiorista, con tutta probabilità sono stati trattati con agenti chimici o pesticidi. Meglio coltivarli da sé!
  • Mangiate solo i petali, polline, pistilli e gambi sono da rimuovere.

In poche parole, il messaggio è: non improvvisate! Andiamo quindi a scoprire i fiori buoni da mangiare:

Borragine: dal gusto simile al cetriolo si usa in insalate, zuppe o ripieni

Calendula: dal sapore un po’ piccante, si usa per condire paste e risotti, zuppe e minestroni, ma anche insalate.

Camomilla: dal sapore dolce, simile a quello della margherita (pensate all’infuso…)

Cicoria: un po’ amaro, petali e boccioli sono buoni in salamoia

Crisantemo: ricco di potassio, Il sapore va dal piccante al pungente

Dente di leone (tarassaco): i boccioli si possono mettere sottaceto e si può fare una salsa che si sposa bene con la pasta

Fiori di zucca: attenzione a rimuovere sempre gli stami prima di usarli in una delle numerose ricette tipiche della cucina italiana di cui sono protagonisti

Garofano: buona fonte di potassio, i petali sono dolci e aroma profumato, si usa per preparare liquori, ma anche come condimento per risotti e per guarnire biscotti e pasticcini.

Gelsomino: si usa nel tè e nei dolci

Lavanda: dal gusto dolce e speziato, a Marsiglia si usa anche per fare i biscotti.

Rosa: i petali hanno un sapore ideale per preparare marmellate, sciroppi, liquori e cocktail, ma si usano anche in insalate, risotti e crostate.

Sambuco: i fiorellini di sambuco, profumano non solo le tisane, ma le marmellate e rendono speciali anche paste e risotti.

Verbena odorosa: buona per il tè e nei dolci, sa di limone

Viola: dal sapore delicato di menta, ricca di potassio, si usa in insalate, pasta, piatti a base di frutta e bibite

Questi sono solo alcuni esempi, ma ce ne sono molti altri. L’uso in sciroppi, liquori o tisane è incredibilmente diffuso. In cucina, possono essere una nota in più in insalate e zuppe, un condimento per paste e risotti, alcuni sono ottimi per i dolci, le marmellate e i biscotti, con altri si possono creare sorbetti, yogurt o gelati. Altro che semplice ornamento!

Tè verde e salute

Il tè verde, oltre a essere un’ottima bevanda, è un alimento ricchissimo di sostanze nutritive e benefiche per la nostra salute.
A differenza del tè nero, che subisce un processo di ossidazione, il tè verde, anche dopo l’essicazione, mantiene le sue sostanze nutritive.
Quali sono tutte le sostanze benefiche contenute nel tè verde? Vediamole una a una:

Polifenoli

I polifenoli presenti nel tè verde hanno un forte potere antiossidante, all’incirca di 30 volte superiore a quello della vitamina E. Inoltre, alcune ricerche condotte sui polifenoli del tè verde stanno provando la capacità di interferire o rallentare la mutazione cancerosa delle cellule.

Vitamine

Nel tè verde troviamo la vitamina C, che fortifica le nostre difese immunitarie e rallenta l’invecchiamento cellulare. Oltre alla vitamina C, troviamo nel tè verde, anche la vitamina A, ottima alleata nel miglioramento della vista e nella creazione di glicoproteine che proteggono le mucose e la pelle. Le vitamine del gruppo B (B1,B2, B3, B7) sono anch’esse presenti e molto importanti per rafforzare i nostri tessuti epiteliali e favorire la formazione dei neurotrasmettitori. Infine, nel tè verde, sono presenti la vitamina E e il betacarotene con funzione antiossidante e la vitamina K fondamentale per la coagulazione sanguigna.

Alcaloidi

Gli alcaloidi sono dei composti organici azotati, utili al nostro organismo in quanto danno energia. Nel tè verde troviamo tre alcaloidi: la caffeina (3%), la teofillina (0,03%) e la teobromina (0,17%). La caffeina (o teina) favorisce la diuresi e ha effetti stimolanti sul nostro sistema nervoso.

Minerali

I minerali e gli oligominerali contenuti nel tè verde sono moltissimi: potassio, fluoro, zinco, magnesio, oltre a fosforo, calcio, sodio e manganese.

I benefici che questi elementi contenuti nel tè verde possono portare alla nostra salute sono molteplici. Dalla prevenzione delle patologie del sistema cardio-circolatorio, all’azione protettiva antitumorale che interviene rallentando la metastasi, dalla funzione antibatterica nel cavo orale, alla migliorata digestione, dagli effetti benefici in caso di diete dimagranti (grazie all’effetto diuretico e la riduzione dell’assorbimento dei grassi) fino alla prevenzione di disturbi quali osteoporosi, pressione alta e iperglicemia.

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Il tè Kombucha: il lato fascinoso dei batteri!

Al gusto risulta una bevanda piacevole e rinfrescante, che ricorda vagamente il siero di mele: di antica provenienza orientale, il tè Kombucha ha la fama di possedere innumerevoli proprietà
benefiche per l’organismo umano.

Le origini

I primi consumi del tè Kombucha risalgono al 250 A.C. in Cina, ma la fama di elisir di lunga vita arrivò qualche tempo dopo, nel 141 A.C. In quell’anno l’imperatore giapponese Inkio guarì dalle sofferenze digestive grazie al medico coreano Kombu, che utilizzò proprio il prezioso Kombucha. Alla fine del Novecento, la curiosità verso il mondo orientale permise la diffusione della bevanda in Russia, per poi proseguire verso l’Europa.

Conosciamolo meglio

Il Kombucha prende vita dalla simbiosi tra lieviti e batteri. Tramite il processo di fermentazione, il lievito trasforma una parte dello zucchero in alcool e anidride carbonica, mentre i microrganismi convertono la restante parte in cellulosa; grazie a quest’ultima si crea un disco (chiamato
comunemente “Fungo del Kombucha”) resistente e gelatinoso. Il fungo vive in una soluzione di tè zuccherato destinata a trasformarsi nella bevanda Kombucha. Se adeguatamente coltivato questo disco si moltiplica costantemente, restando utilizzabile.

Le proprietà

Gli studi più menzionati circa le virtù del Kombucha sono stati condotti in Russia dall’Università di Omsk e in Germania dal Dottor Sklenar, il quale usò il Kombucha per curare diabete, problemi digestivi, reumatismi, e gotta.
I ricercatori hanno relazionato al bere Kombucha benefici riguardo a pelle, vista, artriti e disturbi del sonno; viene inoltre scoraggiata la formazione del cancro, di malattie cardiovascolari, articolari e del fegato, aiutando altresì a perdere peso in eccesso.
Nel mondo accademico svariati esperti, tra cui la dottoressa Williams della British Nutrition Foundation, affermano che non ci sono evidenze scientifiche a conferma delle utilità del tè Kombucha; in aggiunta avvertono che, se riposto in un contenitore di ceramica, può generare sostanze tossiche. In mancanza di tesi assodate, risulta d’obbligo porre molta cautela nell’assunzione, ricordando che effetti benefici per taluni, possono essere molto dannosi per altri. L’invito è pertanto quello di rivolgersi preventivamente al proprio medico.

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