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The Meat Atlas. Fatti e cifre sugli animali che mangiamo.

“Fatti e cifre sugli animali che mangiamo”: così si presenta il Meat Atlas, un’agghiacciante cronaca del mondo dell’industria che tratta gli animali, pubblicata da Heirich Boell Stiftung. Il testo è disponibile gratuitamente sul web in versione pdf, e offre a ognuno di noi ottime ragioni per schierarsi contro la produzione industriale di carne e derivati animali. Non si tratta solo del benessere di mucche, maiali e galline ma di un intero sistema che sta distruggendo il pianeta, sotto ogni aspetto.

In ogni capitolo troviamo, detta senza fronzoli, del marcio… Molto a dire il vero. A partire dalle pessime condizioni dei lavoratori di quelle fabbriche, la cui coscienza viene giornalmente violentata dalla crudeltà delle loro mansioni. Alla densità invivibile dei macelli che costituisce il paradiso di virus e batteri. Al fatto che, per controllare queste epidemie latenti, l’industria utilizza tonnellate di antibiotici che, ovviamente, portano allo sviluppo di super batteri che resistono ai trattamenti. E non c’è da illudersi che vi sia una qualche forma di moderazione nell’uso di medicinali, perché nei macelli questi servono non solo a curare ma anche, e soprattutto, a far crescere più velocemente gli animali.

Il racconto procede serrato: c’è l’acqua che viene utilizzata in quantità enormi per produrre il foraggio, e che viene altrettanto inquinata da iper-fertilizzazione e antibiotici. E c’è una zona morta, nel Golfo del Mississippi, di 20,000 chilometri quadrati in cui pesci e crostacei non possono sopravvivere, a causa proprio delle fertilizzazioni eccessive. C’è la carne confezionata sotto vuoto, riempita di ossigeno, in modo che appaia rossa anche se in realtà è stata in magazzino per diversi giorni. E c’è la guerra dei prezzi che genera periodici scandali: etichettature ingannevoli in cui carne di cavallo è venduta come manzo, uso di ormoni, vendita dopo la scadenza ecc.

E intanto i cittadini, oltre che essere presi per il culo, pagano. Pagano il danno ambientale, pagano le industrie, molto spesso finanziate dallo stato all’ottuso grido di “maggiore la compagnia, maggiore il finanziamento”. Per non parlare della perdita di biodiversità. Non si tratta solo di poesia. Non è che la standardizzazione dei prodotti significhi solo la tristezza di vedere cose tutte uguali e di conoscere sapori tutti uguali. Magari fosse solo questo, e sarebbe già tanto. Ma il ridursi della diversità genetica implica, di nuovo, una maggiore vulnerabilità a epidemie i cui esiti sono inquietanti e imprevedibili.

Da qualsiasi punto di vista ci si voglia mettere, non c’è una sola buona ragione per continuare a produrre carne e derivati animali in questo modo. Possiamo guardarla nell’ottica di un movimento per il benessere degli animali da allevamento che si batte per una produzione meno industriale e più “umana”. Possiamo metterci nella prospettiva del movimento animalista che vuole l’abolizione dei macelli tout court. O possiamo anche indossare i panni di chi è preoccupato per il futuro del pianeta in generale o semplicemente per la sua salute e quella dei suoi cari.

Ma da ovunque la si guardi, la faccenda resta inaccettabile e deve essere affrontata con consapevolezza. E affrontarla significa cambiarla. Perché è uno scandalo. “In tutto il mondo, il bestiame è sempre più allevato in condizioni crudeli e restrittive, nelle quali gli animali passano la loro breve vita sotto luci artificiali, imbottiti di antibiotici e ormoni della crescita, fino al giorno in cui vengono macellati. La cosa davvero scandalosa è che non è necessario che sia così. Produciamo sufficienti calorie nel mondo per nutrire tutti, anche con una popolazione globale in crescita. Sappiamo come allevare senza distruggere l’ambiente e senza imporre agli animali che alleviamo condizioni crudeli”. È questo il vero scandalo: che si possa fare diversamente e che non lo facciamo perché, ancora una volta, siamo apatiche prede della banalità del male.

Clicca qui per scaricare il testo completo di Meat Atlas.

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