Prugne Umeboshi: proprietà, usi e prodotti

Per primi sono arrivati i cinesi, che già da 3000 anni ne conoscono le qualità, 1500 anni dopo, anche i giapponesi hanno cominciato a valorizzarle; stiamo parlando delle prugne Umeboshi, un frutto che arriva dall’Oriente, ricco di straordinarie proprietà.

Che cosa sono?

Le prugne Umeboshi (il termine di per sé significa: “prugne secche”) sono i frutti dell’albero Ume, scientificamente una varietà asiatica dell’albicocco Prunus Mume, e sono note sia nella variante giapponese: tonde, carnose e dal gusto acidulo, sia nella variante diffusa in Cina e Taiwan: piccole e ovoidali, dal nocciolo grande e dalla pelle più spessa, con sapore amarognolo. L’albero Ume è definito dai popoli orientali “amico del freddo” poiché, insieme al bambù e al pino, fiorisce a febbraio, nel periodo più freddo dell’anno. I frutti raggiungono la loro dimensione massima a giugno e vengono raccolti quando ancora verdi. Poi si fanno essiccare al sole e si mettono sotto sale in barili di legno, dove si lasciano macerare dai 6 mesi a un anno avvolti in foglie di shiso, pianta responsabile del caratteristico colore rosso scuro delle Umeboshi.

A cosa servono?

Le proprietà di queste prugne sono numerosissime, a cominciare dall’elevato contenuto di acido citrico che favorisce l’assorbimento dei minerali alcalinizzanti, come ferro, calcio e fosforo. Nella tradizione giapponese, si considera questo frutto un neutralizzatore del senso di fatica ed è spesso usato dagli sportivi. Si usa anche per problemi digestivi, quali acidità di stomaco e nausea (dovuta anche a gravidanza, mal d’auto o in caso di eccessivo consumo di alcool). L’Umeboshi ha effetti benefici in caso di problemi intestinali, quali diarrea e colite, e ha effetto purificante anche per fegato e reni. Infine, è d’aiuto anche in caso di raffreddori e febbre, per ulcere di stomaco e anemia. Si può usare anche per combattere l’alito cattivo e succhiare un nocciolo di Umeboshi per 3-4 ore è benefico in caso di faringiti. Controindicata in caso di ulcera al duodeno, nelle persone con tiroidismo e problemi di pressione alta, in quanto è un frutto molto salato; per questa stessa ragione, si consiglia in ogni caso di non esagerare nel consumo, ne basta un pezzettino!

Come si usano?

Dalla fermentazione delle prugne Umeboshi si ricava un acidulato di Umeboshi o agro di Umeboshi, una specie di aceto molto salato dal colore purpureo, che si può usare come condimento, proprio come l’aceto o la salsa di soia, per insalate e verdure cotte. Lo si può usare anche semplicemente nell’acqua di cottura, al posto del sale, come insaporitore con il vantaggio di rendere anche i cibi più digeribili. Dalle prugne di può ricavare anche una purea di Umeboshi, una crema saporita che si può usare nella preparazione di salse. Le prugne si possono mangiare anche così come sono e sono commestibili anche i noccioli del frutto, che possono essere arrostiti in forno e ridotti in polvere per ricavarne un rimedio contro disturbi gastrici e intestinali se aggiunto a una tazza di tè.

Dove si comprano?

Si trovano abbastanza facilmente in negozi specializzati in alimentazione naturale e biologica, ma anche al supermercato. Non resta che provarle!

Qualità vegana è un marchio di certificazione che nasce per superare il problema delle autodichiarazioni in tema di prodotti vegani, e per fornire ai consumatori la garanzia di un organismo di controllo terzo sulla qualità vegana degli ingredienti e dei procedimenti utilizzati dalle aziente nella lavorazione dei loro prodotti.

Spesso non è così semplice capire se un prodotto è 100% vegano. Un caso su tutti è il vino, per chiarificare il quale sono spesso utilizzati derivati animali come caseina, albumina, colla si pesce e così via.  In casi del genere l’etichetta non informa per niente, perché il coadiuvante tecnologico utilizzato viene eliminato e non compare negli ingredienti.  Diventa in questo modo impossibile per i consumatori orientarsi senza perdersi del tutto.

Il disciplinare di qualità vegana ci viene in contro con tre livelli di verifica. Il primo riguarda l’assenza di ingredienti di origine animale nel prodotto e nella confezione. Il secondo certifica che non vengano utilizzati mezzi tecnici di origine animale nella produzione agricola (tra cui i coadiuvanti tecnologici di cui sopra). Il terzo, infine, accerta che non siano stati utilizzati, durante la fase di trasformazione, accessori con componenti di origine animale (guanti, pennelli ecc.).

Qualità vegana non è comunque solo al servizio dei consumatori: è anche una importante occasione per le aziende di comunicare qualcosa su cui altrimenti non averebbero modo di informare. Il consumo consapevole si alimenta così su entrambi i fronti. Rispetto alle altre certificazioni inoltre, qualità vegana si pone l’obettivo di aggiornare periodicamente le schede dei prodotti, per evitare che una azienda, una volta ottenuta la certificazione,  non sia più spinta a ulteriori innovazioni e miglioramenti.

Se volete saperne di più, è possibile scaricare qui il testo del disciplinare di qualità vegana.