“Fatti e cifre sugli animali che mangiamo”: così si presenta il Meat Atlas, un’agghiacciante cronaca del mondo dell’industria che tratta gli animali, pubblicata da Heirich Boell Stiftung. Il testo è disponibile gratuitamente sul web in versione pdf, e offre a ognuno di noi ottime ragioni per schierarsi contro la produzione industriale di carne e derivati animali. Non si tratta solo del benessere di mucche, maiali e galline ma di un intero sistema che sta distruggendo il pianeta, sotto ogni aspetto.

In ogni capitolo troviamo, detta senza fronzoli, del marcio… Molto a dire il vero. A partire dalle pessime condizioni dei lavoratori di quelle fabbriche, la cui coscienza viene giornalmente violentata dalla crudeltà delle loro mansioni. Alla densità invivibile dei macelli che costituisce il paradiso di virus e batteri. Al fatto che, per controllare queste epidemie latenti, l’industria utilizza tonnellate di antibiotici che, ovviamente, portano allo sviluppo di super batteri che resistono ai trattamenti. E non c’è da illudersi che vi sia una qualche forma di moderazione nell’uso di medicinali, perché nei macelli questi servono non solo a curare ma anche, e soprattutto, a far crescere più velocemente gli animali.

Il racconto procede serrato: c’è l’acqua che viene utilizzata in quantità enormi per produrre il foraggio, e che viene altrettanto inquinata da iper-fertilizzazione e antibiotici. E c’è una zona morta, nel Golfo del Mississippi, di 20,000 chilometri quadrati in cui pesci e crostacei non possono sopravvivere, a causa proprio delle fertilizzazioni eccessive. C’è la carne confezionata sotto vuoto, riempita di ossigeno, in modo che appaia rossa anche se in realtà è stata in magazzino per diversi giorni. E c’è la guerra dei prezzi che genera periodici scandali: etichettature ingannevoli in cui carne di cavallo è venduta come manzo, uso di ormoni, vendita dopo la scadenza ecc.

E intanto i cittadini, oltre che essere presi per il culo, pagano. Pagano il danno ambientale, pagano le industrie, molto spesso finanziate dallo stato all’ottuso grido di “maggiore la compagnia, maggiore il finanziamento”. Per non parlare della perdita di biodiversità. Non si tratta solo di poesia. Non è che la standardizzazione dei prodotti significhi solo la tristezza di vedere cose tutte uguali e di conoscere sapori tutti uguali. Magari fosse solo questo, e sarebbe già tanto. Ma il ridursi della diversità genetica implica, di nuovo, una maggiore vulnerabilità a epidemie i cui esiti sono inquietanti e imprevedibili.

Da qualsiasi punto di vista ci si voglia mettere, non c’è una sola buona ragione per continuare a produrre carne e derivati animali in questo modo. Possiamo guardarla nell’ottica di un movimento per il benessere degli animali da allevamento che si batte per una produzione meno industriale e più “umana”. Possiamo metterci nella prospettiva del movimento animalista che vuole l’abolizione dei macelli tout court. O possiamo anche indossare i panni di chi è preoccupato per il futuro del pianeta in generale o semplicemente per la sua salute e quella dei suoi cari.

Ma da ovunque la si guardi, la faccenda resta inaccettabile e deve essere affrontata con consapevolezza. E affrontarla significa cambiarla. Perché è uno scandalo. “In tutto il mondo, il bestiame è sempre più allevato in condizioni crudeli e restrittive, nelle quali gli animali passano la loro breve vita sotto luci artificiali, imbottiti di antibiotici e ormoni della crescita, fino al giorno in cui vengono macellati. La cosa davvero scandalosa è che non è necessario che sia così. Produciamo sufficienti calorie nel mondo per nutrire tutti, anche con una popolazione globale in crescita. Sappiamo come allevare senza distruggere l’ambiente e senza imporre agli animali che alleviamo condizioni crudeli”. È questo il vero scandalo: che si possa fare diversamente e che non lo facciamo perché, ancora una volta, siamo apatiche prede della banalità del male.

Clicca qui per scaricare il testo completo di Meat Atlas.

Il Vino Vegano: che cos’è e dove trovarlo?

Scopriamo le differenze tra vino normale e vino vegano in questo articolo di approfondimento!

Il vino vegano non è una ovvietà. Il derivato animale può nascondersi in molti modi e negli alimenti più insospettabili, soprattutto nella forma di quelli che sono detti in gergo tecnico “coadiuvanti tecnologici”. Si tratta di prodotti che vengono utilizzati nell’industria alimentare per favorire o portare a termine un processo di lavorazione del prodotto e che spesso vengono eliminati alla fine del processo. Al di là del fatto che questa eliminazione non possa garantire l’assenza di tracce residue, il fatto che vengano utilizzate sostanze di origine animale nella lavorazione è in contraddizione con la scelta vegana o vegetariana, laddove sia fatta per motivi etici.

Il Vino Vegano: perchè?

spesso si utilizzano chiarificanti di origine animale come la colla di pesce o l’albume per togliere i residui proteici dal vino. Nel vino vegano questo processo non viene adottato o si utilizzano altri coadiuvanti di sintesi.

Ma quali sono i coadiuvanti tecnologici utilizzati nel vino e a che cosa servono? I più diffusi sono i chiarificanti e cioè i prodotti che servono a rendere il vino trasparente eliminando le sostane in sospensione. Come fanno a fare questo? Si tratta di proteine che agiscono come delle reti finissime che trattengono le particelle più grosse filtrando il vino. L’industria si serve di differenti reti proteiche: albumina, caseina, colla di pesce, colla d’ossa, gelatina.

Escludendo dalla lavorazione solo i prodotti che provengono direttamente dall’uccisione degli animali (colla di pesce, colla d’ossa, gelatina) avremo un vino vegetariano; se invece sono esclusi tutti i derivati animali, avremo un vino vegano.

Il problema non sta però solo nella chiarificazione. Per fare un esempio, può essere che l’azienda utilizzi nella raccolta e nella lavorazione delle materie dei guanti in pelle o altri prodotti animali che non sono legati direttamente alla produzione. Per questo i marchi di certificazione prevedono diversi livelli di garanzia: il livello degli ingredienti, quello dei mezzi tecnologici (i coadiuvanti di cui abbiamo parlato) e quello degli accessori (i guanti utilizzati in azienda, per esempio).

È forse utile aggiungere che la faccenda non riguarda solo il vino vegano. La birra, per esempio, è aromtizzata a volte col miele e comunque, come il vino, può essere sottoposta allo stesso processo di chiarificazione. Inoltre alcune bevande alcoliche utilizzano coloranti come la cocciniglia (o E120), che deriva dalla macinatura del carapace di un insetto omonimo.

La difficoltà oggi è che le certificazioni di “vegano” o “vegetariano” sono informazioni non ancora regolamentate a sufficienza e devono sottostare solamente a delle norme generali in materia i etichiettatura: veridicità, non ingannevolezza, oggettività. E soprattutto sono facoltative, con la conseguenza che la maggior parte dei vini non da nessuna indicazione a riguardo. Il consumatore si può quindi orientare solo nel caso in cui l’azienda abbia deciso di informarlo attraverso la sua collaborazione coi marchi di certificazione diffusi. Due di questi sono “Qualità Vegana” e “Qualità Vegetariana Vegan” ma ce ne sono altri.

È certo comunque che il settore riceverà nel prossimo futuro una forte  spinta legata al sempre maggiore interesse verso uno stile di vita non solo ecologico ma anche cruelty free, ma in questo momento di transizione è forse utile segnalare alcune delle aziende agricole che vendono vino vegano certificato. Ecco le più importanti, cliccando sul nome dell’azienda accederete direttamente al sito.

Ciù Ciù di Offida (AP)

Pizzolato di Treviso (TV)

Cantina Aldeno di Aldeno (TN)

Le carline di Pramaggiore (VE)

Venturino Giancarlo di Vaglio Serra (AT)

Agrobiologica San Giovanni di Offida (AP)

Pevalta di Maiolati Spontini (AN)

Perlage di Soligo (TV)

Giusto per cominciare a orientarsi e a gustare un vino migliore… in tutti i sensi!

La differenza tra vegetariano e vegano

Non conoscete la differenza tra vegetariano e vegano? Beh, se così è ora di rimediare… Subito. Perché si tratta una di quelle cose che, al giorno d’oggi, non si può non sapere. Questa distinzione, che a un primo sguardo potrebbe apparire molto sottile, segna al contrario una profonda distanza tra due scelte che hanno implicazioni assai divergenti. Prima di proseguire bisogna precisare che ogni singolo individuo non deve necessariamente trovarsi ad appartenere in pieno a una di queste due categorie. Tra il rosso e il bianco sta un’infinita scala di rosa e, però, noi non abbiamo un nome per ognuna di queste sfumature. Ma in fondo è bene così perché forse, se ce l’avessimo, faremmo solo un sacco di confusione.

Vediamo in dettaglio la differenza tra vegetariano e vegano

Quando parliamo di VEG alcuni ancora non conoscono la differenza tra vegetariano e vegano, una differenza sostanziale che ormai non può più non essere conosciuta! Tra vegetariano e vegano la differenza sta nell’assunzione o meno del cibo di origine animale: ecco la differenza tra vegetariano e vegano!

Vegetariano

In questa categoria sono inclusi tutti coloro che escludono dalla propria alimentazione la carne di tutti gli animali (di terra, di aria e d’acqua) senza però rinunciare a prodotti di derivazione animale come latte e uova. Il termine vegetariano è in questo caso piuttosto impreciso, perché identifica un gruppo di persone che sarebbe più rigoroso chiamare latto-ovo-vegetariane. Dev’essere comunque dato per scontato che un vegetariano non si nutre di pesce. In questa categoria alcuni comprendono i cosiddetti semi-vegetariani che, come spiega in modo eloquente il termine, sono vegetariani… ma del tutto! I semi-vegetariani sono coloro che si nutrono di carne, pesce e volatili con una frequenza inferiore a una volta alla settimana. È comunque fuori luogo mettere nel gruppo chi esclude solamente un tipo di carne dalla sua alimentazione e si nutre abitualmente di altre carni (per esempio quella di pesce). Un’ultima curiosità. Il termine “vegetariano” non esisteva prima dell’ottocento. In precedenza, ogni regime alimentare di questo tipo era chiamato “pitagorico” in onore del pioniere di questo tipo di alimentazione in occidente: il matematico Pitagora.

Differenza tra vegetariano e vegano? Andiamo a conoscerle!

Vegano

La categoria dei vegani è composta da tutte quelle persone che non si nutrono per niente di alimenti di origine animale. La loro alimentazione è vegetariana in senso stretto, e cioè prevede solo l’assunzione di cibi di origine vegetale. Per capirsi, i vegani, a differenza dei vegetariani, non mangiano né latte né uova, né i prodotti derivati o che contengono questi due cibi. Occorre inoltre precisare che la scelta vegana non si limita a una presa di posizione in campo alimentare (come spesso accade nella scelta vegetariana). I vegani sono, più precisamente, coloro che non utilizzano nessun prodotto derivato dallo sfruttamento degli animali e che, per questa ragione, non vestono cuoio, lana, seta, pellicce e così via. Non utilizzano inoltre alcun prodotto cosmetico che sia testato su animali, e non partecipano agli spettacoli circensi o a sport come la caccia o l’ippica. Anche qui concludo con una nota terminologica. La parola “vegano” è stato coniata per la prima volta nel 1944 da un certo Donald Watson, ed è stata formata prendendo la parola inglese “vegetarian” e tenendone solo gli estremi (veg….an).

In sintesi la differenza tra vegetariano e vegano è questa: si potrebbe dire che né i vegetariani né i vegani mangiano carne e che, mentre i vegetariani mangiano uova e latte, i vegani evitano ogni prodotto di origine animale. Infine se per vegetariano si intende generalmente solo un tipo di dieta, il termine vegano richiama piuttosto un vero e proprio stile di vita.

Per scorpire di più sulla differenza tra vegetariano e vegano, leggi l’articolo di wikipedia!

10-trucchi-in-cucina-veg

Trucchi in cucina vegana: il ritorno dell’economia domestica?

Quando ci si avvicina alla cucina vegana, c’è una sottile linea che separa un’ottima cucina salutare, ricca di ingredienti freschi e colorati, da una cucina scolorita e insipida.
Inoltre, quando abbiamo a che fare con una grande varietà di ingredienti, è facile cascare nello spreco. Ed ecco che conoscere un po’ di trucchi in cucina non ci fa male (un po’ per rivangare il concetto di economia domestica, che ormai si sta troppo spesso ignorando).
Noi abbiamo selezionato 10 trucchi in cucina che tutti i vegani dovrebbero conoscere per rendere il cucinare più facile, veloce e divertente, evitando gli sprechi!

10 trucchi in cucina che ogni vegano dovrebbe conoscere

  • 1. Si può preparare il latticello (o buttermilk) aggiungendo aceto o succo di limone a qualsiasi bevanda vegetale.
  • 2. Non buttare l’acqua di governo dei ceci: ci si possono preparare delle squisite meringhe vegane!
  • 3. Si può fare la panna montata utilizzando il latte di cocco lasciato in frigo una notte.
  • 4. Si può preparare la panna grassa utilizzando gli anacardi ammollati e frullati nel mixer.
  • 5. Si può utilizzare l’avocado schiacciato al posto del burro negli impasti lievitati.
  • 6. Il lievito alimentare si può utilizzare in diversi piatti per riprodurre il profumo e il sapore del formaggio.
  • 7. Dopo aver estratto il latte di mandorla, si può riutilizzare lo scarto per fare la farina di mandorle.
  • 8. Il tofu va sgocciolato dall’acqua di governo prima di cucinarlo.
  • 9. Esistono ben 11 modi di sostituire le uova.
  • 10. Si può preparare un dolcificante naturale per i propri piatti, frullando dei datteri ammollati con un po’ di acqua e limone.

Questi sono alcuni dei trucchi in cucina che potete utilizzare! Quali sono i vostri?

Quando si segue una dieta vegana ci si scontra con un ostacolo non indifferente, ovvero, sostituire le uova! Sapere sostituire le uova è utile non solo per chi vuole seguire la cucina vegetariana e vegana ma anche per chi soffre di intolleranze o semplicemente desidera alimentarsi in modo più leggero e salutare.

La funzione dell’uovo in cucina

Come ben saprete, non si tratta di un compito facile. L’uovo può servire per le panature, come collante per polpette e impasti o per rendere dorate le superfici di dolci, quiche, pagnotte e molto altro. Ma la funzione più importante svolta dalle uova in cucina è quello di coadiuvante tecnologico negli impasti lievitati.
La presenza delle uova in un impasto permette di creare un dolce dalla struttura ben lievitata che non collassa su se stessa. Questo accade perché le albumine presenti nell’uovo, quando avviene la cottura, formano un gel in grado di sostenere l’impasto.

Esistono alcuni trucchi per sostituire le uova utilizzando ingredienti comuni e spesso sempre presenti nelle nostre cucine. Le dosi che riportiamo qui sotto si riferiscono alla sostituzione di 1 uovo:

11 modi per sostituire le uova:

  1. 1 cucchiaio di semi di lino + 3-4 cucchiai d’acqua da frullare per 1-2 minuti.
  2. 1 cucc.ino di semi di chia + 70ml acqua, da frullare e lasciar riposare per 15 minuti.
  3. 1/2 banana schiacciata (l’odore della banana non scomparirà del tutto, usatelo nei dolci)
  4. mescolare 2 cucchiaini di fecola di maranta + 3 cucchiai d’acqua
  5. 3 cucchiaini di burro d’arachidi
  6. mescolare 1 cucchiaio di polvere di proteine della soia + 3 cucchiaio d’acqua
  7. 2 cucchiaini di fecola di mais + 3 cucchiaini d’acqua, mescolare
  8. 60g di purea di mele
  9. mescolare 2 cucchiai di polvere lievitante, 2 cucc.ini d’acqua, 2 cucchiaini olio
  10. 60g di tofu vellutato
  11. mescolare 3 cucchiaini di farina di ceci + 3 cucchiaini d’acqua

Sostituire le uova nelle panature

Ecco due utilissimi consigli per sostituire le uova nelle panature:

– fate una pastella con farina di ceci e acqua (un cucchiaio d’acqua per ogni 2 di farina di ceci). Una volta immerso il cibo nella pastella passatelo nel pan grattato o nella farina di polenta

– preparate una pastella unendo 2 cucchiai di latte di soia o d’acqua con un cucchiaio di farina o di amido di riso o fecola.

Sostituire le uova per dorare i lievitati

Solitamente si usa il burro o l’albume dell’uovo per spennellare la superficie dei lievitati, nella cucina vegana invece ci sono due sostituti delle uova molto efficaci:

– una miscela di 2 cucchiai d’acqua e 1 cucchiaio di malto

– spennellare sulla superficie del dolce o dell’impasto salato del latte di soia

 

 

Non so voi, ma quando arriva l’estate e voglio stare seduta fuori, c’è qualcosa di cui non posso fare a meno: la citronella. Nota nel mondo anglosassone con il nome di lemongrass, è uno dei più noti rimedi anti-zanzare; tuttavia, c’è altro da scoprire su quest’erba.

Che cos’è?

La lemongrass (scientificamente parlando Cymbopogon) è un’erba perenne appartenente alla famiglia delle graminacee. Appare come una specie di cespuglio che può arrivare all’altezza di un metro e le foglie verdi sembrano dei nastri dal piacevole profumo di agrumi. Termina con un bulbo bianco, simile al porro. Tipica delle regioni tropicali e a clima temperato-caldo, si coltiva da secoli in Oriente, è lì che Alessandro Magno e le sue truppe ne scoprirono i benefici e la portarono sin da noi. La diffusione in India, Thailandia e Filippine è considerevole, tanto che la citronella è spesso usata come ingrediente delle cucine di questi luoghi. Attualmente, si coltiva anche nella zona dei Caraibi e in Florida e California, e noti chef la incorporano in ricette anche nella cucina occidentale in quanto particolarmente versatile e dall’aroma intenso. Se coltivata in zone a clima rigido, va tenuta all’interno e tende ad andare in letargo nei mesi invernali.

Lemongrass (Citronella): utilizzi e proprietà

Le candele di citronella che ci salvano dalle zanzare nelle afose serate estive sono preparate principalmente con una varietà di citronella (cymbopogon nardus), altre varietà di questa erba perenne hanno altri usi. Per esempio, la lemongrass è utile per trattare gastroenteriti e coliche, stimola la digestione e è di sollievo in caso di indigestione. In caso di febbre alta ne favorisce l’abbassamento e allevia i dolori causati dall’artrite. È un buon anti batterico e funziona anche contro i funghi, è benefica per il nostro apparato circolatorio, dato che stimola la circolazione e abbassa la pressione del sangue. Si usa anche per combattere l’insonnia e lo stress e, come tè, ha effetto diuretico. Ha un effetto tonificante su muscoli e tessuti, anche per le donne in fase di allattamento e ha effetti positivi sulla riduzione di acne e brufoli, riduce l’acido urico e fa bene per abbassare il colesterolo. L’olio essenziale si usa nelle candele, ma anche in profumi, saponi e repellenti spray per insetti e zanzare, sorprendentemente è invece usata per attirare le api per la produzione del miele. Per le caratteristiche antisettiche si usa anche in disinfettanti e saponi per la cura della casa e in Indonesia e nelle Filippine si usa per i trattamenti di aromaterapia. Si può anche piantare nei giardini e negli orti per tenere alla larga alcuni tipi di insetti, il che la rende un’alternativa all’uso di pesticidi; fate attenzione tuttavia a prevedere delle barriere fisiche, le radici della citronella tendono a espandersi velocemente e a ‘impadronirsi’ dell’area.

Lemongrass in cucina

In Asia si usa in salse, zuppe e preparazioni a base di curry, oltre che nella preparazione di tisane. L’erba dall’aroma di limone si usa secca, in polvere e fresca. È un ingrediente molto versatile e si sposa bene con aglio, zenzero, peperoncino e coriandolo, sta bene nelle salse e nelle zuppe e dà sapore a minestre e verdure. Trovare la lemongrass fresca da noi non è semplice, più facile è trovarla in zone ad alta densità orientale, in mercati etnici o negozi asiatici. Se la trovate già essiccata o in polvere, immergetela in acqua calda per rinvigorirla; il risultato non sarà comunque uguale a quello del prodotto fresco. Si trova anche sotto forma di preparati per tè e tisane o olio essenziale, in questi casi non usatele per cucinare!

A novembre, ritorna Food&Pastry!

Dopo il successo riscosso lo scorso aprile dal nuovo format di Bologna Fiere, torna Food&Pastry la manifestazione dedicata alla pasticceria creativa, food creativo, cake design e molto altro ancora.
L’evento è pensato non solo per i professionisti del settore, ma anche a tutti gli appassionati di cucina e pasticceria e ai più piccoli.
Workshop, corsi di cucina, showcooking, aree espositive, presentazioni ed eventi speciali si alterneranno durante tutta la durata della manifestazione.
Un’occasione davvero unica per chi ama la cucina creativa e desidera partecipare ad un evento dedicato al mondo del food a 360 gradi.
Lacucinavegetariana.it e lo Chef Martino Beria saranno presenti a Food&Pastry per un cooking show e un corso di cucina tutto vegan! A breve il programma dettagliato.

Link al sito dell’evento: www.foodandpastry.it
728x90

 

 

Per essere un’alternativa allo zucchero, più liquido e più dolce del miele, porta con sé un retrogusto (di discussioni) piuttosto amaro: vediamo di informarci un po’ sullo sciroppo d’agave.

Lo sciroppo d’agave, uno dei migliori dolcificanti naturali?

Origine

Lo sciroppo d’agave o succo d’agave si ricava dalla pianta di Agave Tequilana, variante Azul, la più pregiata. Si tratta di una pianta succulenta con lunghe radici e foglie carnose con spina apicale. Le foglie sono ricoperte da uno strato di cera che permette a questo tipo di agave di trattenere una maggiore quantità di acqua. L’habitat migliore per l’agave blu è l’area di Jalisco in Messico, zona in cui l’agave viene anche coltivata. La prima fioritura avviene solitamente ai 7-8 anni di età della pianta; i contadini solitamente cercano di accelerare il processo di maturazione della pianta tagliandone le cime delle foglie, che così ci impiega dagli 8 agli 11 anni, per ottenere un miglior sciroppo d’agave. Il fatto che sia una pianta a lunga maturazione e che sia patrimonio nazionale del Messico, rendono lo sciroppo d’agave un prodotto abbastanza costoso. Lo sciroppo si produce a partire dall’amido della pianta, contenuto nelle radici. Dopo l’estrazione, il succo viene filtrato per eliminare le parti solide, poi viene sottoposto a calore per trasformare i carboidrati (amido) in zuccheri (fruttosio) e infine concentrato per ottenere lo sciroppo.

Proprietà

In cucina, lo sciroppo d’agave si usa come sostituto dello zucchero bianco o di canna. Per il suo intenso potere dolcificante, se ne può usare il 25% in meno (100gr di zucchero corrispondono a 75gr di sciroppo). Inoltre, favorisce il senso di sazietà perché denso e le vitamine e il calcio che lo compongono sono d’aiuto al sistema immunitario e contribuiscono a rafforzare le ossa e combattere l’osteoporosi; infine, inulina e fibre fanno bene all’intestino. Inoltre, ha un basso indice glicemico, il che significa che la velocità con cui interviene sul livello di glucosio, aumentandolo, è bassa.

agave

Tra i dolcificanti naturali, non è tutto oro quel che luccica

Fin qui tutto bene, ma questa dolcezza sembra avere dei difetti. Il problema fondamentale è che lo sciroppo d’agave ci è stato presentato come la panacea di tutti i mali, ma non è esattamente così.

Lo sciroppo d’agave è costituito per il 90% di fruttosio, che è indicato in diversi studi come responsabile dell’aumento del diabete di tipo II, aumenta il rischio di malattie cardiache e innalza il colesterolo. Inoltre, essendo metabolizzato solo dal fegato, causa, col tempo, steatosi epatica e cirrosi, soprattutto in caso di consumo eccessivo. Non è adatto a chi soffre di diabete, nonostante il basso indice glicemico, poiché inibisce il livello di leptina e può aumentare il livello di trigliceridi nel sangue per la produzione di acido urico, scatenando anche sindromi metaboliche. Inoltre, l’indice glicemico può variare in base al modo di fabbricazione dello sciroppo (raramente indicato sull’etichetta), arrivando in alcuni casi anche allo stesso livello dello zucchero standard.

A essere messo in discussione è anche il modo in cui viene prodotto lo sciroppo d’agave; in quanto, una volta estratto dalla pianta, il succo viene sottoposto a trattamenti chimici ad alte temperature per renderlo utilizzabile come dolcificante e perché possa essere conservato a lungo, trattamenti che però eliminerebbero minerali e vitamine presenti in origine. Da preferire quindi, il prodotto estratto a basse temperature e senza raffinazioni industriali, altra informazione difficilmente rintracciabile nelle etichette, purtroppo. Infine, la quantità di calorie ingerita con un cucchiaino da caffè di agave è uguale a quella della stessa quantità di zucchero comune.

Quindi, bisogna prestare attenzione al prodotto che compriamo, alla quantità che ne usiamo e dobbiamo cercare informazioni prima di credere a tutto quello che viene proposto come soluzione universale a tutti i nostri problemi. In ogni caso, assunto con consapevolezza e in dosi moderate, lo sciroppo d’agave può considerarsi un sostituto dello zucchero comune..

Con la raccolta di più di un milione di firme, l’iniziativa “Stop Vivisection” s’è guadagnata il diritto di far sentire la sua voce al parlamento europeo. Le argomentazioni dell’11 Maggio contro la sperimentazione animale non sono però state convincenti e il premio Nobel Françoise Barré-Sinoussi ha avuto gioco facile, in quell’occasione, a elencare i successi che nel campo medico si sono ottenuti attraverso esperimenti condotti su animali. Il flop di Stop Vivisection sembra aver ridotto l’iniziativa animalista al silenzio, mentre nelle pagine social pro sperimentazione il giubilo impazza.

Non è però chiaro il motivo per cui il pronunciamento della comunità scientifica dovrebbe avere un qualche effetto sull’istanza animalista, che non si propone di dimostrare l’inutilità della sperimentazione animale per la ricerca, ma sostiene che nessun progresso scientifico può giustificare il sacrificio animale nei termini in cui viene perpetrato. Si tratta, prima che di una prospettiva scientifica, di una alternativa morale fondamentale.

Come sostiene Tom Regan, per l’etica animalista l’argomento dei benefici che vengono dalla sperimentazione su cavie animali “non ha assolutamente alcuna rilevanza nel dibattito sui diritti animali. Tutto quello che potrebbe dimostrare è che la vivisezione di animali non umani porta a benefici per gli esseri umani. Quello che non può dimostrare è che vivisezionare gli animali per questo scopo sia moralmente giustificato”.

I pro sperimentazione animale ritengono però che questo atteggiamento sia egoisticamente legato a un sentimentalismo eccessivo verso gli animali. Dovremmo, a parer loro, essere più razionali e non fare la figura dei sentimentaloni che vanno in brodo di giuggiole sotto lo sguardo dolce di un topolino indifeso. Per loro se sacrifico 100 per salvare 1000 ho un guadagno e dunque sono moralmente giustificato al sacrificio. Basta produrre un calcolo costi-benefici per arrivare a decidere se conviene continuare a sperimentare sugli animali o meno. Basta un po’ di matematica in poche parole… Ma è davvero tutta razionalità quella che luccica?

Cominciamo col dire che non è sufficiente il calcolo del numero delle vittime e dei beneficiari, e che è necessario aggiungere la variabile “coefficiente di valore di ciascuna vita”. Poniamo, per esempio che un esperimento sacrifichi 10 cani per salvare 9 uomini. I sacrifici canini sarebbero maggiori di quelli umani e pertanto, se contiamo solo il numero di vittime contro quello dei beneficiari, l’esperimento non vale la pena di essere condotto. Per giustificare che l’esperimento è buono bisogna dare a ogni vita un valore differente.

Così possiamo decidere, per esempio, che la vita di un uomo vale 1, mentre quella di un cane la metà, 0,5. In questo modo abbiamo 5 punti dal lato della perdita di cani e 9 punti da quello del guadagno di vite umane. Ma su che basi decidiamo coefficienti di valore per ciascuna vita? E i criteri con cui attribuiamo questi valori non rischiano di essere soggettivi? E come sarebbero fatti dei criteri oggettivi in questo caso? Se pensavamo di fuggire all’alea della soggettività con una considerazione matematica, ebbene ci troviamo invece di nuovo nell’ambito “irrazionale” dei valori.

L’utilitarista pro sperimentazione si basa anche lui, insomma, su una valutazione “non razionale”; e di fatto considera il valore di una vita animale come tendente allo zero, in modo che ogni sacrificio animale per salvare una vita umana diventi incommensurabile rispetto al valore della vita che viene salvata. Questa posizione di chi è a favore della sperimentazione animale sarebbe anche coerente se poi, quando si tratta di animali da compagnia, non si assistesse a un dietrofront quanto mai sospetto.

Forse, se non possiamo chiedere una razionalità definitiva nella scelta dei valori, possiamo almeno aspettarci una certa coerenza. Infine in questo ragionamento manca la considerazione della sofferenza fisica e psicologia a cui vengono sottoposti gli animali. La cattività in laboratorio non dev’essere un gioco da ragazzi. Venire intossicati, ustionati, sottoposti a radiazioni e così via, infligge una sofferenza che anche nel calcolo utilitaristico dovrebbe essere presa in considerazione.

Non c’è scorciatoia scientifica allo soluzione del problema dei valori. Che qualcosa sia giusto o meno lo decidiamo noi, singolarmente e liberamente. Nessuna scienza può insegnarcelo. E nessuna scienza ha il diritto di farlo. La parola della comunità scientifica è una goccia in un oceano di coscienze tutte parimenti libere e responsabili. Punto e a capo.

L’acqua in California scarseggia in modo preoccupante e il governatore Jerry Brown ha recentemente chiesto ai californiani di fare meno docce. ”Ma quali docce?” risponde la People for the Ethical Treatment of Animals (PETA) al saggio Jerry, “Vogliamo parlare dell’industria alimentare che utilizza il corrispettivo di sei mesi di docce per produrre un chilo di carne?”. Una Pamela Anderson PETA style lancia così una campagna pubblicitaria contro l’industria della carne: l’attrice rivisita, di fronte alla macchina fotografica di David LaChappelle, la celebre scena sotto la doccia del film Psycho, di Alfred Hitchcock. Nuda ovviamente.

Non è la prima volta che la celebrità collabora con l’associazione, sempre offrendo il suo corpo. Prima di questo remake la Anderson era stata fotografata in bikini, col corpo segnato come si segnano i tagli di carne di un animale. Il messaggio era chiaro: “all animals have the same parts”…e che parts!

Gli americani di questa organizzazione hanno capito che la carne è debole (la nostra); e che poche cose sono così efficaci come una bomba sexy che manda un messaggio pubblicitario. Hanno scoperto insomma l’acqua calda. Ma non è tanto il fatto che l’abbiano scoperta, quanto che la usino così apertamente. Noi italiani siamo invece piuttosto reticenti verso questo tipo di pubblicità, che adultera la purezza dell’etica con la bassezza degli istinti animali. Il massimo che ci concediamo è parlare di cucina.

pamela anderson water

Ma l’arte culinaria, la gastronomia, è in fondo una specie dell’arte della seduzione. Lo diceva già Platone: “Molte sono poi, mi sembra, le parti dell’adulazione, e una di queste è l’arte della cucina… Parte di questa io chiamo la retorica, sì come parte n’è il saper vestire e parte la sofistica: quattro parti per quattro oggetti.”

Anche noi italiani insomma qualcosa l’abbiamo capito, e facciamo il nostro con una certa classe. Però possiamo imparare ancora qualche trucchetto dagli americani. La donna viene sì utilizzata come oggetto, perché è l’oggetto sessuale Anderson che attrae e seduce al di là (sic) del messaggio che interpreta. Ma è vero anche che siamo sempre e inevitabilmente oggetti per gli altri. E uuesta nostra carne possiamo o fuggirla negandola o assumerla come oggetto per noi, da utilizzare per i nostri fini.

Le idee sono qualcosa che si vende, e che dobbiamo vendere bene. E quando vendiamo occorre pensare agli uomini così come sono, non come vorremmo che fossero; per dirla con un grande filosofo della fine dell’ottocento: altro che morale, qui siamo dietro le quinte, tra impulsi che fanno di noi qualcosa di animale, o meglio: di “umano, troppo umano”. Assumiamolo dunque questo nostro corpo che scalcia e diamogli un compito etico; per carità, senza confondere ciò che appartiene a Cesare e ciò che appartiene a Dio. Non sia mai..