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Siamo quel che mangiamo

Siamo quel che mangiamo, nulla di più vero. Ci sono cibi molto appetitosi che poi, dopo averli mangiati o dopo esserci abbuffati, ci fanno sentire tutt’altro che bene. Altri cibi, invece, già dal primo morso ci stupiscono per loro freschezza, con il loro colore, sapore e profumo ci rievocano ricordi e momenti felici. A proposito di questo, abbiamo deciso di prendere come spunto di riflessione, questo passaggio del libro Spegni il fuoco della rabbia di Thich Nhat Hanh, edito da Oscar Mondadori. Secondo noi ciò che viene espresso in questi paragrafi è assolutamente in linea con il sentimento di benessere che prova chi acquista cibo e mangia in modo consapevole e sostenibile.

Mangiare la sofferenza

E voi, che ne pensate? “La rabbia, la frustrazione e la disperazione che proviamo sono strettamente connessi con il nostro corpo e con il cibo che ingeriamo. Per proteggerci dalla rabbia e dalla violenza, dunque, dobbiamo elaborare una strategia alimentare, una strategia dei consumi. Mangiare fa parte della cultura: il modo in cui si coltivano gli alimenti, il tipo di alimenti che si mangiano e come vengono consumati sono aspetti della cultura. Le scelte che compiamo possono generare pace e alleviare la sofferenza. Il cibo che ingeriamo può avere un ruolo molto importante nella nostra collera: potrebbe contenere la collera. Quando mangiamo la carne di un bovino con il morbo della mucca pazza, la rabbia è presente nella carne. Quando mangiamo un uovo o un pollo, sappiamo che anch’essi possono contenere molta rabbia: stiamo mangiando rabbia, per questo poi esprimiamo rabbia.

Allevamento intensivo di polli

Al giorno d’oggi i polli crescono in moderni stabilimenti di allevamento intensivo in cui non possono camminare, correre, cercare il becchime sul terreno, ma vengono nutriti unicamente dagli uomini. Sono prigionieri in gabbie strette dove non possono neanche muoversi; devono stare fermi giorno e notte. Immaginate di non avere il diritto di camminare o di correre; immaginate di dover stare fermi giorno e notte sempre nello stesso posto: da impazzire! Infatti: i polli impazziscono. Per far produrre più uova alle galline gli allevatori creano giorni e notti artificiali: l’allevamento viene illuminato in modo da simulare giorni e notti più brevi, così le galline credono in anticipo che sia passata un’altra giornata e a parità di tempo depongono più uova. In breve si riempiono di frustrazione, di sofferenza, di rabbia, sentimenti che esprimono attaccando la compagna affianco a beccate e ferendosi a vicenda: si beccano a sangue, si fanno del male, a volte si uccidono. Allora gli allevatori tagliano il becco alle galline, per evitare che si attacchino per la gran frustrazione. Quando mangi la carne o le uova di queste galline, dunque, tu mangi rabbia e frustrazione. Perciò sii consapevole: fai attenzione a quello che mangi. Se mangi rabbia, diventerai rabbia ed esprimerai rabbia. Se mangi disperazione, esprimerai disperazione. Se mangi frustrazione, esprimerai frustrazione. Dobbiamo comprare verdura cresciuta con metodi di coltivazione biologica: costa di più, è vero, ma in compenso possiamo mangiarne di meno. Possiamo imparare a mangiare meno.” Thich Nhat Hahn è un monaco buddista e attivo pacifista, di origini vietnamite costretto all’esilio per trent’anni. Oggi vive in Francia dove insegna l'”arte della consapevolezza”, è scrittore di poesie e nel 1967 è stato candidato al premio Nobel per la pace da Martin Luther King Jr.

Molti si chiedono perché non mangiare le uova costituisca una regola d’oro della dieta vegana e perché tuorli e albumi non compaiano in nessuna ricetta vegana. L’uovo non fecondato in fondo non è un essere vivente e, a prima vista, il nutrirsene non rappresenta un atto contrario a un’etica cruelty free. Tuttavia la faccenda è in realtà più complessa e esistono almeno tre buone ragioni per evitare le uova.

Ecco allora perché non mangiare le uova è la scelta giusta:

1) Perché l’industria delle ovaiole e l’industria dei polli da carne sono la stessa industria. Una gallina ovaiola produce uova per circa due anni e poi, poiché la sua produttività diminuisce, viene mandata al macello per finire sulle tavole dei carnivori. Se allora siete vegetariani e non mangiate carne di pollo per evitare di uccidere galli e galline forse vi conviene considerare la possibilità di evitare anche le uova: perché non mangiare le uova è il solo modo per risparmiare la vita delle galline che le depongono.

2) Per il benessere degli animali. La gallina ovaiola può essere allevata in diversi modi, ma nessuno di questi permette all’animale di esprimere completamente il suo comportamento naturale. Se è allevata in gabbia passa l’intera vita in uno spazio minuscolo, generalmente delle dimensioni di circa un foglio A4, dove letteralmente impazzisce. Se è allevata a terra vive in un capannone a una densità di dieci esemplari circa per metro quadro, eternamente al chiuso. Se invece è allevata all’aperto ha maggior fortuna. Le galline allevate all’aperto dispongono dello stesso spazio al chiuso delle galline allevate a terra, ma hanno un accesso all’esterno che rende disponibili circa 4 metri quadri per esemplare. Se poi l’allevamento è biologico lo spazio esterno sarà sempre di 4 metri per animale, ma quello interno aumenterà per raggiungere una densità di circa sei galline per metro quadro. Il consiglio è, se proprio non volete rinunciare, quello di comprare uova bio: perché non mangiare le uova provenienti da un allevamento in gabbia o a terra è già un passo avanti. Con la consapevolezza che comunque questo non salva la vita della gallina.

3) Per rispetto nei confronti della vita dei pulcini. Si tratta della ragione decisiva per non mangiare uova, nemmeno quelle biologiche. Vi siete mai chiesti che fine fanno i pulcini maschi negli allevamenti di ovaiole? Per “costruire” la macchina da uova un allevatore deve far nascere pulcini femmina. Ma come fa a ottenre solo pulcini femmine? Non fa. O meglio: fa nascere quello che nasce e poi seleziona ed elimina i maschi gasandoli o tritandoli vivi. Il video choc degli attivisti di “mercy for animals” ha fatto il giro del mondo e anche in Italia si sono spesi molti articoli sul tema (tra le testate che se ne sono occupate ricordo “Il Corriere della Sera“, “Il fatto quotidiano“, “Il mattino“, “Il gazzettino“). E così molti hanno aperto gli occhi sul perché non mangiare le uova che provengono da questa orrenda filiera è un’azione compassionevole. Nessuna smentita sui metodi di eliminazione è infatti venuta dall’industria: segno che non c’è purtroppo nulla da smentire. Del resto le direttive europee prevedono tranquillamente che i pulcuni vengano uccisi col gas o col tritacarne. E se vi state chiedendo perché i maschi non siano utilizzati per farne dei polli, la risposta è che si tratta di una razza poco produttiva rispetto alla comune razza da carne. Non è redditizio allevarli: costerebbero troppo e nessuno li comprerebbe.

Ecco perché non magiare le uova fa parte di uno stile di vita vegan e cruelty free!

Perchè magiare le uova signfica sfruttare e uccidere le galline che le producono, significa prendersi gioco della vita. Perché la vita dei milioni di pulcini tritati appena nati deve far davvero riflettere sul nostro perverso rapporto con la natura e sulla follia di una civiltà che ha perso la misura delle cose.

se niente importa recensione

“Se niente importa”, dello scrittore americano Jonathan Safran Foer,  è ormai un classico della cultura animalista. Si tratta di un’inchiesta sulla crudele realtà dei macelli americani: un libro che è allo stesso tempo un romanzo dell’orrore e un compendio di logica. Esagero? Forse, ma il racconto delle contraddizioni che stanno dietro al cibo che ingeriamo non poteva essere fatto in modo più lucido e insieme più agghiacciante.

se niente importa recensione

La realtà dei macelli non è un’opinione, per quanto spesso la si voglia far passare per tale. E la militante animalista che accompagna l’autore in una visita clandestina a un allevamento di tacchini lo sa bene. Non sa se Foer scriverà pro o contro la sua causa, ma conosce fin troppo bene la potenza della verità. “Io non ti conosco – dice a rivolta a Jonathan – non so che tipo di libro scriverai. Ma se in qualche misura farà conoscere ciò che succede negli allevamenti intensivi, sarà solo positivo. In questo caso la verità è così potente che la prospettiva da cui ti poni non ha importanza.” Il primo filo conduttore del libro è quindi questo: dire tutta la verità, solo la verità e nient’altro che la verità. Perché come pensavano i greci la verità, a patto che sia libera di mostrarsi, non ha bisogno di avvocati.

E se vi state chiedendo che cosa ci sia mai da sapere ancora sugli allevamenti intensivi che già non si sappia credetemi: non si è mai finito di imparare. Forse è noto che i polli allevati intensivamente sono animali “sovradimensionati, imbottiti di farmaci”, “deformi” e stipati “in una stanza lurida e incrostata di escrementi”. Forse. Ma è probabile che non sappiate che il 95 per cento di questi polli sono contaminati da Escherichia coli (un indicatore di contaminazione da feci appunto), e che “tra il 39 e il 75 per cento della carne di pollo che arriva sui banchi dei negozi ne è ancora infetta.” Che tutto ciò sia perché le feci, classificate un tempo come “sostanza contaminante pericolosa”, “sono ora classificate come ‘difetto estetico’”? Potrebbe venire il dubbio quantomeno… Intanto chi vende carne si preoccupa che i consumatori non si accorgano che ciò che mangiano non ha “proprio il sapore giusto” e per tale ragione le carni vengono “iniettate (o gonfiate) di ‘brodi’ e soluzioni saline”.

Ancora, può essere interessante essere informati sul fatto che la Smithfield, una delle più grandi aziende produttrici di carne sia stata sanzionata nel 1997 per un complessivo di settemila violazioni (venti al giorno circa), in particolare riguardanti lo scarico nei fiumi di sostanze illegali. Qui Foer fa un’osservazione che varrebbe la pena di essere citata nei migliori trattati di logica: “Una violazione può essere un caso. Anche dieci potrebbero esserlo. Settemila violazioni sono un piano.”

Ecco cosa c’è ancora da sapere. Il libro di Foer andrebbe imparato a memoria, passo per passo, perché ogni pagina è densa di informazioni da non dimenticare mai. Quantomeno un libro che ogni buon vegetariano o vegano dovrebbe avere a portata di mano ogniqualvolta sia tentato da una fettina di qualche cosa che abbia respirato e che sia passato attraverso quegli inferni terrestri.

Ma “Se niente importa” dice molto di più di quello che vi troviamo di fatto scritto. Non è, in altre parole, solo un libro ricco di informazioni. E’ anche, e soprattutto, un libro che dà da pensare: come il suo titolo, il cui senso si legge alla luce di un aneddoto narrato a conclusione del primo capitolo. È la nonna dell’autore che racconta di come, durante l’ultima grande guerra, fosse costretta a mangiare rovistando nella spazzatura. Di come avesse incontrato un uomo che, vedendola moribonda per la fame, gli avesse offerto un pezzo di carne di maiale. Di come, alla fine, lei avesse rifiutato quell’offerta di salvezza in nome della sua fede ebraica: perché, eccolo il titolo, “se niente importa, non c’è nulla da salvare”. Un discorso che può sembrare la quintessenza del bigottismo ma che è, al contrario, la radice di ogni autentica scelta morale. Perché la dignità e il senso della vita umana stanno nel poter scegliere di sacrificare la propria vita in nome di valori superiori, quali che essi siano.

Il titolo del libro non a caso coincide con la sua conclusione. Con abile espediente retorico l’autore torna nel finale sull’espressione della nonna e le ultime battute mettono finalmente in chiaro quale sia per lui il senso di quelle parole. Si tratta di una lettura profonda e sudata, intrigante, giunta alla fine di un opera davvero titanica e ammirevole. E tuttavia una lettura che ha un piccolo difetto… quello di non cogliere nel segno! …Ovviamente scherzo, ma anche questo è importante in un bel libro: che dica al lettore qualcosa che al suo autore era sfuggito. E Foer ci è riuscito.

“Fatti e cifre sugli animali che mangiamo”: così si presenta il Meat Atlas, un’agghiacciante cronaca del mondo dell’industria che tratta gli animali, pubblicata da Heirich Boell Stiftung. Il testo è disponibile gratuitamente sul web in versione pdf, e offre a ognuno di noi ottime ragioni per schierarsi contro la produzione industriale di carne e derivati animali. Non si tratta solo del benessere di mucche, maiali e galline ma di un intero sistema che sta distruggendo il pianeta, sotto ogni aspetto.

In ogni capitolo troviamo, detta senza fronzoli, del marcio… Molto a dire il vero. A partire dalle pessime condizioni dei lavoratori di quelle fabbriche, la cui coscienza viene giornalmente violentata dalla crudeltà delle loro mansioni. Alla densità invivibile dei macelli che costituisce il paradiso di virus e batteri. Al fatto che, per controllare queste epidemie latenti, l’industria utilizza tonnellate di antibiotici che, ovviamente, portano allo sviluppo di super batteri che resistono ai trattamenti. E non c’è da illudersi che vi sia una qualche forma di moderazione nell’uso di medicinali, perché nei macelli questi servono non solo a curare ma anche, e soprattutto, a far crescere più velocemente gli animali.

Il racconto procede serrato: c’è l’acqua che viene utilizzata in quantità enormi per produrre il foraggio, e che viene altrettanto inquinata da iper-fertilizzazione e antibiotici. E c’è una zona morta, nel Golfo del Mississippi, di 20,000 chilometri quadrati in cui pesci e crostacei non possono sopravvivere, a causa proprio delle fertilizzazioni eccessive. C’è la carne confezionata sotto vuoto, riempita di ossigeno, in modo che appaia rossa anche se in realtà è stata in magazzino per diversi giorni. E c’è la guerra dei prezzi che genera periodici scandali: etichettature ingannevoli in cui carne di cavallo è venduta come manzo, uso di ormoni, vendita dopo la scadenza ecc.

E intanto i cittadini, oltre che essere presi per il culo, pagano. Pagano il danno ambientale, pagano le industrie, molto spesso finanziate dallo stato all’ottuso grido di “maggiore la compagnia, maggiore il finanziamento”. Per non parlare della perdita di biodiversità. Non si tratta solo di poesia. Non è che la standardizzazione dei prodotti significhi solo la tristezza di vedere cose tutte uguali e di conoscere sapori tutti uguali. Magari fosse solo questo, e sarebbe già tanto. Ma il ridursi della diversità genetica implica, di nuovo, una maggiore vulnerabilità a epidemie i cui esiti sono inquietanti e imprevedibili.

Da qualsiasi punto di vista ci si voglia mettere, non c’è una sola buona ragione per continuare a produrre carne e derivati animali in questo modo. Possiamo guardarla nell’ottica di un movimento per il benessere degli animali da allevamento che si batte per una produzione meno industriale e più “umana”. Possiamo metterci nella prospettiva del movimento animalista che vuole l’abolizione dei macelli tout court. O possiamo anche indossare i panni di chi è preoccupato per il futuro del pianeta in generale o semplicemente per la sua salute e quella dei suoi cari.

Ma da ovunque la si guardi, la faccenda resta inaccettabile e deve essere affrontata con consapevolezza. E affrontarla significa cambiarla. Perché è uno scandalo. “In tutto il mondo, il bestiame è sempre più allevato in condizioni crudeli e restrittive, nelle quali gli animali passano la loro breve vita sotto luci artificiali, imbottiti di antibiotici e ormoni della crescita, fino al giorno in cui vengono macellati. La cosa davvero scandalosa è che non è necessario che sia così. Produciamo sufficienti calorie nel mondo per nutrire tutti, anche con una popolazione globale in crescita. Sappiamo come allevare senza distruggere l’ambiente e senza imporre agli animali che alleviamo condizioni crudeli”. È questo il vero scandalo: che si possa fare diversamente e che non lo facciamo perché, ancora una volta, siamo apatiche prede della banalità del male.

Clicca qui per scaricare il testo completo di Meat Atlas.