Le nostre recensioni dei libri del mondo del food.

se niente importa recensione

“Se niente importa”, dello scrittore americano Jonathan Safran Foer,  è ormai un classico della cultura animalista. Si tratta di un’inchiesta sulla crudele realtà dei macelli americani: un libro che è allo stesso tempo un romanzo dell’orrore e un compendio di logica. Esagero? Forse, ma il racconto delle contraddizioni che stanno dietro al cibo che ingeriamo non poteva essere fatto in modo più lucido e insieme più agghiacciante.

se niente importa recensione

La realtà dei macelli non è un’opinione, per quanto spesso la si voglia far passare per tale. E la militante animalista che accompagna l’autore in una visita clandestina a un allevamento di tacchini lo sa bene. Non sa se Foer scriverà pro o contro la sua causa, ma conosce fin troppo bene la potenza della verità. “Io non ti conosco – dice a rivolta a Jonathan – non so che tipo di libro scriverai. Ma se in qualche misura farà conoscere ciò che succede negli allevamenti intensivi, sarà solo positivo. In questo caso la verità è così potente che la prospettiva da cui ti poni non ha importanza.” Il primo filo conduttore del libro è quindi questo: dire tutta la verità, solo la verità e nient’altro che la verità. Perché come pensavano i greci la verità, a patto che sia libera di mostrarsi, non ha bisogno di avvocati.

E se vi state chiedendo che cosa ci sia mai da sapere ancora sugli allevamenti intensivi che già non si sappia credetemi: non si è mai finito di imparare. Forse è noto che i polli allevati intensivamente sono animali “sovradimensionati, imbottiti di farmaci”, “deformi” e stipati “in una stanza lurida e incrostata di escrementi”. Forse. Ma è probabile che non sappiate che il 95 per cento di questi polli sono contaminati da Escherichia coli (un indicatore di contaminazione da feci appunto), e che “tra il 39 e il 75 per cento della carne di pollo che arriva sui banchi dei negozi ne è ancora infetta.” Che tutto ciò sia perché le feci, classificate un tempo come “sostanza contaminante pericolosa”, “sono ora classificate come ‘difetto estetico’”? Potrebbe venire il dubbio quantomeno… Intanto chi vende carne si preoccupa che i consumatori non si accorgano che ciò che mangiano non ha “proprio il sapore giusto” e per tale ragione le carni vengono “iniettate (o gonfiate) di ‘brodi’ e soluzioni saline”.

Ancora, può essere interessante essere informati sul fatto che la Smithfield, una delle più grandi aziende produttrici di carne sia stata sanzionata nel 1997 per un complessivo di settemila violazioni (venti al giorno circa), in particolare riguardanti lo scarico nei fiumi di sostanze illegali. Qui Foer fa un’osservazione che varrebbe la pena di essere citata nei migliori trattati di logica: “Una violazione può essere un caso. Anche dieci potrebbero esserlo. Settemila violazioni sono un piano.”

Ecco cosa c’è ancora da sapere. Il libro di Foer andrebbe imparato a memoria, passo per passo, perché ogni pagina è densa di informazioni da non dimenticare mai. Quantomeno un libro che ogni buon vegetariano o vegano dovrebbe avere a portata di mano ogniqualvolta sia tentato da una fettina di qualche cosa che abbia respirato e che sia passato attraverso quegli inferni terrestri.

Ma “Se niente importa” dice molto di più di quello che vi troviamo di fatto scritto. Non è, in altre parole, solo un libro ricco di informazioni. E’ anche, e soprattutto, un libro che dà da pensare: come il suo titolo, il cui senso si legge alla luce di un aneddoto narrato a conclusione del primo capitolo. È la nonna dell’autore che racconta di come, durante l’ultima grande guerra, fosse costretta a mangiare rovistando nella spazzatura. Di come avesse incontrato un uomo che, vedendola moribonda per la fame, gli avesse offerto un pezzo di carne di maiale. Di come, alla fine, lei avesse rifiutato quell’offerta di salvezza in nome della sua fede ebraica: perché, eccolo il titolo, “se niente importa, non c’è nulla da salvare”. Un discorso che può sembrare la quintessenza del bigottismo ma che è, al contrario, la radice di ogni autentica scelta morale. Perché la dignità e il senso della vita umana stanno nel poter scegliere di sacrificare la propria vita in nome di valori superiori, quali che essi siano.

Il titolo del libro non a caso coincide con la sua conclusione. Con abile espediente retorico l’autore torna nel finale sull’espressione della nonna e le ultime battute mettono finalmente in chiaro quale sia per lui il senso di quelle parole. Si tratta di una lettura profonda e sudata, intrigante, giunta alla fine di un opera davvero titanica e ammirevole. E tuttavia una lettura che ha un piccolo difetto… quello di non cogliere nel segno! …Ovviamente scherzo, ma anche questo è importante in un bel libro: che dica al lettore qualcosa che al suo autore era sfuggito. E Foer ci è riuscito.

“Fatti e cifre sugli animali che mangiamo”: così si presenta il Meat Atlas, un’agghiacciante cronaca del mondo dell’industria che tratta gli animali, pubblicata da Heirich Boell Stiftung. Il testo è disponibile gratuitamente sul web in versione pdf, e offre a ognuno di noi ottime ragioni per schierarsi contro la produzione industriale di carne e derivati animali. Non si tratta solo del benessere di mucche, maiali e galline ma di un intero sistema che sta distruggendo il pianeta, sotto ogni aspetto.

In ogni capitolo troviamo, detta senza fronzoli, del marcio… Molto a dire il vero. A partire dalle pessime condizioni dei lavoratori di quelle fabbriche, la cui coscienza viene giornalmente violentata dalla crudeltà delle loro mansioni. Alla densità invivibile dei macelli che costituisce il paradiso di virus e batteri. Al fatto che, per controllare queste epidemie latenti, l’industria utilizza tonnellate di antibiotici che, ovviamente, portano allo sviluppo di super batteri che resistono ai trattamenti. E non c’è da illudersi che vi sia una qualche forma di moderazione nell’uso di medicinali, perché nei macelli questi servono non solo a curare ma anche, e soprattutto, a far crescere più velocemente gli animali.

Il racconto procede serrato: c’è l’acqua che viene utilizzata in quantità enormi per produrre il foraggio, e che viene altrettanto inquinata da iper-fertilizzazione e antibiotici. E c’è una zona morta, nel Golfo del Mississippi, di 20,000 chilometri quadrati in cui pesci e crostacei non possono sopravvivere, a causa proprio delle fertilizzazioni eccessive. C’è la carne confezionata sotto vuoto, riempita di ossigeno, in modo che appaia rossa anche se in realtà è stata in magazzino per diversi giorni. E c’è la guerra dei prezzi che genera periodici scandali: etichettature ingannevoli in cui carne di cavallo è venduta come manzo, uso di ormoni, vendita dopo la scadenza ecc.

E intanto i cittadini, oltre che essere presi per il culo, pagano. Pagano il danno ambientale, pagano le industrie, molto spesso finanziate dallo stato all’ottuso grido di “maggiore la compagnia, maggiore il finanziamento”. Per non parlare della perdita di biodiversità. Non si tratta solo di poesia. Non è che la standardizzazione dei prodotti significhi solo la tristezza di vedere cose tutte uguali e di conoscere sapori tutti uguali. Magari fosse solo questo, e sarebbe già tanto. Ma il ridursi della diversità genetica implica, di nuovo, una maggiore vulnerabilità a epidemie i cui esiti sono inquietanti e imprevedibili.

Da qualsiasi punto di vista ci si voglia mettere, non c’è una sola buona ragione per continuare a produrre carne e derivati animali in questo modo. Possiamo guardarla nell’ottica di un movimento per il benessere degli animali da allevamento che si batte per una produzione meno industriale e più “umana”. Possiamo metterci nella prospettiva del movimento animalista che vuole l’abolizione dei macelli tout court. O possiamo anche indossare i panni di chi è preoccupato per il futuro del pianeta in generale o semplicemente per la sua salute e quella dei suoi cari.

Ma da ovunque la si guardi, la faccenda resta inaccettabile e deve essere affrontata con consapevolezza. E affrontarla significa cambiarla. Perché è uno scandalo. “In tutto il mondo, il bestiame è sempre più allevato in condizioni crudeli e restrittive, nelle quali gli animali passano la loro breve vita sotto luci artificiali, imbottiti di antibiotici e ormoni della crescita, fino al giorno in cui vengono macellati. La cosa davvero scandalosa è che non è necessario che sia così. Produciamo sufficienti calorie nel mondo per nutrire tutti, anche con una popolazione globale in crescita. Sappiamo come allevare senza distruggere l’ambiente e senza imporre agli animali che alleviamo condizioni crudeli”. È questo il vero scandalo: che si possa fare diversamente e che non lo facciamo perché, ancora una volta, siamo apatiche prede della banalità del male.

Clicca qui per scaricare il testo completo di Meat Atlas.

UNO cookbook fuori orario è il secondo ricettario vegan del blogger Manuel Marcuccio, ed è un libro di fantascienza. Certo anche un libro di ricette, ma se credete sia solo questo, vuol dire che non conoscete il suo autore. Quattro racconti, quattro protagonisti che per diverse ragioni sono vegani. Vanilde, Nina, Francesco, e R05W3LL1947 (alias Alan Vitali).

Tutto comincia con Vanilde, a piedi nudi nel corridoio di una cantina dove incontra un elettricista che è convinto di essere invisibile. Questa donna, che per la cronaca è una ragazzina di 83 anni, quella mattina si alza prima del solito, fuori orario, e decide di diventare vegana. Poi c’è Nina, sulla cinquantina, che non mangia animali perché ha il terrore che in uno di essi si nasconda la reincarnazione del marito. E Francesco, di otto, vegano dalla nascita, che parla con gli animali e al quale un ragno dà una profonda ed enigmatica lezione di vita.

Infine il professor Vitali, con la fissa degli alieni, che regala a Vanilde ”un ricettario fotografico ricco di immagini… presentate sullo stesso piatto… sempre appoggiato su una cassetta della frutta rovesciata”. Si tratta del primo UNO Cookbook, abilmente citato da Marcuccio in questo secondo lavoro, salvo poi scontare questo vezzo facendo trattare in malo modo quel libro. Il professore infatti lo regala con queste parole poco lusinghiere: “Mi aveva chiesto un ricettario, giusto? Guardi sotto al faretto di fianco al tavolo, ci dev’essere un libro che ho messo lì per tenere in bolla il cavalletto. Glielo presto e se le piace lo può tenere, a me quel libro non interessa!”. E in effetti il personaggio Vitali è una figura un po’ sregolata: più uno da “Fuori Orario”, bisogna ammetterlo. Ecco allora il ricettario che fa per lui.

Quattro storie intrecciate, con uno scenario comune e quattro pasti fuori orario: colazione, brunch, merenda, spuntino di mezzanotte. Quattro orari. Alle 7:15 abbiamo una interessante selezione di muffin e poi waffle, donut, crepes e le interessanti ricette che rivisitano la colazione all’inglese in stile vegan. Alle 11:00 è l’ora di bagel, tartellette e insalate, mentre per merenda, attorno alle 16:30, Marcuccio propone barrette, biscotti, crackers, una piada di farro coi fichi, il pretzel a la cheesecake al lime. Per quanto riguarda lo spuntino di mezzanotte, si tratta di un pasto notoriamente immorale, da preparare sulle 23:45 o più tardi, mischiando il salato (chips di tempeh, pop corn al gusto pizza, Nachos, tacos) e il dolce (ancora biscotti, frutta secca caramellata, gommose alla liquirizia), senza farsi tanti problemi. Una piccola sezione finale contiene quattro preparazioni di base molto utili: i bagel, la maionese, la pasta brisée e il formaggio cremoso, tutto ovviamente vegano. Per un totale di 60 ricette.

Infine le foto, in cui i protagonisti sono soprattutto gli ingredienti che compongono il piatto, disposti su un elegante sfondo nero, firma estetica di questo libro. Simbolo di una cucina limpida, che non ha scheletri da nascondere dentro l’armadio del piatto impiattato. Eccoli lì gli ingredienti, di una bellezza che affascina. Ed ecco la mia provocazione: potremmo spiattellarli con la stessa innocenza in un ricettario onnivoro?

Se pensate che non si possano fare dolci buonissimi senza uova o burro, ebbene sappiate che vi state sbagliando di grosso. La recensione di “Sugarless”, libro e blog di Romina Coppola, potrebbe benissimo cominciare così. Un incipit scontato ma assolutamente veritiero. Detto questo, ricominciamo, perché di questo bel libro voglio parlarvi anche in modo diverso.

Uno donna passa accanto a noi in un negozio di vestiti. Non la vediamo neppure, ma ne sentiamo il profumo e veniamo risucchiati nel passato. È la potenza evocativa dei profumi, e non solo: delle immagini, dei sapori, dei suoni. E la memoria è uno dei fili conduttori di “Sugarless”. L’autrice è una di noi, laureata in Antropologia in cerca di lavoro. Di questa generazione di perle di cultura e bellezza gettate in un mare di indifferenza, politica in primis.

Le 51 ricette della nostra amica sono il frutto di passione autentica, corredata da quel tanto di follia che le rende uniche. Follia: come la malsana idea di acquistare un’enorme zucca nel centro di Torino e trasportarla per tre chilometri fino a casa, indiscutibile fascino di amore materno per quella creatura, destinata a sua volta a generare la “Torta di zucca, mandorle e riso” e non solo: “riuscii” ci racconta “a fare di tutto con quella zucca: vellutate, zuppe, risotti”.

Ognuna delle ricette di Sugarless è introdotta da brevi ricordi dell’autrice, come quello appena citato, abbozzati in poche righe. Questi ricordi, con le relative ricette, sono ordinati per stagioni, per usare ciò che la natura offre spontaneamente ma anche, forse, perché le stagioni sono un buon modo di ordinare il nostro passato.

Particolarmente interessante è la sezione “estate” che propone il gelato, i ghiaccioli fatti col succo estratto e il “croccante all’amarena”, gelato confezionato per eccellenza. Troviamo, accanto ai pochi ingredienti che possono risultare per qualcuno non molto familiari (tahin, semi di chia, avocado), ricette tradizionali come  il tiramisù, lo strudel e, sfida delle sfide, il panettone. Una tradizione che il buon vegano deve affrontare in termini di sostituzioni: “cerco sempre di trovare – scrive la nostra pasticcera – un sostituto il più naturale possibile e con la stessa consistenza dell’ingrediente tradizionale” (per la ricetta della crema andate alla “crostata di crema e amarena”). Da segnalare, infine, gli smoothies, gli estratti e il procedimento puramente meccanico per montare il cioccolato, con l’aggiunta di semplice acqua ghiacciata: molto interessante.

La firma fotografica sono le mani, nell’atto di offrire, maneggiare, prendere il piatto. Le mani come simbolo dell’incontro umano, pietra angolare di una cultura che tutti noi, assieme a Romina e al suo “Sugarless”, cerchiamo, giorno dopo giorno, di generare e accudire.

 

Sugarless
Romina Coppola
EIFIS Editore
Euro 25,00

Ci sono i classici, i gialli, i polizieschi e i romanzi rosa, quelli assolutamente da leggere prima dei venti, quelli che ogni mamma deve aver letto. Di seguito, tocca a noi proporre i 10 migliori libri di cucina vegan in vendita, una serie di libri must-have per chi ha abbracciato lo stile di vita veg!

Sugarless

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Sugarless. Sapori di una cucina naturale (di R. Coppola): un libro di ricette dolci diviso in base alle stagioni. Niente ingredienti di origine animale, spesso anche niente zucchero per queste ricette all’insegna dei prodotti stagionali, attraverso le quali l’autrice dell’omonimo blog racconta la propria cucina. Prezzo: 25,00€.

Pasticceria Vegana

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Pasticceria Vegana (di D. Gulin): più di cinquanta ricette, tutte vegan, per i vostri dolci. Muffin e cupcakes, tartellette alla frutta e crostate, non manca nulla in questo dolcissimo libro illustrato. Prezzo: 19.50€.

UNO Cookbook

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UNO Cookbook. Ricette 100% veg semplici e gustose che fanno bene a noi, agli animali e al nostro pianeta (di M. Marcuccio): dal successo del blog nato nel 2011, nasce una raccolta di ricette semplici che usano solo ingredienti di stagione e che non specificano il tempo di preparazione, perché cucinare deve essere un piacere…da gustare! Prezzo: 28,50€.

Leggi qui la recensione più completa!

UNO Cookbook – Fuori orario

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UNO Cookbook. Fuori orario. Ricette 100% veg per la colazione, per il brunch, per la merenda e per lo spuntino di mezzanotte (di M. Marcuccio): una raccolta di ricette per quando si ha fame fuori orario. I racconti di chi ha scelto il veganesimo introducono i capitoli ricchi di stuzzichini e merende con un occhio di riguardo per noi e il nostro pianeta. Prezzo: 28,50€.

Las Vegans

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Las Vegans. Le mie ricette vegane sane, golose e rock (di P. Maugeri): l’ex volto di MTV ci guida fra le sue ricette preferite per dimostrare che vegano è sinonimo non solo di sano, ma anche di gustoso. Porta in cucina poi la sua altra passione, la musica, suggerendo una canzone per ogni ricetta, così vegan diventa sinonimo di rock. Prezzo: 18,00€.

Il cucchiaio arcobaleno

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Il cucchiaio arcobaleno. Tutti i colori delle cucine vegan nel mondo (di Y. Prete, V. Costanzia): ricette che provengono da tutto il mondo divise in base al colore predominante, colore che serve a stuzzicare i nostri sensi e a fare del bene al nostro organismo. Un esperto alimentare e un buongustaio che gira il mondo portano sulle nostre tavole l’arcobaleno. Prezzo: 19,90€.

Trovate qui la recensione completa.

L’essenza del crudo

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L’essenza del crudo. Oltre 180 ricette crudiste, vegan e biologiche (di D. Côté, M. Gallant, N.Arosio): a tavola senza fare male al nostro ambiente, questo il messaggio di questa raccolta di piatti per tutte le occasioni, organizzati in modo da rendere semplice la consultazione e arricchiti da consigli per uno stile di vita sano e eco-friendly. Prezzo: 19,90€.

I dolci della salute

 

dolci salute

I dolci della salute (di Simone Salvini): lo chef Simone Salvini, svela le sue ricette per un dessert dolce ma all’insegna del benessere, un libro di approfondimenti e spunti creativi che spazia dalle ricette di base fino a dolci da vero gourmet. Prezzo: 19,90€.

Grigliate Vegan Style

grigliate vegan

Grigliate Vegan Style. 125 ricette alla fiamma ed ecosostenibili (di J. Schlimm, Y. Prete): barbecue non vuol dire per forza carne, questo libro ne è la testimonianza. Chi ama la cucina vegan e la griglia, non può fare a meno di questo manuale che oltre alle ricette, spiega tecniche, strumenti e regole di base; e non mancano consigli e abbinamenti con bevande! Prezzo: 19,90€.

The green kitchen stories

green kitchen

The green kitchen stories. Ricette vegetariane sane e deliziose per tutti i giorni (di D. Frenkiel, L. Vindhal): come fanno ad andare d’accordo un vegetariano malsano e una carnivora attenta alla salute? Ce lo spiegano gli autori di questo libro, che oltre ad aver creato una famiglia insieme, hanno deciso di incontrarsi a metà strada in cucina. Cucina vegetariana e vegana sono le protagoniste di questo libro e del blog Green Kitchen Stories, creato sempre dalla coppia. Prezzo: 29,90€.

Insomma, non avete più scuse, in questi 10 libri ci sono ricette e idee da provare e far provare ai vostri amici. Non vi resta che cominciare a sfogliare!

Se un amico dichiarasse candidamente di non sapere nulla di cucina e il giorno dopo annunciasse di aver pubblicato un libro di ricette, quale sarebbe la vostra faccia? Ebbene “io non so cucinare” è l’incipit con cui Manuel Marcuccio accoglie il lettore di “UNO Cookbook”. Non male come provocazione per un blogger che dimostra poi un talento non trascurabile tra i fornelli.

Mater artium necessitas, come dicevano i latini, perché quando uno decide di essere vegano, deve imparare a cucinare o soccombere. E così Marcuccio, dopo la conversione, ha cominciato a raccogliere ricette e appunti su come “trasformare un piatto che convenzionalmente veniva preparato con uova o formaggio in uno totalmente privo di ingredienti di origine animale”. Col tempo, poi, ha scoperto che molta gente aveva lo stesso problema e ha deciso di condividere il risultato dei suoi esperimenti con la rete. UNO cookbook è il titolo di questo libro, ma è anche il nome del blog da lui fondato; nome che nasce dall’intuizione di essere “un minuscolo tassello, ma significante, di un UNO merviglioso”.

Uno cookbook tortellini

Il ricettario è organizzato per situazioni (un pranzo in famiglia, una cena romantica, un picnic e così via), non secondo la classica divisione tra primi, secondi e dessert. Ogni capitolo è preceduto da un piccolo racconto, a sua volta introdotto da una citazione cinematografica, in modo che ogni situazione viene a collegarsi alla scena di un film. Le introduzioni di per sé sono scorci ben pennellati di vita quotidiana, di una vita, però, che sembra precorrere i tempi, di un gruppo di amici che vive un presente raffinato, che profuma di “scorze di agrumi, zenzero fresco, corteccia e bastoni di cannella, mela secca, bacche di rosa canina, mazzetti di camomilla, cardamomo e caffé”.

Le circa 90 ricette sono gustose e spaziano dalla rivisitazione di piatti tipici come i cappelletti o il tiramisù, al sorprendente quanto semplice carpaccio di cocomero, passando per l’ormai naturalizzato cous cous, ma in versione “senza cottura”. Il tutto introdotto da un glossario di ingredienti che ci informa sui luoghi in cui è possibile reperire cose che non sempre si trovano al supermercato. Utile dunque, e anche completo.

Da segnalare infine i bei contenuti fotografici e la firma apposta su ogni singolo piatto; una sorta di marchio di fabbrica fotografico, di cui ci da notizia lo stesso autore.
Vi lascio dunque con la curiosità di scoprire questa firma, con questo gioco che vi attende prima ancora di accendere i fornelli e cominciare la cottura… Chiedo scusa: la lettura.

 

UNO Cookbook
Manuel Marcuccio
EIFIS Editore
Euro 28,50

Il libro che sfida molte delle nostre certezze sulla corretta alimentazione si intitola “The China Study”, scritto dal biochimico statunitense T. Colin Campbell. Si tratta di un testo divulgativo, edito in Italia da Macro Edizioni, che espone i risultati di diversi studi sul legame tra l’alimentazione e l’insorgenza di alcune malattie cosiddette “del benessere”. L’autore considera particolarmente due lavori da lui condotti: il primo è un’indagine sugli effetti cancerogeni dell’assunzione di caseina nei ratti; il secondo è lo studio che tiene a battesimo il libro: the China Study, pietra miliare della scienza dietetica almeno per due ragioni. Per l’imponente mole di dati raccolti e per l’uso di un tipo molto prezioso di soggetti sperimentali: rarissimi esemplari di homo sapiens sapiens.

L’antefatto di questo “gran prix dell’epidemiologia”, come l’ha definito The New York Times, è una ricerca che illustra i diversi tassi di mortalità per cancro in 2400 contee cinesi. L’intento dei ricercatori diretti da Campbell è stato di sovrapporre a un “atlante del cancro” di questo tipo, una carta geografica delle abitudini alimentari nelle varie zone della Cina, per scoprire le corrispondenze tra la diversità delle diete e la geografia delle malattie. Il risultato? Un’importante correlazione statistica tra tassi di mortalità per cancro, livelli di colesterolo nel sangue dei soggetti e consumo di proteine animali. Lo studio rivela, in sostanza, che consumare anche un basso quantitativo di proteine di origine animale ha effetti dannosi sulla salute.

Le indagini di Campbell rimangono comunque controverse. The China Study, per esempio, mette in relazione il colesterolo, e non direttamente le proteine animali, con l’aumento di una serie di malattie. E’ l’altro lavoro di Campbell, quello sui ratti, a mettere in relazione ortogonale l’assunzione di proteine con l’insorgenza del cancro. Ma questo studio ha almeno due punti deboli. Primo: viene somministrata alle cavie esclusivamente la caseina, la quale è soltanto una delle tante proteine animali di cui ci nutriamo. Secondo: l’esperimento è condotto su animali, cosa che ne abbassa il valore non solo dal punto di vista etico ma anche scientifico. Ciò che vale per i ratti potrebbe infatti non valere per gli uomini.

Ci farà comunque bene leggere le 350 pagine di questo libro.The China Study è un lavoro scientifico, ma è anche una lettura stimolante, che ricorda come trent’anni di ricerca contro il cancro non abbiano dato risultati apprezzabili. La scienza medica infatti è troppo spesso impegnata a inseguire i sintomi, dimenticando che le patologie più pericolose sono puntualmente legate a una cattiva dieta. Il libro invita quindi a un rapporto critico nei confronti dell’informazione scientifica, per non rimanere vittime delle notizie casuali e parziali che ci circondano; come quella diffusa dalla CBS di un potente cancerogeno usato nell’industria delle mele, al seguito della quale sembra che una donna abbia “chiamato la polizia territoriale chiedendo di inseguire uno scuolabus per confiscare la mela del figlio”. Parossismi di casa nella confusione che regna nelle nostre menti in tema di alimentazione. Il libro ci aiuterà a fare un po’ di chiarezza.

The China Study
T.Colin Campbell PhD – Thomas M. Campbell II
Macro Edizioni
Euro 20,00

Chi ha inventato per primo la colazione caffé, latte e croissant? Che significati simbolici ha vestito la mela nel corso della storia? Da dove ha origine la tradizione italiana del baccalà? Se avete bisogno di informazioni a bruciapelo del genere, allora vi serve una copia di questo simpatico libro di Marino Niola: “ Si fa presto a dire cotto ”.
Si tratta di qualcosa di più e qualcosa di meno di un piccolo glossario food. Qualcosa di meno perchè le voci sono poco più di quaranta e non tutte strettamente lessicografiche (il capitolo sul caffé non poteva mancare, ma un grande assente è, per esempio, il te); ma anche qualcosa di più, perché l’autore non è solo un linguista ma “un antropologo in cucina”.
Ecco allora che Niola divide l’umanità in micofili e micofobi e spiega le ragioni culturali di questa divisione; ci informa che dai misteriosi pentoloni delle streghe mancava costantemente un ingrediente; racconta, ancora, una leggenda mediterranea secondo la quale, per portare il lievito tra i comuni mortali, ci sarebbe voluto il contributo di due vergini (un indizio: una è la vergine più famosa e chiacchierata della storia).
Da buon antropologo si inoltra nella fitta selva di ingredienti e ricette della tradizione occidentale e ne vien fuori con altrettanti significati culturali. Ogni ricetta, ogni piatto, ogni ingrediente costituiscono un simbolo attorno al quale la storia umana si dispiega e si contrae. L’olio unisce e tiene separati, ed è contrassegno degli eletti; il carciofo è cristallizazione della pazienza perché “dona il suo cuore solo a chi non ha fretta”; per non parlare del sale: metafora, e non solo metafora, del valore delle cose, che non ha gusto ma che si fa da parte per esaltare i gusti cui si mescola. Il sale che diventa infine salario, valore puro.
Compito del libro è anche quello di decentrare, di far riflettere sulla nostra cultura da una prospettiva esterna: “l’Altro – scrive l’autore – mi rivela, come un negativo fotografico, la mia stessa immagine: ciò che io sono e soprattutto i confini del mio essere.” E così veniamo sfidati non poco da questo “Altro” nel capitolo sulle tassonomie. Apprendiamo che in India l’uovo è classificato tra le carni, che “per i maya di lingua tzeltal erano carne i funghi, e per gli antichi pitagorici lo erano le fave”. E fin qui tutto bene, ce la caviamo con un po’ di stupore; ma rimarremo a stento seduti sulla sedia quando scopriremo il posto che occupa, nella tassonomia degli Asmat della Nuova Guinea, la testa umana… Leggere per credere.

Un’ultima cosa: compito di un buon recensore, è lasciare la curiosità del libro, e credo di avere fatto il mio, ma se vi ho spaventato con gli oltre quaranta capitoli, non preoccupatevi. Il libro conta 137 pagine al netto di indice e bibliografia, e i capitoli hanno una media di tre pagine ciascuno. Si tratta di un testo da avere sempre a portata di mano, perché bene organizzato e dunque facile da consultare in velocità. Un glossario appunto, ma anche molto di più: un viatico per ogni buon esploratore delle meraviglie del gusto e del mondo.

Clicca sulla copertina del libro per scaricare il riassunto

si fa presto a dire cotto - marino niola

Che l’alimentazione sia un aspetto fondamentale della cultura umana è cosa già nota al grande pubblico e resa quasi banale dal proliferare di eventi gastronimici, sagre di qualsiasi cosa, programmi televisivi di vario genere e via dicendo. Resta tuttavia il fatto che pochi poi si addentrano nei sentieri di questa stessa cultura, che pochi cioè si danno la pena di fare ciò che l’autore de “Il cibo come cultura” ci propone: percorrere con con attenzione e consapevolezza, storica ma non solo, alcuni di questi itinerari.
L’approccio leggero di cui Massimo Montanari dice di accontentarsi, è in realtà un espediente retorico che nasconde, sotto una certa elegante modestia, la bellezza di un libro che un lettore attento scopre in verità carico di riflessioni e di spunti per ulteriori pensamenti: leggero e profondo assieme.

Si tratta di un libro che ci tornerà spesso in mente: in cucina, al supermercato, nelle nostre ricette, più o meno inventive; nelle tavole più diverse, da quella di casa a quella di un fast food; nei nostri viaggi infine, e più in generale nel rapporto con le varie alterità (dall’amico al diverso di ogni genere).

L’argomento è il cibo e, più in generale, l’alimentazione: non però la sua composizione chimica, non gli aspetti nutrizionali, non la sua etica se non marginalmente. Il tema è appunto, come recita il titolo, “il cibo come cultura”, l’alimentazione umana nel suo essere irrimediabilmente culturale, anche quando utilizza per nobilitarsi (ma solo in determinate epoche!!) parole come “natura”, “origine”, “semplicità”; perché come dice giustamente l’autore, il primo passo da fare è riconoscere che “anche la natura è cultura”.
Un aspetto affascinate del libro è senz’altro l’idea, più volte ribadita, che la complessità culturale e tecnica della cucina sia legata, molto prima che all’alta arte culinaria, alla preparazione dei cibi più “semplici”: “è proprio per preparare i cibi di sussistenza più comuni” scrive Montanari “che sono state messe a punto le tecniche manuali più complesse, quelle che richiedono più tempo e abilità”. Il percorso che conduce all’arte della cucina viene fatto risalire in generale a partire dalla necessità costituita dall’assicurarsi il cibo, unita alla curiosità umana e alla ricerca del piacere. È così infatti che “i metodi di conservazione degli alimenti, affinati sotto l’impulso della fame, hanno rapidamente oltrepassato tale dimensione con una sorta di trasferimento tecnologico che li ha visti applicati all’alta gastronomia (…) Si pensi ai salumi e ai formaggi, o alla grande tradizione delle confetture”. Si tratta di un legame profondo, filosofico, che unisce la fame al piacere, la necessità della natura alla libertà della coscienza, la naturalità del bisogno all’aspetto culturale della creatività umana.

Le tematiche di questo bel libro sono molte e condensate in poco più di 150 pagine, da leggere tutte d’un fiato (salvo poi rileggerlo). Mai stancante, sempre sorprendente e profondo, a tratti aneddotico, giusto per soddisfare la sana curiosità di ognuno di noi, quella che fissa il concetto nel ricordo. Che cosa prediligeva mangiare Carlo Magno? L’arrosto ovviamente, non il bollito; e detestava il medico che, negli ultimi anni di vita, glielo voleva proibire. Ma questo aneddoto non è che il la a una riflessione avvincente sulla polarità arrosto/bollito e sulle metafore e simboli ad essa sottesi (il maschile e il femminile, il naturale e il culturale, la foresta e la casa….).
Un libro ricco e vivace dunque, che si conclude con un pensiero incisivo, una metafora arborea che parla del senso della ricerca storica e di ciò che ha da dire sull’identità che noi siamo, collettivamente e individualmente. Si tratta di una metafora che attende il lettore però: non sarò io a rovinarvi qui il meritato finale.

Scarica il Riassunto di “Il cibo come cultura”

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Il cucchiaio arcobaleno: dai colore ai tuoi piatti!

Quando la cucina è fantasia, creatività e colore, ecco che il nostro ricettario si dipinge e si crea una raccolta di piatti variopinti provenienti da tutto il mondo: Il cucchiaio arcobaleno!

Il cucchiaio arcobaleno: tutti i colori delle cucine vegan dal mondo

Il cucchiaio arcobaleno: tutti i colori delle cucine vegan dal mondo, questo il nome della raccolta di ricette etniche e non, edita da Sonda e realizzata da Yari Prete e Valerio Costanzia. Non si tratta di un libro di ricette come tutti gli altri, la sua particolarità sta proprio nel raggruppamento delle ricette secondo il colore predominante degli ingredienti utilizzati.

Perché una scelta di questo tipo? Perché, come viene spiegato ampiamente nella parte introduttiva, ogni colore ha delle sue specificità e porta benifici diversi rispetto agli altri. Quindi, oltre a combinare gli ingredienti necessari per realizzare un piatto, si possono prediligere dei cibi rispetto a degli altri proprio a seconda delle loro variabili cromatiche.

Dall’arancione colore vitale delle pietanze più appetitose, si passa al viola, tono della cena e della calma, seguito dai cibi gialli che favoriscono la digestione, quelli marroni più nutrienti e rustici, quelli rossi energici e festaioli per finire con i cibi di color verde leggeri e frugali. Inoltre, si tratta di ricette tutte vegane, dalla prima all’ultima pagina, originarie di ogni parte del mondo, dall’Italia agli Stati Uniti, dalla Spagna alle Antille. Tutte da scoprire, tutte provare!

Gli autori del libro:

Yari Simone Prete – Export manager nel settore alimentare, vive in Piemonte tra Torino e il Monferrato. Appassionato di cibo e cucina, si diletta ai fornelli fin da quando era un ragazzino. Vegan dal 2006, è convinto che la buona tavola possa coniugarsi alla perfezione con il rispetto delle altre forme di vita. Tra le altre passioni la fotografia, il cinema e le lingue straniere, in particolar modo quelle orientali. E naturalmente i viaggi, per lavoro e per piacere, alla scoperta del buon cibo.

Valerio Costanzia – Si occupa da anni di progetti editoriali legati al mondo del food&beverage e dell’educazione alimentare. Ha curato titoli per diverse case editrici e lavora per l’agenzia editoriale LiberLab. Recentemente ha creato un blog dove l’antica e mai sopita passione e specializzazione per il cinema dialoga con il cibo.

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