Come sostituire le uova: undici sostituti dell’uovo

Quando si segue una dieta vegana ci si scontra con un ostacolo non indifferente, ovvero, sostituire le uova! Sapere sostituire le uova è utile non solo per chi vuole seguire la cucina vegetariana e vegana ma anche per chi soffre di intolleranze o semplicemente desidera alimentarsi in modo più leggero e salutare.

La funzione dell’uovo in cucina

Come ben saprete, non si tratta di un compito facile. L’uovo può servire per le panature, come collante per polpette e impasti o per rendere dorate le superfici di dolci, quiche, pagnotte e molto altro. Ma la funzione più importante svolta dalle uova in cucina è quello di coadiuvante tecnologico negli impasti lievitati.
La presenza delle uova in un impasto permette di creare un dolce dalla struttura ben lievitata che non collassa su se stessa. Questo accade perché le albumine presenti nell’uovo, quando avviene la cottura, formano un gel in grado di sostenere l’impasto.

Esistono alcuni trucchi per sostituire le uova utilizzando ingredienti comuni e spesso sempre presenti nelle nostre cucine. Le dosi che riportiamo qui sotto si riferiscono alla sostituzione di 1 uovo:

11 modi per sostituire le uova:

  1. 1 cucchiaio di semi di lino + 3-4 cucchiai d’acqua da frullare per 1-2 minuti.
  2. 1 cucc.ino di semi di chia + 70ml acqua, da frullare e lasciar riposare per 15 minuti.
  3. 1/2 banana schiacciata (l’odore della banana non scomparirà del tutto, usatelo nei dolci)
  4. mescolare 2 cucchiaini di fecola di maranta + 3 cucchiai d’acqua
  5. 3 cucchiaini di burro d’arachidi
  6. mescolare 1 cucchiaio di polvere di proteine della soia + 3 cucchiaio d’acqua
  7. 2 cucchiaini di fecola di mais + 3 cucchiaini d’acqua, mescolare
  8. 60g di purea di mele
  9. mescolare 2 cucchiai di polvere lievitante, 2 cucc.ini d’acqua, 2 cucchiaini olio
  10. 60g di tofu vellutato
  11. mescolare 3 cucchiaini di farina di ceci + 3 cucchiaini d’acqua

Sostituire le uova nelle panature

Ecco due utilissimi consigli per sostituire le uova nelle panature:

– fate una pastella con farina di ceci e acqua (un cucchiaio d’acqua per ogni 2 di farina di ceci). Una volta immerso il cibo nella pastella passatelo nel pan grattato o nella farina di polenta

– preparate una pastella unendo 2 cucchiai di latte di soia o d’acqua con un cucchiaio di farina o di amido di riso o fecola.

Sostituire le uova per dorare i lievitati

Solitamente si usa il burro o l’albume dell’uovo per spennellare la superficie dei lievitati, nella cucina vegana invece ci sono due sostituti delle uova molto efficaci:

– una miscela di 2 cucchiai d’acqua e 1 cucchiaio di malto

– spennellare sulla superficie del dolce o dell’impasto salato del latte di soia

 

 

Lemongrass – utilizzi e proprietà

Non so voi, ma quando arriva l’estate e voglio stare seduta fuori, c’è qualcosa di cui non posso fare a meno: la citronella. Nota nel mondo anglosassone con il nome di lemongrass, è uno dei più noti rimedi anti-zanzare; tuttavia, c’è altro da scoprire su quest’erba.

Che cos’è?

La lemongrass (scientificamente parlando Cymbopogon) è un’erba perenne appartenente alla famiglia delle graminacee. Appare come una specie di cespuglio che può arrivare all’altezza di un metro e le foglie verdi sembrano dei nastri dal piacevole profumo di agrumi. Termina con un bulbo bianco, simile al porro. Tipica delle regioni tropicali e a clima temperato-caldo, si coltiva da secoli in Oriente, è lì che Alessandro Magno e le sue truppe ne scoprirono i benefici e la portarono sin da noi. La diffusione in India, Thailandia e Filippine è considerevole, tanto che la citronella è spesso usata come ingrediente delle cucine di questi luoghi. Attualmente, si coltiva anche nella zona dei Caraibi e in Florida e California, e noti chef la incorporano in ricette anche nella cucina occidentale in quanto particolarmente versatile e dall’aroma intenso. Se coltivata in zone a clima rigido, va tenuta all’interno e tende ad andare in letargo nei mesi invernali.

Lemongrass (Citronella): utilizzi e proprietà

Le candele di citronella che ci salvano dalle zanzare nelle afose serate estive sono preparate principalmente con una varietà di citronella (cymbopogon nardus), altre varietà di questa erba perenne hanno altri usi. Per esempio, la lemongrass è utile per trattare gastroenteriti e coliche, stimola la digestione e è di sollievo in caso di indigestione. In caso di febbre alta ne favorisce l’abbassamento e allevia i dolori causati dall’artrite. È un buon anti batterico e funziona anche contro i funghi, è benefica per il nostro apparato circolatorio, dato che stimola la circolazione e abbassa la pressione del sangue. Si usa anche per combattere l’insonnia e lo stress e, come tè, ha effetto diuretico. Ha un effetto tonificante su muscoli e tessuti, anche per le donne in fase di allattamento e ha effetti positivi sulla riduzione di acne e brufoli, riduce l’acido urico e fa bene per abbassare il colesterolo. L’olio essenziale si usa nelle candele, ma anche in profumi, saponi e repellenti spray per insetti e zanzare, sorprendentemente è invece usata per attirare le api per la produzione del miele. Per le caratteristiche antisettiche si usa anche in disinfettanti e saponi per la cura della casa e in Indonesia e nelle Filippine si usa per i trattamenti di aromaterapia. Si può anche piantare nei giardini e negli orti per tenere alla larga alcuni tipi di insetti, il che la rende un’alternativa all’uso di pesticidi; fate attenzione tuttavia a prevedere delle barriere fisiche, le radici della citronella tendono a espandersi velocemente e a ‘impadronirsi’ dell’area.

Lemongrass in cucina

In Asia si usa in salse, zuppe e preparazioni a base di curry, oltre che nella preparazione di tisane. L’erba dall’aroma di limone si usa secca, in polvere e fresca. È un ingrediente molto versatile e si sposa bene con aglio, zenzero, peperoncino e coriandolo, sta bene nelle salse e nelle zuppe e dà sapore a minestre e verdure. Trovare la lemongrass fresca da noi non è semplice, più facile è trovarla in zone ad alta densità orientale, in mercati etnici o negozi asiatici. Se la trovate già essiccata o in polvere, immergetela in acqua calda per rinvigorirla; il risultato non sarà comunque uguale a quello del prodotto fresco. Si trova anche sotto forma di preparati per tè e tisane o olio essenziale, in questi casi non usatele per cucinare!

Food&Pastry – a Bologna dal 20 al 22 novembre 2015

A novembre, ritorna Food&Pastry!

Dopo il successo riscosso lo scorso aprile dal nuovo format di Bologna Fiere, torna Food&Pastry la manifestazione dedicata alla pasticceria creativa, food creativo, cake design e molto altro ancora.
L’evento è pensato non solo per i professionisti del settore, ma anche a tutti gli appassionati di cucina e pasticceria e ai più piccoli.
Workshop, corsi di cucina, showcooking, aree espositive, presentazioni ed eventi speciali si alterneranno durante tutta la durata della manifestazione.
Un’occasione davvero unica per chi ama la cucina creativa e desidera partecipare ad un evento dedicato al mondo del food a 360 gradi.
Lacucinavegetariana.it e lo Chef Martino Beria saranno presenti a Food&Pastry per un cooking show e un corso di cucina tutto vegan! A breve il programma dettagliato.

Link al sito dell’evento: www.foodandpastry.it
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Sciroppo d’agave – quello che non sapevate

Per essere un’alternativa allo zucchero, più liquido e più dolce del miele, porta con sé un retrogusto (di discussioni) piuttosto amaro: vediamo di informarci un po’ sullo sciroppo d’agave.

Lo sciroppo d’agave, uno dei migliori dolcificanti naturali?

Origine

Lo sciroppo d’agave o succo d’agave si ricava dalla pianta di Agave Tequilana, variante Azul, la più pregiata. Si tratta di una pianta succulenta con lunghe radici e foglie carnose con spina apicale. Le foglie sono ricoperte da uno strato di cera che permette a questo tipo di agave di trattenere una maggiore quantità di acqua. L’habitat migliore per l’agave blu è l’area di Jalisco in Messico, zona in cui l’agave viene anche coltivata. La prima fioritura avviene solitamente ai 7-8 anni di età della pianta; i contadini solitamente cercano di accelerare il processo di maturazione della pianta tagliandone le cime delle foglie, che così ci impiega dagli 8 agli 11 anni, per ottenere un miglior sciroppo d’agave. Il fatto che sia una pianta a lunga maturazione e che sia patrimonio nazionale del Messico, rendono lo sciroppo d’agave un prodotto abbastanza costoso. Lo sciroppo si produce a partire dall’amido della pianta, contenuto nelle radici. Dopo l’estrazione, il succo viene filtrato per eliminare le parti solide, poi viene sottoposto a calore per trasformare i carboidrati (amido) in zuccheri (fruttosio) e infine concentrato per ottenere lo sciroppo.

Proprietà

In cucina, lo sciroppo d’agave si usa come sostituto dello zucchero bianco o di canna. Per il suo intenso potere dolcificante, se ne può usare il 25% in meno (100gr di zucchero corrispondono a 75gr di sciroppo). Inoltre, favorisce il senso di sazietà perché denso e le vitamine e il calcio che lo compongono sono d’aiuto al sistema immunitario e contribuiscono a rafforzare le ossa e combattere l’osteoporosi; infine, inulina e fibre fanno bene all’intestino. Inoltre, ha un basso indice glicemico, il che significa che la velocità con cui interviene sul livello di glucosio, aumentandolo, è bassa.

agave

Tra i dolcificanti naturali, non è tutto oro quel che luccica

Fin qui tutto bene, ma questa dolcezza sembra avere dei difetti. Il problema fondamentale è che lo sciroppo d’agave ci è stato presentato come la panacea di tutti i mali, ma non è esattamente così.

Lo sciroppo d’agave è costituito per il 90% di fruttosio, che è indicato in diversi studi come responsabile dell’aumento del diabete di tipo II, aumenta il rischio di malattie cardiache e innalza il colesterolo. Inoltre, essendo metabolizzato solo dal fegato, causa, col tempo, steatosi epatica e cirrosi, soprattutto in caso di consumo eccessivo. Non è adatto a chi soffre di diabete, nonostante il basso indice glicemico, poiché inibisce il livello di leptina e può aumentare il livello di trigliceridi nel sangue per la produzione di acido urico, scatenando anche sindromi metaboliche. Inoltre, l’indice glicemico può variare in base al modo di fabbricazione dello sciroppo (raramente indicato sull’etichetta), arrivando in alcuni casi anche allo stesso livello dello zucchero standard.

A essere messo in discussione è anche il modo in cui viene prodotto lo sciroppo d’agave; in quanto, una volta estratto dalla pianta, il succo viene sottoposto a trattamenti chimici ad alte temperature per renderlo utilizzabile come dolcificante e perché possa essere conservato a lungo, trattamenti che però eliminerebbero minerali e vitamine presenti in origine. Da preferire quindi, il prodotto estratto a basse temperature e senza raffinazioni industriali, altra informazione difficilmente rintracciabile nelle etichette, purtroppo. Infine, la quantità di calorie ingerita con un cucchiaino da caffè di agave è uguale a quella della stessa quantità di zucchero comune.

Quindi, bisogna prestare attenzione al prodotto che compriamo, alla quantità che ne usiamo e dobbiamo cercare informazioni prima di credere a tutto quello che viene proposto come soluzione universale a tutti i nostri problemi. In ogni caso, assunto con consapevolezza e in dosi moderate, lo sciroppo d’agave può considerarsi un sostituto dello zucchero comune..

Sperimentazione animale: il flop di stop vivisection reviewed

Con la raccolta di più di un milione di firme, l’iniziativa “Stop Vivisection” s’è guadagnata il diritto di far sentire la sua voce al parlamento europeo. Le argomentazioni dell’11 Maggio contro la sperimentazione animale non sono però state convincenti e il premio Nobel Françoise Barré-Sinoussi ha avuto gioco facile, in quell’occasione, a elencare i successi che nel campo medico si sono ottenuti attraverso esperimenti condotti su animali. Il flop di Stop Vivisection sembra aver ridotto l’iniziativa animalista al silenzio, mentre nelle pagine social pro sperimentazione il giubilo impazza.

Non è però chiaro il motivo per cui il pronunciamento della comunità scientifica dovrebbe avere un qualche effetto sull’istanza animalista, che non si propone di dimostrare l’inutilità della sperimentazione animale per la ricerca, ma sostiene che nessun progresso scientifico può giustificare il sacrificio animale nei termini in cui viene perpetrato. Si tratta, prima che di una prospettiva scientifica, di una alternativa morale fondamentale.

Come sostiene Tom Regan, per l’etica animalista l’argomento dei benefici che vengono dalla sperimentazione su cavie animali “non ha assolutamente alcuna rilevanza nel dibattito sui diritti animali. Tutto quello che potrebbe dimostrare è che la vivisezione di animali non umani porta a benefici per gli esseri umani. Quello che non può dimostrare è che vivisezionare gli animali per questo scopo sia moralmente giustificato”.

I pro sperimentazione animale ritengono però che questo atteggiamento sia egoisticamente legato a un sentimentalismo eccessivo verso gli animali. Dovremmo, a parer loro, essere più razionali e non fare la figura dei sentimentaloni che vanno in brodo di giuggiole sotto lo sguardo dolce di un topolino indifeso. Per loro se sacrifico 100 per salvare 1000 ho un guadagno e dunque sono moralmente giustificato al sacrificio. Basta produrre un calcolo costi-benefici per arrivare a decidere se conviene continuare a sperimentare sugli animali o meno. Basta un po’ di matematica in poche parole… Ma è davvero tutta razionalità quella che luccica?

Cominciamo col dire che non è sufficiente il calcolo del numero delle vittime e dei beneficiari, e che è necessario aggiungere la variabile “coefficiente di valore di ciascuna vita”. Poniamo, per esempio che un esperimento sacrifichi 10 cani per salvare 9 uomini. I sacrifici canini sarebbero maggiori di quelli umani e pertanto, se contiamo solo il numero di vittime contro quello dei beneficiari, l’esperimento non vale la pena di essere condotto. Per giustificare che l’esperimento è buono bisogna dare a ogni vita un valore differente.

Così possiamo decidere, per esempio, che la vita di un uomo vale 1, mentre quella di un cane la metà, 0,5. In questo modo abbiamo 5 punti dal lato della perdita di cani e 9 punti da quello del guadagno di vite umane. Ma su che basi decidiamo coefficienti di valore per ciascuna vita? E i criteri con cui attribuiamo questi valori non rischiano di essere soggettivi? E come sarebbero fatti dei criteri oggettivi in questo caso? Se pensavamo di fuggire all’alea della soggettività con una considerazione matematica, ebbene ci troviamo invece di nuovo nell’ambito “irrazionale” dei valori.

L’utilitarista pro sperimentazione si basa anche lui, insomma, su una valutazione “non razionale”; e di fatto considera il valore di una vita animale come tendente allo zero, in modo che ogni sacrificio animale per salvare una vita umana diventi incommensurabile rispetto al valore della vita che viene salvata. Questa posizione di chi è a favore della sperimentazione animale sarebbe anche coerente se poi, quando si tratta di animali da compagnia, non si assistesse a un dietrofront quanto mai sospetto.

Forse, se non possiamo chiedere una razionalità definitiva nella scelta dei valori, possiamo almeno aspettarci una certa coerenza. Infine in questo ragionamento manca la considerazione della sofferenza fisica e psicologia a cui vengono sottoposti gli animali. La cattività in laboratorio non dev’essere un gioco da ragazzi. Venire intossicati, ustionati, sottoposti a radiazioni e così via, infligge una sofferenza che anche nel calcolo utilitaristico dovrebbe essere presa in considerazione.

Non c’è scorciatoia scientifica allo soluzione del problema dei valori. Che qualcosa sia giusto o meno lo decidiamo noi, singolarmente e liberamente. Nessuna scienza può insegnarcelo. E nessuna scienza ha il diritto di farlo. La parola della comunità scientifica è una goccia in un oceano di coscienze tutte parimenti libere e responsabili. Punto e a capo.

Pamela Anderson PETA style, posare per i diritti animali

L’acqua in California scarseggia in modo preoccupante e il governatore Jerry Brown ha recentemente chiesto ai californiani di fare meno docce. ”Ma quali docce?” risponde la People for the Ethical Treatment of Animals (PETA) al saggio Jerry, “Vogliamo parlare dell’industria alimentare che utilizza il corrispettivo di sei mesi di docce per produrre un chilo di carne?”. Una Pamela Anderson PETA style lancia così una campagna pubblicitaria contro l’industria della carne: l’attrice rivisita, di fronte alla macchina fotografica di David LaChappelle, la celebre scena sotto la doccia del film Psycho, di Alfred Hitchcock. Nuda ovviamente.

Non è la prima volta che la celebrità collabora con l’associazione, sempre offrendo il suo corpo. Prima di questo remake la Anderson era stata fotografata in bikini, col corpo segnato come si segnano i tagli di carne di un animale. Il messaggio era chiaro: “all animals have the same parts”…e che parts!

Gli americani di questa organizzazione hanno capito che la carne è debole (la nostra); e che poche cose sono così efficaci come una bomba sexy che manda un messaggio pubblicitario. Hanno scoperto insomma l’acqua calda. Ma non è tanto il fatto che l’abbiano scoperta, quanto che la usino così apertamente. Noi italiani siamo invece piuttosto reticenti verso questo tipo di pubblicità, che adultera la purezza dell’etica con la bassezza degli istinti animali. Il massimo che ci concediamo è parlare di cucina.

pamela anderson water

Ma l’arte culinaria, la gastronomia, è in fondo una specie dell’arte della seduzione. Lo diceva già Platone: “Molte sono poi, mi sembra, le parti dell’adulazione, e una di queste è l’arte della cucina… Parte di questa io chiamo la retorica, sì come parte n’è il saper vestire e parte la sofistica: quattro parti per quattro oggetti.”

Anche noi italiani insomma qualcosa l’abbiamo capito, e facciamo il nostro con una certa classe. Però possiamo imparare ancora qualche trucchetto dagli americani. La donna viene sì utilizzata come oggetto, perché è l’oggetto sessuale Anderson che attrae e seduce al di là (sic) del messaggio che interpreta. Ma è vero anche che siamo sempre e inevitabilmente oggetti per gli altri. E uuesta nostra carne possiamo o fuggirla negandola o assumerla come oggetto per noi, da utilizzare per i nostri fini.

Le idee sono qualcosa che si vende, e che dobbiamo vendere bene. E quando vendiamo occorre pensare agli uomini così come sono, non come vorremmo che fossero; per dirla con un grande filosofo della fine dell’ottocento: altro che morale, qui siamo dietro le quinte, tra impulsi che fanno di noi qualcosa di animale, o meglio: di “umano, troppo umano”. Assumiamolo dunque questo nostro corpo che scalcia e diamogli un compito etico; per carità, senza confondere ciò che appartiene a Cesare e ciò che appartiene a Dio. Non sia mai..

Prugne Umeboshi

Prugne Umeboshi: proprietà, usi e prodotti

Per primi sono arrivati i cinesi, che già da 3000 anni ne conoscono le qualità, 1500 anni dopo, anche i giapponesi hanno cominciato a valorizzarle; stiamo parlando delle prugne Umeboshi, un frutto che arriva dall’Oriente, ricco di straordinarie proprietà.

Che cosa sono?

Le prugne Umeboshi (il termine di per sé significa: “prugne secche”) sono i frutti dell’albero Ume, scientificamente una varietà asiatica dell’albicocco Prunus Mume, e sono note sia nella variante giapponese: tonde, carnose e dal gusto acidulo, sia nella variante diffusa in Cina e Taiwan: piccole e ovoidali, dal nocciolo grande e dalla pelle più spessa, con sapore amarognolo. L’albero Ume è definito dai popoli orientali “amico del freddo” poiché, insieme al bambù e al pino, fiorisce a febbraio, nel periodo più freddo dell’anno. I frutti raggiungono la loro dimensione massima a giugno e vengono raccolti quando ancora verdi. Poi si fanno essiccare al sole e si mettono sotto sale in barili di legno, dove si lasciano macerare dai 6 mesi a un anno avvolti in foglie di shiso, pianta responsabile del caratteristico colore rosso scuro delle Umeboshi.

A cosa servono?

Le proprietà di queste prugne sono numerosissime, a cominciare dall’elevato contenuto di acido citrico che favorisce l’assorbimento dei minerali alcalinizzanti, come ferro, calcio e fosforo. Nella tradizione giapponese, si considera questo frutto un neutralizzatore del senso di fatica ed è spesso usato dagli sportivi. Si usa anche per problemi digestivi, quali acidità di stomaco e nausea (dovuta anche a gravidanza, mal d’auto o in caso di eccessivo consumo di alcool). L’Umeboshi ha effetti benefici in caso di problemi intestinali, quali diarrea e colite, e ha effetto purificante anche per fegato e reni. Infine, è d’aiuto anche in caso di raffreddori e febbre, per ulcere di stomaco e anemia. Si può usare anche per combattere l’alito cattivo e succhiare un nocciolo di Umeboshi per 3-4 ore è benefico in caso di faringiti. Controindicata in caso di ulcera al duodeno, nelle persone con tiroidismo e problemi di pressione alta, in quanto è un frutto molto salato; per questa stessa ragione, si consiglia in ogni caso di non esagerare nel consumo, ne basta un pezzettino!

Come si usano?

Dalla fermentazione delle prugne Umeboshi si ricava un acidulato di Umeboshi o agro di Umeboshi, una specie di aceto molto salato dal colore purpureo, che si può usare come condimento, proprio come l’aceto o la salsa di soia, per insalate e verdure cotte. Lo si può usare anche semplicemente nell’acqua di cottura, al posto del sale, come insaporitore con il vantaggio di rendere anche i cibi più digeribili. Dalle prugne di può ricavare anche una purea di Umeboshi, una crema saporita che si può usare nella preparazione di salse. Le prugne si possono mangiare anche così come sono e sono commestibili anche i noccioli del frutto, che possono essere arrostiti in forno e ridotti in polvere per ricavarne un rimedio contro disturbi gastrici e intestinali se aggiunto a una tazza di tè.

Dove si comprano?

Si trovano abbastanza facilmente in negozi specializzati in alimentazione naturale e biologica, ma anche al supermercato. Non resta che provarle!

Qualità Vegana

Qualità vegana è un marchio di certificazione che nasce per superare il problema delle autodichiarazioni in tema di prodotti vegani, e per fornire ai consumatori la garanzia di un organismo di controllo terzo sulla qualità vegana degli ingredienti e dei procedimenti utilizzati dalle aziente nella lavorazione dei loro prodotti.

Spesso non è così semplice capire se un prodotto è 100% vegano. Un caso su tutti è il vino, per chiarificare il quale sono spesso utilizzati derivati animali come caseina, albumina, colla si pesce e così via.  In casi del genere l’etichetta non informa per niente, perché il coadiuvante tecnologico utilizzato viene eliminato e non compare negli ingredienti.  Diventa in questo modo impossibile per i consumatori orientarsi senza perdersi del tutto.

Il disciplinare di qualità vegana ci viene in contro con tre livelli di verifica. Il primo riguarda l’assenza di ingredienti di origine animale nel prodotto e nella confezione. Il secondo certifica che non vengano utilizzati mezzi tecnici di origine animale nella produzione agricola (tra cui i coadiuvanti tecnologici di cui sopra). Il terzo, infine, accerta che non siano stati utilizzati, durante la fase di trasformazione, accessori con componenti di origine animale (guanti, pennelli ecc.).

Qualità vegana non è comunque solo al servizio dei consumatori: è anche una importante occasione per le aziende di comunicare qualcosa su cui altrimenti non averebbero modo di informare. Il consumo consapevole si alimenta così su entrambi i fronti. Rispetto alle altre certificazioni inoltre, qualità vegana si pone l’obettivo di aggiornare periodicamente le schede dei prodotti, per evitare che una azienda, una volta ottenuta la certificazione,  non sia più spinta a ulteriori innovazioni e miglioramenti.

Se volete saperne di più, è possibile scaricare qui il testo del disciplinare di qualità vegana.

Prodotti ortofrutticoli DOP e IGP in Italia

Prodotti ortofrutticoli DOP e IGP

I prodotti ortofrutticoli certificati DOP e IGP in Italia sono molti e denotano una sempre maggior attenzione alla qualità del prodotto da parte del consumatore e della rete vendita.

Ma andiamo a vedere cosa significhi la parola “certificazione” nell’ambito alimentare:
Atto mediante il quale una terza parte indipendente dalle parti interessate (enti di certificazione, laboratori di prova e centri di taratura) attesta con sufficiente livello di fiducia che un determinato prodotto, processo o servizio è conforme a una data norma o regola tecnica.”

Possiamo avere due tipologie di certificazioni:
Cogente: attesta il rispetto delle norme di carattere obbligatorio stabilite per garantire la sicurezza dei prodotti.

Volontaria: si tratta di una scelta dell’impresa che si sottopone a una forma di controllo da parte di un organismo indipendente.

I prodotti ortofrutticoli DOP e IGP, vengono certificati nell’ambito volontario a livello comunitario, quindi è l’Unione Europea che rilascia le certificazioni.

DOP: prodotto originario di quel luogo, con qualità o caratteristiche derivate essenzialmente o esclusivamente dall’ambiente geografico comprensivo dei fattori umani e naturali, viene prodotto, trasformato ed elaborato in quell’area.

IGP: prodotto originario di quel luogo, avente almeno un elemento (qualità, reputazione o altra caratteristica) derivate dall’ambiente geografico, viene prodotto e/o trasformato e/o elaborato nell’area geografica delimitata.

Atlante dei prodotti tipici – Prodotti DOP e IGP

  • Aglio Bianco Polesano DOP – Regione: Veneto Riconoscimento CE: novembre 2009
  • Aglio di Voghiera DOP – Regione: Emilia Romagna Riconoscimento CE: 2010
  • Amarene Brusche di Modena IGP – Regione: Emilia Romagna Riconoscimento CE: ottobre 2009
  • Arancia del Gargano IGP – Regione: Puglia Riconoscimento CE: Reg. CE n. 1017 del 30.08.07 (GUCE L. 227 del 31.08.07)
  • Arancia di Ribera DOP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE: 2011
  • Arancia Rossa di Sicilia IGP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE: Reg.
    CE n.1107/96
  • Asparago Bianco di Bassano DOP – Regione: VenetoRiconoscimento CE: Reg. CE n. 1050 del 12.09.07
  • Asparago di Badoere IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE: 2010
  • Asparago Bianco di Cimadolmo IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE: Reg. CE n. 245/02
  • Asparago verde di Altedo IGP – Regione: Emilia-RomagnaRiconoscimento CE: Reg. CE n. 492/03
  • Basilico Genovese DOP – Regione: LiguriaRiconoscimento Reg. CE n. 1623/05
  • Cappero di Pantelleria IGP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE: Reg.
    CE n.1107/966
  • Carciofo Brindisino IGP – Regione: PugliaRiconoscimento CE: 2011
  • Carciofo di Paestum IGP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE: Reg.
    CE n.465/04
  • Carciofo Romanesco del Lazio IGP – Regione: LazioRiconoscimento CE: Reg.
    CE n. 2066/02
  • Carciofo spinoso di Sardegna DOP – Regione: SardegnaRiconoscimento CE: 2010
  • Carota dell’Altopiano del Fucino IGP – Regione: AbruzzoRiconoscimento CE: Reg. CE n. 148/2007
  • Castagna del Monte Amiata IGP – Regione: ToscanaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE 1904/00
  • Castagna di Cuneo IGP – Regione: PiemonteRiconoscimento CE:
    1050/2007 del 12 settembre 2007
  • Castagna di Montella IGP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.1107/96
  • Castagna di Vallerano DOP – Regione: Lazio (Viterbo)Riconoscimento CE:  Reg.
    CE pubblicato sulla GU dell’8 aprile 2009
  • Ciliegia dell’Etna DOP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE: 2011
  • Ciliegia di Marostica IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE: Reg. CE n. 245/02
  • Ciliegia di Vignola IGP – Regione: Emilia RomagnaRiconoscimento CE: 2012
  • Cipolla Rossa di Tropea Calabria IGP – Regione: CalabriaRiconoscimento CE: Reg. CE n. 284 del 27.03.08
  • Cipollotto Nocerino DOP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE: Reg. CE 656 del 10 luglio 2008
  • Clementine del Golfo di Taranto IGP – Regione: PugliaRiconoscimento CE: Reg. CE n. 1665/03
  • Clementine di Calabria IGP – Regione: CalabriaRiconoscimento CE: Reg.
    CE n. 2325/97
  • Farina di Neccio della Garfagnana DOP – Regione: ToscanaRiconoscimento CE: Reg.
    CE n. 465/04
  • Ficodindia dell’Etna DOP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE: Reg.
    CE n. 1491/03
  • Ficodindia di San Cono DOP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE: 2012
  • Fico bianco del Cilento DOP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE: 2005
  • Fichi di Cosenza DOP – Regioni: CalabriaRiconoscimento CE: G.U. della Unione Europea – Serie L 162 del 22 giugno 2011
  • Fungo di Borgotaro IGP – Regioni: Emilia-Romagna, ToscanaRiconoscimento CE: Reg.
    CE n.1107/96
  • Insalata di Lusia IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE: 2009
  • Kiwi Latina IGP – Regione: LazioRiconoscimento CE: Reg. CE n. 1486/04
  • La Bella della Daunia DOP – Regione: PugliaRiconoscimento CE: Reg.
    CE 1904/00
  • Limone Costa d’Amalfi IGP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE:  Reg. CE n. 1356/011
  • Limone di Rocca Imperiale IGP – Regione: CalabriaRiconoscimento CE: 2011
  • Limone di Siracusa IGP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE: 2010
  • Limone di Sorrento IGP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE:  Reg. CE n. 2446/00
  • Limone Femminello del Gargano IGP – Regione: PugliaRiconoscimento CE:  Reg. CE n. 148/07
  • Limone Interdonato Messina Jonica IGP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE:  2009
  • Marrone di Caprese Michelangelo DOP – Regione: Emilia-RomagnaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n. 1237/09
  • Marrone di Castel del Rio IGP – Regione: Emilia-RomagnaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n. 1263/96
  • Marrone di Combai IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE: novembre 2009
  • Marrone del Monfenera IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE: 2009
  • Marrone del Mugello IGP – Regione: ToscanaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n. 1263/96
  • Marrone di Roccadaspide IGP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE: Reg. CE n. 284 del 27.03.08
  • Marrone di San Zeno DOP – Regione: VenetoRiconoscimento CE:  Reg.
    CE  n. 1979/03
  • Marrone della Val di Susa IGP – Regione: PiemonteRiconoscimento CE:  2010
  • Mela Alto Adige o Sudtiroler Apfel IGP – Regione: Provincia Autonoma di BolzanoRiconoscimento CE:  Reg. CE n. 1855/05
  • Mela Rossa di Cuneo IGP – Regione: PiemonteRiconoscimento CE:  2012
  • Mela di Valtellina IGP – Regione: LombardiaRiconoscimento CE:  2010
  • Melannurca Campana IGP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE:  n. 417/06
  • Melanzana Rossa di Rotonda DOP – Regione: BasilcataRiconoscimento CE: 2010
  • Mela Val di Non DOP – Regione: Prov. Autonoma di TrentoRiconoscimento CE:  Reg. 2004
  • Melone Mantovano IGP – Province di Mantova, Cremona, Modena, Bologna e FerraraRiconoscimento CE:  Reg. 2014
  • Nocciola di Giffoni IGP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.2325/97
  • Nocciola del Piemonte IGP – Regione: PiemonteRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.1107/96
  • Nocciola Romana DOP – Regione: LazioRiconoscimento CE: Reg. CE n. 667/2009
  • Oliva Ascolana del Piceno DOP – Regioni: Marche – AbruzzoRiconoscimento CE:  Reg. CE n. 1855/05
  • Oliva Nocellara del Belice DOP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.134/98
  • Patata dell’Alto Viterbese IGP – Regione: LazioRiconoscimento CE:  2014
  • Patata della Sila IGP – Regione: CalabriaRiconoscimento CE: Reg. UE n. 898 del 08.10.10 (GUUE L. 266 del 09.10.10)
  • Patata di Bologna DOP – Regione: Emilia-RomagnaRiconoscimento CE:  2009
  • Patata Rossa di Colfiorito IGP – Regione: Umbria – MarcheRiconoscimento CE:  2015
  • Peperone di Pontecorvo DOP – Regione: LazioRiconoscimento CE: 2010
  • Peperone di Senise IGP – Regione: BasilicataRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.1263/96
  • Pera Emilia Romagna IGP – Regione: Emilia-RomagnaRiconoscimento CE:  Reg. CE n.134/98
  • Pera tipica Mantovana IGP – Regione: LombardiaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.134/98
  • Pescabivona IGP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE: 2014
  • Pesca di Leonforte IGP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE: 2010
  • Pesca e Nettarina di Romagna IGP – Regione: Emilia-RomagnaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.134/98
  • Pesca di Verona IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE:  gennaio 2010
  • Pistacchio Verde di Bronte DOP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE:  Reg. UE 21 del 12 gennaio 2010
  • Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE: Reg. UE n. 1238 del 11.12.09
  • Pomodoro di Pachino IGP – Regione:  SiciliaRiconoscimento CE:  Reg. CE n. 617/2003
  • Pomodoro di San Marzano dell’Agro Sarnese-Nocerino DOP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.1263/96
  • Radicchio di Chioggia IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE: Reg. CE n 1025 del 17.10.2008 – GUCE L. 277 del 18/10/2008
  • Radicchio Rosso di Treviso IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.1263/96
  • Radicchio Variegato di Castelfranco IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.1263/96
  • Scalogno di Romagna IGP – Regione: Emilia-RomagnaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.2325/97
  • Sedano Bianco di Sperlonga IGP – Regione: LazioRiconoscimento CE:  Reg. UE n. 222 del 17.03.10 (GUUE L. 68 del 18.03.10)
  • Susina di Dro DOP – Regione: Trentino-Alto AdigeRiconoscimento CE:  2011
  • Uva da tavola di Canicattì IGP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.2325/97
  • Uva da tavola di Mazzarrone IGP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE:  Reg. CE n. 617 del 04.04.03 (GUCE L. 89 del 05.04.03)
  • Uva di Puglia IGP – Regione: PugliaRiconoscimento CE:  pubblicazione GUCE ottobre 2011

Carnivori contro vegetariani: la regola delle 4 N

La partita carnivori contro vegetariani è ormai pane quotidiano e il dibattito teso a dare un senso a queste scelte alimentari si fa sempre più acceso. Un recente studio della Lancaster University mette in luce le risposte più comuni date dai carnivori per giustificare il proprio comportamento “non etico”. Il team di studiosi ha identificato 4 tesi particolarmente ricorrenti e le ha sintetizzate nella “regola della 4N”. Consumare carne sarebbe giusto, per la maggioranza dei soggetti, in quanto Natural, Necessary, Normal e Nice. Cosa significano queste quattro risposte? E che valore hanno in ultima analisi? Prendiamole in esame.

Natural (Naturale). Questa tesi dice che l’uomo è carnivoro per natura, e che per questo motivo è moralmente giustificato nutrirsi di carne. L’idea perde tuttavia forza una volta chiarito che ciò che è naturale non coincide con ciò che è giusto. Si pensa troppo spesso alla natura come la fonte indiscussa di ogni morale… Sbagliando. L’uomo infatti da sempre agisce per controllare e contrastare la natura laddove questa non gli faccia comodo; e non lo fa sempre in modo eticamente problematico. Vestirsi, costruire abitazioni, riscaldarsi, curare le malattie, sono tutte cose “contro natura”. Ma nessuno, credo, si sognerebbe di sostenere che si tratti di azioni riprovevoli dal punto di vista etico. Per giustificare il valore morale di una scelta è dunque inutile dire che è così per natura. Sarebbe un po’ come dire che è giusto perché “me l’ha detto la mamma”; e non a caso parliamo di madre natura. La vocazione dell’uomo è però quella alla responsabilità e alla libertà di scegliere anche “contro natura”, laddove lo ritenga giusto.

Necessary (Necessario). Questa tesi sostiene che senza carne non avremmo di che vivere, perché fornisce nutrimenti necessari altrimenti non disponibili. Qui la questione è controversa e la comunità scientifica appare divisa su come stiano le cose. Per questo motivo mi sembra lecito dubitare che il campione preso in esame dal gruppo della Lancaster University sia particolarmente informato, o che conosca uno studio che dà la parola definitiva sulla questione. Tutto ciò che i soggetti fanno è risolvere un problema scientifico a caso, o meglio: a tutto vantaggio delle loro abitudini. Buona idea per mettersi a posto la coscienza, ma nient’altro.

Normal (Normale). L’appello alla normalità è un appello alla tradizione, al fatto di essere cresciuti mangiando carne. Questo però, va da sé, non significa molto. Può essere che uno dica di non essersi mai posto la questione perché è da sempre stata data per scontata dalla tradizione. Bene, questo ha senso. Ma allora non sarebbe forse il momento di farsi qualche domanda? Certo la storia insegna che non è facile andare contro la maggioranza, però la difficoltà non dovrebbe essere un motivo per desistere. Un po’ di coraggio, dai…

Nice (Buona). Si tratta dell’appello all’importanza del gusto e del buon vivere. La questione di fondo è se il mio piacere giustifichi l’uccisione di un essere vivente. E’ un problema di scala di valori. Il carnivoro dovrebbe ammettere che è disposto a uccidere per il suo piacere, ma non tutti sono inclini a vedere la cosa in questi termini. Non a caso quanto viene usato l’argomento del gusto si fa subito riferimento al corollario della debolezza della carne, al “non riesco a farne a meno”. Ecco uno di quei casi in cui la nostra debolezza ci fa comodo: ci permette, ancora una volta, di appellarci all’incapacità di intendere e di volere.