Oggi parliamo di un libro di ricette vegan che sicuramente spicca tra gli altri per il filo conduttore che lega questi piatti, ovvero il loro contenitore, la ciotola. Vi parliamo di Sweet Kabocha – la mia cucina naturale in 100 ciotole vegan, scritto e fotografato dalla food blogger e nutrizionista Valentina Goltara ed edito da Eifis.

La storia dietro il libro

Valentina Goltara è italiana ma per amore si è trasferita negli Stati Uniti. Come molte food blogger, racconta la sua storia attraverso le proprie ricette, un percorso di vita fatto di alti e bassi con il cibo, un rapporto non sempre sereno che però ha un lieto fine: l’incontro armonico di gusto e benessere fisico.
Valentina ama le ciotole, come abbracciano il cibo e lo tengono caldo, come le consentono di non sentirsi sola quando a pranzo non c’è nessuno con cui condividere il pasto, e invece di mangiare a tavola, può accoccolarsi sul divano o andare al parco e mangiare godendosi una bella giornata di sole.
E cosa significa sweet kabocha? Oltre ad essere il nome del suo blog, è anche il nome di una zucca, l’ingrediente preferito di Valentina, quello che non manca mai nella sua cucina.

100 ricette vegan tutte da provare

Un libro di ricette variopinto e spigliato che non esclude nessuna portata od occasione, perché in una ciotola non ci stanno solo zuppe e vellutate, ma dolci colazioni, polpette, snack, sformati, cous cous e granole. Suddiviso in colazione, pranzo, cena e snack, Sweet Kabocha raccoglie il meglio della cucina sana e frizzante di Valentina, rigorosamente senza derivati animali.

Più che un libro di cucina vegana

Potremmo definire Sweet Kabocha un libro di cucina stuzzicante e allegro: accoglie il lettore con ricette semplici e deliziose, adatte anche a chi è alle prime armi, e lo guida attraverso un’attenta descrizione nutrizionale degli alimenti di origine vegetale e delle loro proprietà. Molto utili e chiare le schede per creare la propria ciotola per ogni occasione.

Buona lettura e… tirate fuori le vostre ciotole, si mangia!

Titolo: Sweet Kabocha
Autore: Valentina Goltara
Editore: Eifis
Prezzo: €28,50

La dieta mediterranea è ispirata ai regimi alimentari dei paesi affacciati su quel mare e parla di una frontiera interna al mondo europeo, di cui siamo generalmente consapevoli ma di cui ignoriamo altrettanto generalmente la storia.

Il nord Europa,  almeno nel nostro immaginario collettivo, basa la sua alimentazione su prodotti di origine animale. Carne, formaggi, burro conducono la nostra mente generalmente lontano dal bacino del mediterraneo. Si pensi ai wurstel tedeschi, alla colazione uova e pancetta all’inglese, ai biscotti al burro danesi. Ci si aggiunga pure un po di pesce: anguille, aringhe, salmone… Stereotipi appunto, ma è inutile negare che la tradizione di pane, vino e olio e di tutti i prodotti di vocazione agricola, sia concentrata nel sud del nostro continente. Si tratta di una differenza dovuta certo a diversità climatiche. Ma c’è anche un modo diverso di raccontare queste linee, seguendo non solo i fatti e i destini naturali, ma anche i casi della storia.

La differenza di cui parliamo è infatti l’erede di un tempo in cui l’Europa non esisteva. La frontiera che separa oggi l’Africa dalle nostre coste non era allora realmente un confine o meglio: lo era molto meno di quanto non lo fossero al nord le Alpi e il Reno. Quella che oggi è una cultura che si percepisce come comune, l’Europa, è in verità il prodotto di un lento cambiamento seguito al crollo del più grande impero della storia occidentale: l’impero romano. L’Europa è un prodotto artificiale, una sintesi tra la cultura greco-romana mediterranea e quel brulichio di genti che tendiamo a chiamare, per semplificarci la vita, con un unico nome: i popoli germanici. Un gruppo di popoli nomadi, pastori e cacciatori per i quali l’agricoltura è un optional: e che porta in Europa il culto del derivato animale.

Non che la civiltà greca e romana non conoscesse il burro o la carne e, men che meno, il pesce. Ma ciò che distingueva la civiltà classica dai barbari era la base vegetale non solo dell’alimentazione, ma della simbologia culturale nel suo complesso; perché l’agricoltura costituiva il segno tangibile del potere dell’uomo sulla natura e dell’uscita dallo stato ferino. Per questo, nei poemi omerici, “mangiatore di pane” è sinonimo di “uomo”.

Questa unità mediterranea si era spezzata proprio con l’arrivo dei popoli germanici. E la separazione si era approfondita nel momento in cui gli arabi avevano conquistato l’Africa affacciandosi sulle coste dell’Europa. Alla fine, con la definitiva cacciata dei musulmani dal nostro continente e il loro stanziamento in Africa, la divisione era completa e si veniva consolidando lo spazio culturale europeo.

In questo nuovo spazio, cementato dal cristianesimo e di cui noi siamo i diretti eredi, la gastronomia ha tuttavia continuato e continua a parlare anche un’altra lingua, più arcaica, che identifica pur sempre quell’antica regione che le varie invasioni hanno piegato ma non spezzato. È la lingua di una dieta mediterranea che non è solo uno slogan di moda, ma racconta di un passato che si rigenera e si rinnova ogni giorno tra il fuoco delle nostre cucine. Una lingua che rimane un’ottima chiave di lettura delle differenze che nonostante tutto separano l’Europa del mare nostrum da quella d’oltralpe; e la uniscono a un’Africa che non è poi tanto lontana.

Non si fraintenda. La sintesi europea ha fatto sì che il pane, il vino e l’olio si diffondessero in tutto il continente, grazie anche a una religione comune. Quei cibi sono infatti entrati da subito nella simbologia del rituale cristiano, formalizzato non a caso sotto la protezione degli ultimi imperatori romani. Ed è proprio attraverso la religione che, anche nell’alimentazione, l’asperità delle differenze si è stemperata. La frontiera è diventata insomma una questione interna, che racconta pur sempre la nostra appartenenza a quel luogo culturale comune che si chiama Europa… Ma anche no!