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Qualità vegana è un marchio di certificazione che nasce per superare il problema delle autodichiarazioni in tema di prodotti vegani, e per fornire ai consumatori la garanzia di un organismo di controllo terzo sulla qualità vegana degli ingredienti e dei procedimenti utilizzati dalle aziente nella lavorazione dei loro prodotti.

Spesso non è così semplice capire se un prodotto è 100% vegano. Un caso su tutti è il vino, per chiarificare il quale sono spesso utilizzati derivati animali come caseina, albumina, colla si pesce e così via.  In casi del genere l’etichetta non informa per niente, perché il coadiuvante tecnologico utilizzato viene eliminato e non compare negli ingredienti.  Diventa in questo modo impossibile per i consumatori orientarsi senza perdersi del tutto.

Il disciplinare di qualità vegana ci viene in contro con tre livelli di verifica. Il primo riguarda l’assenza di ingredienti di origine animale nel prodotto e nella confezione. Il secondo certifica che non vengano utilizzati mezzi tecnici di origine animale nella produzione agricola (tra cui i coadiuvanti tecnologici di cui sopra). Il terzo, infine, accerta che non siano stati utilizzati, durante la fase di trasformazione, accessori con componenti di origine animale (guanti, pennelli ecc.).

Qualità vegana non è comunque solo al servizio dei consumatori: è anche una importante occasione per le aziende di comunicare qualcosa su cui altrimenti non averebbero modo di informare. Il consumo consapevole si alimenta così su entrambi i fronti. Rispetto alle altre certificazioni inoltre, qualità vegana si pone l’obettivo di aggiornare periodicamente le schede dei prodotti, per evitare che una azienda, una volta ottenuta la certificazione,  non sia più spinta a ulteriori innovazioni e miglioramenti.

Se volete saperne di più, è possibile scaricare qui il testo del disciplinare di qualità vegana.

La partita carnivori contro vegetariani è ormai pane quotidiano e il dibattito teso a dare un senso a queste scelte alimentari si fa sempre più acceso. Un recente studio della Lancaster University mette in luce le risposte più comuni date dai carnivori per giustificare il proprio comportamento “non etico”. Il team di studiosi ha identificato 4 tesi particolarmente ricorrenti e le ha sintetizzate nella “regola della 4N”. Consumare carne sarebbe giusto, per la maggioranza dei soggetti, in quanto Natural, Necessary, Normal e Nice. Cosa significano queste quattro risposte? E che valore hanno in ultima analisi? Prendiamole in esame.

Natural (Naturale). Questa tesi dice che l’uomo è carnivoro per natura, e che per questo motivo è moralmente giustificato nutrirsi di carne. L’idea perde tuttavia forza una volta chiarito che ciò che è naturale non coincide con ciò che è giusto. Si pensa troppo spesso alla natura come la fonte indiscussa di ogni morale… Sbagliando. L’uomo infatti da sempre agisce per controllare e contrastare la natura laddove questa non gli faccia comodo; e non lo fa sempre in modo eticamente problematico. Vestirsi, costruire abitazioni, riscaldarsi, curare le malattie, sono tutte cose “contro natura”. Ma nessuno, credo, si sognerebbe di sostenere che si tratti di azioni riprovevoli dal punto di vista etico. Per giustificare il valore morale di una scelta è dunque inutile dire che è così per natura. Sarebbe un po’ come dire che è giusto perché “me l’ha detto la mamma”; e non a caso parliamo di madre natura. La vocazione dell’uomo è però quella alla responsabilità e alla libertà di scegliere anche “contro natura”, laddove lo ritenga giusto.

Necessary (Necessario). Questa tesi sostiene che senza carne non avremmo di che vivere, perché fornisce nutrimenti necessari altrimenti non disponibili. Qui la questione è controversa e la comunità scientifica appare divisa su come stiano le cose. Per questo motivo mi sembra lecito dubitare che il campione preso in esame dal gruppo della Lancaster University sia particolarmente informato, o che conosca uno studio che dà la parola definitiva sulla questione. Tutto ciò che i soggetti fanno è risolvere un problema scientifico a caso, o meglio: a tutto vantaggio delle loro abitudini. Buona idea per mettersi a posto la coscienza, ma nient’altro.

Normal (Normale). L’appello alla normalità è un appello alla tradizione, al fatto di essere cresciuti mangiando carne. Questo però, va da sé, non significa molto. Può essere che uno dica di non essersi mai posto la questione perché è da sempre stata data per scontata dalla tradizione. Bene, questo ha senso. Ma allora non sarebbe forse il momento di farsi qualche domanda? Certo la storia insegna che non è facile andare contro la maggioranza, però la difficoltà non dovrebbe essere un motivo per desistere. Un po’ di coraggio, dai…

Nice (Buona). Si tratta dell’appello all’importanza del gusto e del buon vivere. La questione di fondo è se il mio piacere giustifichi l’uccisione di un essere vivente. E’ un problema di scala di valori. Il carnivoro dovrebbe ammettere che è disposto a uccidere per il suo piacere, ma non tutti sono inclini a vedere la cosa in questi termini. Non a caso quanto viene usato l’argomento del gusto si fa subito riferimento al corollario della debolezza della carne, al “non riesco a farne a meno”. Ecco uno di quei casi in cui la nostra debolezza ci fa comodo: ci permette, ancora una volta, di appellarci all’incapacità di intendere e di volere.

La storia del cioccolato in Europa comincia con un genovese: un certo Cristoforo Colombo che il 3 Agosto 1492 decide di mettersi in viaggio alla volta delle indie orientali, in direzione diametralmente opposta e sperando di incontrarle ugualmente. E le trova! Più o meno…

Le cose non sono in realtà così semplici e appena la Spagna realizza quel che è successo, si organizza per accaparrarsi il possibile. Nel 1519 Hernan Cortes penetra l’entroterra messicano convinto di trovare capanne selvagge e gente dedita a tentare invano di accendere il fuoco coi legnetti. Con sorpresa scopre una capitale imponente, elegante, di una civiltà che verrà in poco tempo rasa al suolo.

Gli Aztechi praticano il sacrificio umano, non conoscono la ruota, ma ne sanno parecchio di astronomia, e il loro imperatore, Montezuma, beve cioccolato a palla, servito generalmente in calici d’oro. Insomma, questa gente non è così sciocca e comunque conosce una bevanda di quelle che cambiano la vita, un cibo così importante che viene utilizzato anche come moneta di scambio.

Moneta per i nativi e merce per gli europei: la sua storia commerciale nel nostro continente comincia in modo ufficiale nel 1585, quando un galeone proveniente da Vera Cruz sbarca a Siviglia con un carico destinato al mercato. È comunque in Spagna che, com’era prevedibile, il cioccolato si diffonde inizialmente. Meno prevedibile è che sia da subito popolare tra gli ecclesiastici, a prima vista i meno adatti a una bevanda così lussuriosa. A loro però serve: per rendere un po’ più golosi i digiuni giacché, secondo il canone, liquidum non frangit jejunum e la cioccolata fino all’ottocento rimane niente di più, si fa per dire, che una bevanda.

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Poi arriva il diciassettesimo secolo col dominio della Francia in tutto, anche nella cioccolata, che si trasforma da nutrimento divino, essenziale, ecclesiastico, a bevanda degli oziosi, di una aristocrazia ormai ridotta dai diversi Luigi a pura rappresentanza. Mollezza aristocratica dalla quale si riscatta nell’ottocento, quando a metterci le mani è un protestante olandese, certo Van Houten, che collauda nel 1828 un metodo per separare il cacao dal suo burro. Procedimento usato poi nel 1875 da un fabbricante di candele svizzero, Daniel Peter, che con l’aiuto di Henry Nestlé  inventa il cioccolato al latte.

Nel frattempo anche la proverbiale astuzia italiana contribuisce alla riscossa simbolica del cioccolato. Nel 1806 Napoleone decide di vietare l’attracco alle navi inglesi nei suoi domini e il prezzo del cacao nella penisola va alle stelle. I piemontesi allora si fanno furbi tagliandolo con qualcosa di più a buon mercato: le nocciole, che gli escono anche dalle orecchie. E così nasce il Gianduia.

Tradizione, ingegno, furbizia. La storia del cioccolato è testimone di un intreccio che unisce e sovrappone, e separa. Separa gli Aztechi che l’hanno inventato dagli spagnoli che lo scoprono con la conquista; i francesi che l’assaporano con una certa vanteria dagli svizzeri che ne fanno un’industria all’avanguardia; e lascia emergere un’Italia che fa di necessità virtù e ne trae motivo di orgoglio. Scopriamo nel cioccolato frammenti di stereotipi nascosti tra le pieghe della storia, cristallizzazioni di vite di inventori, conquistatori, schiavi, imperatori, ribelli: pezzi di cioccolato! Cose che, come tutte le cose, ci sopravvivono bellamente e attraversano i tempi.

Al giorno d’oggi quasi tutti hanno uno smartphone e innumerevoli sono le applicazioni che possono arricchire le funzionalità del vostro telefono, tanto che ci sono moltissime applicazioni utili per fare la spesa o mantenersi in forma, tra queste anche app per vegetariani e vegani. Ce ne sono diverse che possono semplificare la vita di chi ha adottato lo stile di vita veg, eccone qui alcune.

Genius Veg: è gratuita e compatibile con Android e Apple. Con questa app puoi scoprire se il prodotto che vuoi acquistare è adatto alla dieta veg, basta una foto del codice a barre del prodotto. Ti suggerisce anche prodotti affini in base alla dieta da te impostata, per renderla più varia, puoi salvare i prodotti preferiti e fare la spesa in modo più semplice e attento.

Crudo vegan: un’applicazione tutta italiana dedicata al crudismo a soli 0,79€, per ora disponibile solo per dispositivi Apple. Avrai a portata di mano più di 100 ricette facili e appetitose. Ti informa sugli ingredienti che si possono comprare in Italia, puoi creare la tua lista della spesa, puoi aggiungere le tue foto alle ricette e condividerle via mail con gli amici. Idee a non finire per inserire ricette crude nella tua dieta.

Vegan Life: è gratuita e compatibile solo con Android e fornisce una vera e propria introduzione al veganesimo: perché sceglierlo, cosa cucinare, cosa evitare. Ci sono un sacco di consigli e anche un timer da usare mentre si cucina. Per il momento è disponibile solo in lingua inglese, ma c’è una sezione dedicata, con tanto di dizionario dove puoi trovare in varie lingue come dire cosa mangi e cosa no.

Tutto Vegan: altra applicazione ‘made in Italy’, disponibile gratuitamente nella sua versione base per Apple e Android, con 0,79€ si ottiene, invece, la versione completa. All’interno, un database di ricette vegane dai condimenti al dolce, complete di foto. Si possono salvare gli ingredienti, condividere le ricette con gli amici e l’uso dell’applicazione non necessita di connessione a internet.

Vegday: disponibile per Android e Apple, questa applicazione gratuita risolverà tutti i tuoi dubbi su dove acquistare prodotti vegani, vegetariani o senza glutine e su quali locali li servono, si può anche iscrivere la propria attività!

Is it vegan?: come dice il nome, questa applicazione permette di capire se un prodotto è vegano, attraverso la lettura del codice a barre. Si possono analizzare gli ingredienti e vedere una descrizione dettagliata del prodotto e infine si possono condividere le proprie scoperte sui social. È disponibile in inglese e nella sua versione base è gratuita, per quella completa, invece, il prezzo è 4,99€.

Vegman: l’applicazione è per ora disponibile solo per i dispositivi Apple, ma presto sarà disponibile anche per Android, è gratuita e rende la vita facile a tutti i vegetariani e vegani perché indica i locali veg. È in lingua inglese.

Ivegetariano: la versione lite è gratuita, quella completa costa 0,99€ ed è disponibile per i dispositivi Apple. 1300 ricette per mangiare nel rispetto della natura divise in categorie per facilitare la ricerca e con un pratico timer per non far scuocere nulla.

21-day vegan kickstart: per ora compatibile solo con Apple, l’applicazione creata dal Physicians Committee for Responsible Medicine segnala ricette guidate passo dopo passo con foto e informazioni per migliorare la propria salute. È anche questa disponibile in inglese per ora.

Amici vegetariani, vegani e crudisti, non ci sono più scuse, dimenticate le difficoltà quando fate la spesa e state certi che troverete un posto dove mangiare adatto a voi, con queste app sarà un vero e proprio gioco da ragazzi.

 

Sono sicuro che se dico tè voi rispondete Londra. I più raffinati penseranno al tè verde, al Giappone, al sencha, alla pratica zen, al buddhismo. Non scherziamo! Tè significa Inghilterra. Simbolo di una nazione che non lo produce né l’ha inventato ma, più prosaicamente, lo consuma, il tè a Londra è di uno di quegli scherzi della storia, che crea connessioni là dove la natura tace, che permette di vedere orizzonti più lontani, verso oriente.

Il tè non è simbolo come lo sono il cioccolato o la pizza. Non rinvia alla maestria degli artigiani svizzeri né alla fantasia italiana nell’utilizzo di prodotti locali: il tè è il simbolo dell’orgoglio di una nazione commerciale, che l’ha conquistato con la politica, l’iniziativa privata e, perché no?, la forza.

Non a caso la rivoluzione americana è legata alla distruzione di un carico di tè: quel processo che porta una semplice colonia a opporsi alla madrepatria e a trasformarsi nella più grande potenza mondiale contemporanea, scoppia quando un gruppo di coloni, travestiti da pellerossa, svuota la stiva del “Darthmouth”, buttando a mare, per la gioia e l’insonnia dei pesci, 45 tonnellate di tè inglese. È la notte del 16 dicembre 1773, siamo nel porto di Boston e gli americani cominciano a bere caffé per dispetto. Ma il tè, ancor prima che imporlo agli americani, gli Inglesi l’hanno strappato con fatica alla tradizione cinese.

“Per placare la sete si beve acqua, per dare conforto alla melanconia si beve vino, per scacciare il torpore e la sonnolenza si beve tè”. Sono parole di Lu Yu, autore del Chajing, il più antico trattato sul tè composto tra il 758 e il 760 d.C. “Scacciare il torpore”: proprio ciò di cui i monaci buddhisti hanno bisogno nelle lunghe meditazioni, e così la diffusione della bevanda in Cina va di pari passo con la costruzione dei templi. All’inizio il suo aspetto è diverso da quello che vediamo oggi: si tratta di un decotto non filtrato, una sorta di zuppa. Poi passano il tempo e le tradizioni, e il tè infuso, come lo conosciamo, si afferma definitivamente durante la dinastia Ming (1368-1644), quella dei vasi per intendersi… La fortuna estera comincia nel 805-806 con l’esportazione in Giappone dove, soprattutto dalla fine del secolo XII, bere il tè diventa un vero rito religioso.

Gli inglesi, invece, arrivano tardi. I primi europei ad apprezzarlo sono anzi i gesuiti portoghesi che, nella seconda metà del cinquecento, fraternizzano coi monaci buddhisti; tocca poi ai commercianti olandesi portarlo in Europa e in Inghilterra agli inizi del seicento.

Intanto, nel 1662, il re d’Inghilterra Carlo II sposa una principessa portoghese, Caterina di Braganza, che porta con sé una consistente dote, l’apertura degli empori portoghesi alle navi britanniche, e una nuova abitudine: bere il té. È l’inizio di un amore sincero e duraturo, non tra i due sovrani a dire il vero, ma tra la bevanda e gli inglesi. È vero che i prezzi sono ancora proibitivi (il costo di una tazza ammonta allo stipendio di quattro mesi di un domestico ben pagato), ma lentamente le cose cambiano. Nel 1717 un certo Thomas Twinings apre la prima bottega in Europa interamente dedicata al tè, nel centro di Londra.

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L’Inghilterra intanto si impone in Asia e conquista il mercato di Canton. Cosa non da poco, visto che Canton è l’unico emporio cinese aperto agli europei fino al 1842; e visto che, a differenza di altre bevande esotiche (cioccolato e caffé in primis), il tè rimane a lungo un monopolio straniero, cinese appunto. 

Ma in cambio dei suoi prodotti la Cina vuole solo lingotti d’argento: non c’è interesse per le merci europee e non v’è modo di instaurare uno scambio reciproco. L’Inghilterra allora si scervella e trova l’unico prodotto che sembra attrarre i cinesi: l’oppio, il cui commercio sarà proibito dal governo di Pechino e imposto da Londra con la forza, mentre su un altro fronte si sperimenta la produzione di tè in India. Alla fine, negli anni 30 dell’ottocento, il primo blend indiano arriva in Europa, segnando il crollo del monopolio cinese e inaugurando la definitiva fortuna dell’infuso in Inghilterra.

Portato a casa con il sudore della lotta commerciale e il sangue delle guerre dell’oppio, il tè si fa simbolo; impregna l’acqua degli inglesi di un sapore di gloria che nessuna bevanda può eguagliare, e lo fa fino in fondo: con l’immancabile retrogusto un po’ amaro, che conduce la mente alle perdute colonie di una “nuova Inghilterra” che non è più inglese, che non esiste più: perché non beve più il tè.

Nel lontano 1865, il giorno di Natale, dopo sei mesi di lavori frenetici, iniziò le sue attività la Union Stock Yard & Transit Co.: furono ospitati i primi animali, ma l’accoglienza riservata ai benvenuti non dev’essere stata delle migliori. Dopo essere stati scaricati dai vagoni dei treni, venivano portati nei box loro destinati, rigorosamente all’aperto e al chiaro di luna. Gli animali del resto non dovevano sopportare molto l’inospitalità del luogo, perché nel giro di poco tempo erano condotti in un locale dove accadeva loro di perdere la testa. Per la precisione venivano storditi con un colpo ben assestato alla base del cranio, appesi per le zampe con delle catene, sgozzati e smembrati poi in varie parti, secondo una catena di montaggio (o meglio: di smontaggio) che i pionieri dei macelli andavano proprio allora perfezionando. Dal colpo alla testa alla rimozione della stessa e degli zoccoli passava non più di un minuto.

Non che gli operai se la passassero molto meglio. La carità cristiana risparmiava loro di venir sgozzati, ma erano comunque sottoposti a turni massacranti di dieci o dodici ore, guadagnando un salario che la costante offerta di lavoro teneva molto basso. L’odore all’interno dei macelli e in tutto il quartiere era insopportabile e nausante, il luogo di lavoro un inferno di sangue e interiora, e nonostante tutto la Yard rimaneva la speranza di molti, soprattutto dei tanti immigrati.

Quanto appena descritto accadeva a Chicago, una delle più grandi metropoli degli Stati Uniti, divenuta famosa per essere stata la più grande macellatrice di maiali del mondo (“the hog butcher of the world”, com’era chiamata). La città, che oggi conta la bellezza di 2.7 milioni di abitanti, era nel 1833 solo un minuscolo villaggio di 350 anime. Fu lo sviluppo industriale che, nel corso di pochi decenni, la sfigurò facendola diventare, secondo le parole del celebre architetto Louis H. Sullivan una “ameba… rete brutale di urgenze industriali, di una rudezza inebriante, fascinosa ed elevata in tutte le accezioni del termine”.

Anche le Yards  erano state costruite velocemente, sotto la spinta della vertigine dello sviluppo industriale ma soprattutto sotto la spinta delle migliaia di animali che ogni giorno arrivavano in treno, in quarta classe e con biglietti di sola andata, dalle grandi pianure del Midwest. Arrivavano per venire trasformati in scatolette e occorreva organizzarsi il meglio possibile per stare dietro al continuo afflusso: fu così che vennero create quelle gigantesche catene di montaggio al rovescio, primissime applicazioni di quello che in seguito sarà chiamato “fordismo”.

Ford non fu però il maestro, arrivò qualche decennio dopo; Ford fu un allievo. Allievo dei grandi mattatoi, a loro volta allievi della celebre fabbrica di spilli descritta da Adam Smith nella sua Ricchezza delle Nazioni. In queste fabbriche, scrive Smith, “un uomo svolge il filo metallico, un altro lo drizza, il terzo lo taglia, un quarto lo appuntisce, un quinto lo arrotola nella parte destinata alla capocchia” e così via, fino a impiegare diciotto operazioni per la produzione di un unico spillo.
Si potrà obiettare forse che la fabbricazione di uno spillo non abbia niente a che fare con il trattamento da riservare a un essere vivente. E invece ne ha. Basta fare le operazioni a rovescio. La vita del vivente viene messa fuori gioco nel giro di un minuto, nella maniera più brutale possibile, e il seguito è solo catena di montaggio.
Nello stesso momento in cui l’animale viene stordito è però la coscienza dell’operaio che viene sopita. Nel ricatto generato dalla necessità di lavoro l’operaio tratta non solo l’animale come un oggetto, ma anche se stesso come pura forza-lavoro indistinta, parcellizzata, sostituibile: benzina per una grande macchina di macellazione.
L’operaio, nel suo lavoro, e cioè in ciò che vi è di più umano, “si sente – scriveva Karl Marx – nulla più che una bestia”. Ma, ancora più che una bestia, si sente macchina; si fa anzi macchina, proprio mentre tratta l’essere vivente di fronte a lui come un meccanismo inerte, insensibile.

La gola del maiale non è più allora una gola per davvero. Diventa l’interruttore che spegne una macchina, che arresta un movimento che sarebbe solo d’intralcio nelle operazioni successive; lo stesso interruttore che spegne la coscienza dell’uomo, mette a tacere ogni domanda sul senso della vita, ne è anzi la pura negazione: non tanto della vita stessa quanto della domanda. L’uccisione, che in certi casi può anche essere una forma di pietà che evita la sofferenza di una vivisezione, ha in realtà l’unico scopo di favorire le operazioni seguenti. Non esiste coscienza, non nei macelli di Chicago. Tutto è meccanismo.

Questo accadeva a Chicago e nel suo mattatoio. Questo accade oggi.
A partire dal 1955 le diverse compagnie cominciarono a dismettere le attività del macello. Nel 1971 la Union Stock Yard cessò ufficialmente di esistere, ma solamente perché lo sviluppo del sistema autostradale degli Stati Uniti, unito a quello del trasporto su gomma, mise in crisi il monopolio di Chicago, basato sul sistema ferroviario statale.
Di quell’inferno, in cui uomini e animali condividevano un destino comune, è rimasto qualcosa oltre il ricordo: un’entrata costruita nel 1879, che porta una scritta laconica: “Union – Stock – Yard – Carthered – 1865”. Se vi capiterà di passare da quelle parti, vi consiglio di non fermarvi a quella scritta. Vi consiglio di pensare e capire. Vi consiglio di meditare le parole ben più adatte del nostro poeta, e al senso che hanno avuto e che ancora hanno per degli esseri viventi che forse non le possono capire, ma che ne sentono tuttavia, ogni giorno, l’amarezza:

“Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Lasciate ogne speranza, voi ch’ intrate”

Segnatevi quest’appuntamento veg tutto da gustare e vivere: il nome dell’evento è Castle Vegetarian Fest, un festival vegetariano e vegano, eno-gastronomico e del settore biologico, che si terrà presso il castello del Comune di Sarzana. La manifestazione, organizzata da GreenHopeSarzana, si svolgerà dal 24 al 27 luglio, dalle ore 17.00 alle 24.00 presso la Cittadella di Sarzana.

In un’Italia sempre più veg(etari)ana, lo scopo degli organizzatori è quello di rispondere alla crescente domanda dei consumatori di prodotti veg, per intolleranti e biologici, realizzati nel rispetto degli esseri viventi, della natura e dell’ambiente.

Ma il Castle Vegetarian Fest non sarà un evento indirizzato esclusivamente a chi a sposato lo stile di vita e la cultura vegetariana ma si pone come strumento divulgativo per tutti coloro che sono interessati e attratti da questo mondo, offrendo al contempo l’opportunità di trascorrere con la famiglia e gli amici una piacevole serata all’aperto, visitando stand espositivi, partecipando a conferenze e showcooking, incontrando personaggi della politica e dello spettacolo e assistendo a mostre e performance musicali.

L’iniziativa di organizzare un Castle Vegetarian Fest è davvero molto voluta da tutta la popolazione veg italiana (nel 2014, 4,2 milioni di persone tra vegetariani e vegani), soprattutto dopo che gli organizzatori del Festival Vegetariano di Gorizia hanno affermato che l’evento non si sarebbe più svolto.

Un’occasione da non perdere, un punto di incontro e di divulgazione dove  poter mangiare cibo sano, gustoso e cruelty-free nella meravigliosa cornice della Cittadella di Sarzana!

Noi ci saremo, e voi?

 

Venerdì 13 marzo 2015, lo chef Martino Beria ha tenuto un approfondimento sulla cucina vegana e le sostituzioni proteiche all’istituto alberghiero Cesare Musatti di Dolo (ve).
I punti fondamentali toccati dallo chef sono stati:
– i principi della cucina vegana
– le regole di accostamento degli ingredienti
– principi di sostituzione
– i sostituti proteici nella cucina vegana
– il Vegan Junk Burger

Secondo lo chef Martino Beria, il termine Vegano è un’etichetta che va a rappresentare una serie di concetti, in gran parte soggettivi, ma troppo spesso stereotipati.
Oggi vegan è una scelta, più o meno consapevole, che se portata avanti con equilibrio può essere uno stile di vita esemplare. Vediamo però che molto di frequente la scelta vegana sfocia nell’estremismo e in una chiusura o, d’altro canto, è diventata una moda.

Quando parliamo di cucina vegan, dobbiamo comprendere che bisogna creare gastronomia, cultura del cibo, espresse in piatti che in primis possano essere estremamente buoni.
Per fare questo ci vuole una profonda conoscenza degli ingredienti e delle loro funzioni.
Ogni ingrediente ha un ruolo preciso nei seguenti ambiti che costituiscono i principi di accostamento per la creazione di un piatto:
– tecnologico
– nutrizionale
– simbolico
– storico
– reologico
– geografico
Ogni piatto andrebbe costruito e interpretato utilizzando questi principi: solo in questo modo la nostra creazione avrà quel “quid” in più che la renderà non più una semplice ricetta ma un insieme di conoscenze condensate in un’idea.

La cucina vegana è quindi una cucina che va mancare di alcuni ingredienti che altro non sono che animali e loro derivati. Come gli ingredienti vegetali, anche quelli animali hanno una loro funzione negli ambiti sopracitati, e non possiamo pensare di riuscire a creare una connessione con il mondo onnivoro se non siamo in grado di sostituirli correttamente.
Le sostituzioni vengono appunto attuate ad un livello simbolico in modo da far accettare più facilmente un nuovo stile alimentare nella dieta di un popolo fondamentalmente onnivoro.

Questi e tanti altri temi sono stati affrontati assieme alle due quinte dell’istituto alberghiero Cesare Musatti di Dolo (ve), che si sono dimostrati affascinati dall’approccio analitico dello chef Martino Beria.

Viene spontaneo capire che la cosa fondamentale è la consapevolezza che deve stare alla base di un saper fare tecnico.

Immaginate due ragazze a Brooklyn, immaginate che siano unite dalla passione per il cibo, ma che abbiano due approcci diversi, una di loro è vegana, l’altra no. Niente di strano, direte; sono d’accordo, ma Sasha e Emma sono speciali, perché hanno deciso di condividere la loro amicizia e la loro cucina con tutti.

EAT OUR FEELINGS

Emma e Sasha sono le protagoniste di ‘Eat Our Feelings‘, che tradotto letteralmente sarebbe ‘Mangiate i nostri sentimenti’, una webserie un po’ commedia, un po’ show di cucina nuova e divertente. Le ragazze sono giovani, Sasha è un’attrice e una scrittrice e mangia di tutto, Emma invece è una chef indipendente, scrittrice e laureata al Natural Gourmet Institute ed è vegana.

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La loro idea è insegnare a cucinare in modo divertente, condendo ogni ricetta con una piccola storia che sdrammatizza un po’ la situazione dello show di cucina. Ogni episodio racconta un problema diverso, che le ragazze affrontano esternando i propri sentimenti e usano la cucina per risolvere quel problema. Le ricette nascono un po’ per caso, una volta per far fronte al cuore spezzato, un’altra per mettersi in competizione con un venditore di panini al formaggio al parco, un’altra ancora per fare un brunch diverso da quello classico, normalmente molto costoso e poco vegan friendly. L’ambientazione è semplice, le protagoniste sono due ragazze normali e le istruzioni per le ricette sono chiare e semplici da seguire, dato che le ragazze ce ne danno una dimostrazione. La situazione in generale mette così a proprio agio che viene voglia di guardare gli episodi uno dietro l’altro o, per lo meno, farsi invitare a pranzo da Emma e Sasha.

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Gli episodi sono in inglese, ma tu che non sai l’inglese, non disperare! Amara.org, organizzazione che lavora su base volontaria, sta sottotitolando gli episodi in diverse lingue, tra cui l’italiano. Per chi invece ha un po’ di dimestichezza con l’inglese, provate a guardare il video! Le ragazze parlano lentamente, la situazione è semplice da capire e gli ingredienti delle ricette vengono mostrati uno per volta in modo chiaro; magari queste ragazze vi aiutano a migliorare la conoscenza della lingua oltre che darvi qualche nuovo spunto in cucina!

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Un progetto frizzante da far decollare

Il loro progetto sta prendendo vita grazie a Kickstarter, un sito che mette in contatto persone con un’idea artistica di vario genere e qualcuno che li voglia sponsorizzare per farla diventare realtà. Chiunque in realtà può sostenere uno dei progetti presenti su Kickstarter e ricevere qualcosa in cambio (un tweet, tutti gli episodi della serie, una cena), è letteralmente quella spinta per partire (traduzione della parola ‘kickstart’) che può essere necessaria per sviluppare un progetto. In questa pagina dedicata alle ragazze di Eat Our Feelings potete proprio vedere come funziona il sito. Le ragazze di ‘Eat our Feelings’, grazie all’iniziativa di Kickstarter, sono riuscite a produrre già 5 episodi e sono entusiaste, anche se serve di più per poter andare avanti. Questo è solo il primo passo!

Potete trovare Emma e Sasha e le loro ricette sul sito eatourfeelings.com e anche sui social:

FACEBOOK: facebook.com/eatourfeelingsyum

INSTAGRAM: instagram.com/eatourfeelings

TWITTER: twitter.com/eatourfeelings

Seguite anche voi i progressi di queste ragazze! Da parte mia dico: Way to go, girls!

 

Vegan Life, la nuova rivista italiana di cucina vegan – data di uscita

L’anno 2015 comincia in bellezza con l’uscita a gennaio del primo numero della rivista Vegan Life, un mensile tutto vegan dalla copertina all’ultima pagina!
Oltre a ricette cruelty free colorate, gustose e invitanti, sfogliando Vegan Life si possono trovare tanti articoli di approfondimento, dai consigli per una vegan lifestyle alle testimonianze dirette di chi ha scelto questa filosofia di vita.
Lo chef ufficiale di Vegan Life, Martino Beria, si racconta in questo primo numero in un’intervista personale (pag. 10) e propone un variopinto menù detox crudista (pag.30), perfetto per sentirsi meno appesantiti dopo i cenoni e i pranzi delle festività natalizie!

Vi chiederete a questo punto la data d’uscita!
Vegan Life uscirà il giorno martedì 13 gennaio 2015 nelle maggiori piazze d’Italia e, nei giorni a seguire, nel resto d’Italia.

Potete trovare la pagina ufficiale di Vegan Life cliccando QUI!

Ogni mese su Vegan Life troverete le ricette, consigli, articoli ed interviste per tenersi informati sul vegan a 360 gradi. Finalmente in edicola, un nuovo mensile dedicato al mondo veg, non perdetevelo!

Primo numero Vegan Life