Prodotti ortofrutticoli DOP e IGP

I prodotti ortofrutticoli certificati DOP e IGP in Italia sono molti e denotano una sempre maggior attenzione alla qualità del prodotto da parte del consumatore e della rete vendita.

Ma andiamo a vedere cosa significhi la parola “certificazione” nell’ambito alimentare:
Atto mediante il quale una terza parte indipendente dalle parti interessate (enti di certificazione, laboratori di prova e centri di taratura) attesta con sufficiente livello di fiducia che un determinato prodotto, processo o servizio è conforme a una data norma o regola tecnica.”

Possiamo avere due tipologie di certificazioni:
Cogente: attesta il rispetto delle norme di carattere obbligatorio stabilite per garantire la sicurezza dei prodotti.

Volontaria: si tratta di una scelta dell’impresa che si sottopone a una forma di controllo da parte di un organismo indipendente.

I prodotti ortofrutticoli DOP e IGP, vengono certificati nell’ambito volontario a livello comunitario, quindi è l’Unione Europea che rilascia le certificazioni.

DOP: prodotto originario di quel luogo, con qualità o caratteristiche derivate essenzialmente o esclusivamente dall’ambiente geografico comprensivo dei fattori umani e naturali, viene prodotto, trasformato ed elaborato in quell’area.

IGP: prodotto originario di quel luogo, avente almeno un elemento (qualità, reputazione o altra caratteristica) derivate dall’ambiente geografico, viene prodotto e/o trasformato e/o elaborato nell’area geografica delimitata.

Atlante dei prodotti tipici – Prodotti DOP e IGP

  • Aglio Bianco Polesano DOP – Regione: Veneto Riconoscimento CE: novembre 2009
  • Aglio di Voghiera DOP – Regione: Emilia Romagna Riconoscimento CE: 2010
  • Amarene Brusche di Modena IGP – Regione: Emilia Romagna Riconoscimento CE: ottobre 2009
  • Arancia del Gargano IGP – Regione: Puglia Riconoscimento CE: Reg. CE n. 1017 del 30.08.07 (GUCE L. 227 del 31.08.07)
  • Arancia di Ribera DOP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE: 2011
  • Arancia Rossa di Sicilia IGP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE: Reg.
    CE n.1107/96
  • Asparago Bianco di Bassano DOP – Regione: VenetoRiconoscimento CE: Reg. CE n. 1050 del 12.09.07
  • Asparago di Badoere IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE: 2010
  • Asparago Bianco di Cimadolmo IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE: Reg. CE n. 245/02
  • Asparago verde di Altedo IGP – Regione: Emilia-RomagnaRiconoscimento CE: Reg. CE n. 492/03
  • Basilico Genovese DOP – Regione: LiguriaRiconoscimento Reg. CE n. 1623/05
  • Cappero di Pantelleria IGP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE: Reg.
    CE n.1107/966
  • Carciofo Brindisino IGP – Regione: PugliaRiconoscimento CE: 2011
  • Carciofo di Paestum IGP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE: Reg.
    CE n.465/04
  • Carciofo Romanesco del Lazio IGP – Regione: LazioRiconoscimento CE: Reg.
    CE n. 2066/02
  • Carciofo spinoso di Sardegna DOP – Regione: SardegnaRiconoscimento CE: 2010
  • Carota dell’Altopiano del Fucino IGP – Regione: AbruzzoRiconoscimento CE: Reg. CE n. 148/2007
  • Castagna del Monte Amiata IGP – Regione: ToscanaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE 1904/00
  • Castagna di Cuneo IGP – Regione: PiemonteRiconoscimento CE:
    1050/2007 del 12 settembre 2007
  • Castagna di Montella IGP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.1107/96
  • Castagna di Vallerano DOP – Regione: Lazio (Viterbo)Riconoscimento CE:  Reg.
    CE pubblicato sulla GU dell’8 aprile 2009
  • Ciliegia dell’Etna DOP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE: 2011
  • Ciliegia di Marostica IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE: Reg. CE n. 245/02
  • Ciliegia di Vignola IGP – Regione: Emilia RomagnaRiconoscimento CE: 2012
  • Cipolla Rossa di Tropea Calabria IGP – Regione: CalabriaRiconoscimento CE: Reg. CE n. 284 del 27.03.08
  • Cipollotto Nocerino DOP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE: Reg. CE 656 del 10 luglio 2008
  • Clementine del Golfo di Taranto IGP – Regione: PugliaRiconoscimento CE: Reg. CE n. 1665/03
  • Clementine di Calabria IGP – Regione: CalabriaRiconoscimento CE: Reg.
    CE n. 2325/97
  • Farina di Neccio della Garfagnana DOP – Regione: ToscanaRiconoscimento CE: Reg.
    CE n. 465/04
  • Ficodindia dell’Etna DOP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE: Reg.
    CE n. 1491/03
  • Ficodindia di San Cono DOP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE: 2012
  • Fico bianco del Cilento DOP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE: 2005
  • Fichi di Cosenza DOP – Regioni: CalabriaRiconoscimento CE: G.U. della Unione Europea – Serie L 162 del 22 giugno 2011
  • Fungo di Borgotaro IGP – Regioni: Emilia-Romagna, ToscanaRiconoscimento CE: Reg.
    CE n.1107/96
  • Insalata di Lusia IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE: 2009
  • Kiwi Latina IGP – Regione: LazioRiconoscimento CE: Reg. CE n. 1486/04
  • La Bella della Daunia DOP – Regione: PugliaRiconoscimento CE: Reg.
    CE 1904/00
  • Limone Costa d’Amalfi IGP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE:  Reg. CE n. 1356/011
  • Limone di Rocca Imperiale IGP – Regione: CalabriaRiconoscimento CE: 2011
  • Limone di Siracusa IGP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE: 2010
  • Limone di Sorrento IGP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE:  Reg. CE n. 2446/00
  • Limone Femminello del Gargano IGP – Regione: PugliaRiconoscimento CE:  Reg. CE n. 148/07
  • Limone Interdonato Messina Jonica IGP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE:  2009
  • Marrone di Caprese Michelangelo DOP – Regione: Emilia-RomagnaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n. 1237/09
  • Marrone di Castel del Rio IGP – Regione: Emilia-RomagnaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n. 1263/96
  • Marrone di Combai IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE: novembre 2009
  • Marrone del Monfenera IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE: 2009
  • Marrone del Mugello IGP – Regione: ToscanaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n. 1263/96
  • Marrone di Roccadaspide IGP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE: Reg. CE n. 284 del 27.03.08
  • Marrone di San Zeno DOP – Regione: VenetoRiconoscimento CE:  Reg.
    CE  n. 1979/03
  • Marrone della Val di Susa IGP – Regione: PiemonteRiconoscimento CE:  2010
  • Mela Alto Adige o Sudtiroler Apfel IGP – Regione: Provincia Autonoma di BolzanoRiconoscimento CE:  Reg. CE n. 1855/05
  • Mela Rossa di Cuneo IGP – Regione: PiemonteRiconoscimento CE:  2012
  • Mela di Valtellina IGP – Regione: LombardiaRiconoscimento CE:  2010
  • Melannurca Campana IGP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE:  n. 417/06
  • Melanzana Rossa di Rotonda DOP – Regione: BasilcataRiconoscimento CE: 2010
  • Mela Val di Non DOP – Regione: Prov. Autonoma di TrentoRiconoscimento CE:  Reg. 2004
  • Melone Mantovano IGP – Province di Mantova, Cremona, Modena, Bologna e FerraraRiconoscimento CE:  Reg. 2014
  • Nocciola di Giffoni IGP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.2325/97
  • Nocciola del Piemonte IGP – Regione: PiemonteRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.1107/96
  • Nocciola Romana DOP – Regione: LazioRiconoscimento CE: Reg. CE n. 667/2009
  • Oliva Ascolana del Piceno DOP – Regioni: Marche – AbruzzoRiconoscimento CE:  Reg. CE n. 1855/05
  • Oliva Nocellara del Belice DOP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.134/98
  • Patata dell’Alto Viterbese IGP – Regione: LazioRiconoscimento CE:  2014
  • Patata della Sila IGP – Regione: CalabriaRiconoscimento CE: Reg. UE n. 898 del 08.10.10 (GUUE L. 266 del 09.10.10)
  • Patata di Bologna DOP – Regione: Emilia-RomagnaRiconoscimento CE:  2009
  • Patata Rossa di Colfiorito IGP – Regione: Umbria – MarcheRiconoscimento CE:  2015
  • Peperone di Pontecorvo DOP – Regione: LazioRiconoscimento CE: 2010
  • Peperone di Senise IGP – Regione: BasilicataRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.1263/96
  • Pera Emilia Romagna IGP – Regione: Emilia-RomagnaRiconoscimento CE:  Reg. CE n.134/98
  • Pera tipica Mantovana IGP – Regione: LombardiaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.134/98
  • Pescabivona IGP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE: 2014
  • Pesca di Leonforte IGP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE: 2010
  • Pesca e Nettarina di Romagna IGP – Regione: Emilia-RomagnaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.134/98
  • Pesca di Verona IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE:  gennaio 2010
  • Pistacchio Verde di Bronte DOP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE:  Reg. UE 21 del 12 gennaio 2010
  • Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE: Reg. UE n. 1238 del 11.12.09
  • Pomodoro di Pachino IGP – Regione:  SiciliaRiconoscimento CE:  Reg. CE n. 617/2003
  • Pomodoro di San Marzano dell’Agro Sarnese-Nocerino DOP – Regione: CampaniaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.1263/96
  • Radicchio di Chioggia IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE: Reg. CE n 1025 del 17.10.2008 – GUCE L. 277 del 18/10/2008
  • Radicchio Rosso di Treviso IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.1263/96
  • Radicchio Variegato di Castelfranco IGP – Regione: VenetoRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.1263/96
  • Scalogno di Romagna IGP – Regione: Emilia-RomagnaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.2325/97
  • Sedano Bianco di Sperlonga IGP – Regione: LazioRiconoscimento CE:  Reg. UE n. 222 del 17.03.10 (GUUE L. 68 del 18.03.10)
  • Susina di Dro DOP – Regione: Trentino-Alto AdigeRiconoscimento CE:  2011
  • Uva da tavola di Canicattì IGP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE:  Reg.
    CE n.2325/97
  • Uva da tavola di Mazzarrone IGP – Regione: SiciliaRiconoscimento CE:  Reg. CE n. 617 del 04.04.03 (GUCE L. 89 del 05.04.03)
  • Uva di Puglia IGP – Regione: PugliaRiconoscimento CE:  pubblicazione GUCE ottobre 2011

La partita carnivori contro vegetariani è ormai pane quotidiano e il dibattito teso a dare un senso a queste scelte alimentari si fa sempre più acceso. Un recente studio della Lancaster University mette in luce le risposte più comuni date dai carnivori per giustificare il proprio comportamento “non etico”. Il team di studiosi ha identificato 4 tesi particolarmente ricorrenti e le ha sintetizzate nella “regola della 4N”. Consumare carne sarebbe giusto, per la maggioranza dei soggetti, in quanto Natural, Necessary, Normal e Nice. Cosa significano queste quattro risposte? E che valore hanno in ultima analisi? Prendiamole in esame.

Natural (Naturale). Questa tesi dice che l’uomo è carnivoro per natura, e che per questo motivo è moralmente giustificato nutrirsi di carne. L’idea perde tuttavia forza una volta chiarito che ciò che è naturale non coincide con ciò che è giusto. Si pensa troppo spesso alla natura come la fonte indiscussa di ogni morale… Sbagliando. L’uomo infatti da sempre agisce per controllare e contrastare la natura laddove questa non gli faccia comodo; e non lo fa sempre in modo eticamente problematico. Vestirsi, costruire abitazioni, riscaldarsi, curare le malattie, sono tutte cose “contro natura”. Ma nessuno, credo, si sognerebbe di sostenere che si tratti di azioni riprovevoli dal punto di vista etico. Per giustificare il valore morale di una scelta è dunque inutile dire che è così per natura. Sarebbe un po’ come dire che è giusto perché “me l’ha detto la mamma”; e non a caso parliamo di madre natura. La vocazione dell’uomo è però quella alla responsabilità e alla libertà di scegliere anche “contro natura”, laddove lo ritenga giusto.

Necessary (Necessario). Questa tesi sostiene che senza carne non avremmo di che vivere, perché fornisce nutrimenti necessari altrimenti non disponibili. Qui la questione è controversa e la comunità scientifica appare divisa su come stiano le cose. Per questo motivo mi sembra lecito dubitare che il campione preso in esame dal gruppo della Lancaster University sia particolarmente informato, o che conosca uno studio che dà la parola definitiva sulla questione. Tutto ciò che i soggetti fanno è risolvere un problema scientifico a caso, o meglio: a tutto vantaggio delle loro abitudini. Buona idea per mettersi a posto la coscienza, ma nient’altro.

Normal (Normale). L’appello alla normalità è un appello alla tradizione, al fatto di essere cresciuti mangiando carne. Questo però, va da sé, non significa molto. Può essere che uno dica di non essersi mai posto la questione perché è da sempre stata data per scontata dalla tradizione. Bene, questo ha senso. Ma allora non sarebbe forse il momento di farsi qualche domanda? Certo la storia insegna che non è facile andare contro la maggioranza, però la difficoltà non dovrebbe essere un motivo per desistere. Un po’ di coraggio, dai…

Nice (Buona). Si tratta dell’appello all’importanza del gusto e del buon vivere. La questione di fondo è se il mio piacere giustifichi l’uccisione di un essere vivente. E’ un problema di scala di valori. Il carnivoro dovrebbe ammettere che è disposto a uccidere per il suo piacere, ma non tutti sono inclini a vedere la cosa in questi termini. Non a caso quanto viene usato l’argomento del gusto si fa subito riferimento al corollario della debolezza della carne, al “non riesco a farne a meno”. Ecco uno di quei casi in cui la nostra debolezza ci fa comodo: ci permette, ancora una volta, di appellarci all’incapacità di intendere e di volere.

La storia del cioccolato in Europa comincia con un genovese: un certo Cristoforo Colombo che il 3 Agosto 1492 decide di mettersi in viaggio alla volta delle indie orientali, in direzione diametralmente opposta e sperando di incontrarle ugualmente. E le trova! Più o meno…

Le cose non sono in realtà così semplici e appena la Spagna realizza quel che è successo, si organizza per accaparrarsi il possibile. Nel 1519 Hernan Cortes penetra l’entroterra messicano convinto di trovare capanne selvagge e gente dedita a tentare invano di accendere il fuoco coi legnetti. Con sorpresa scopre una capitale imponente, elegante, di una civiltà che verrà in poco tempo rasa al suolo.

Gli Aztechi praticano il sacrificio umano, non conoscono la ruota, ma ne sanno parecchio di astronomia, e il loro imperatore, Montezuma, beve cioccolato a palla, servito generalmente in calici d’oro. Insomma, questa gente non è così sciocca e comunque conosce una bevanda di quelle che cambiano la vita, un cibo così importante che viene utilizzato anche come moneta di scambio.

Moneta per i nativi e merce per gli europei: la sua storia commerciale nel nostro continente comincia in modo ufficiale nel 1585, quando un galeone proveniente da Vera Cruz sbarca a Siviglia con un carico destinato al mercato. È comunque in Spagna che, com’era prevedibile, il cioccolato si diffonde inizialmente. Meno prevedibile è che sia da subito popolare tra gli ecclesiastici, a prima vista i meno adatti a una bevanda così lussuriosa. A loro però serve: per rendere un po’ più golosi i digiuni giacché, secondo il canone, liquidum non frangit jejunum e la cioccolata fino all’ottocento rimane niente di più, si fa per dire, che una bevanda.

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Poi arriva il diciassettesimo secolo col dominio della Francia in tutto, anche nella cioccolata, che si trasforma da nutrimento divino, essenziale, ecclesiastico, a bevanda degli oziosi, di una aristocrazia ormai ridotta dai diversi Luigi a pura rappresentanza. Mollezza aristocratica dalla quale si riscatta nell’ottocento, quando a metterci le mani è un protestante olandese, certo Van Houten, che collauda nel 1828 un metodo per separare il cacao dal suo burro. Procedimento usato poi nel 1875 da un fabbricante di candele svizzero, Daniel Peter, che con l’aiuto di Henry Nestlé  inventa il cioccolato al latte.

Nel frattempo anche la proverbiale astuzia italiana contribuisce alla riscossa simbolica del cioccolato. Nel 1806 Napoleone decide di vietare l’attracco alle navi inglesi nei suoi domini e il prezzo del cacao nella penisola va alle stelle. I piemontesi allora si fanno furbi tagliandolo con qualcosa di più a buon mercato: le nocciole, che gli escono anche dalle orecchie. E così nasce il Gianduia.

Tradizione, ingegno, furbizia. La storia del cioccolato è testimone di un intreccio che unisce e sovrappone, e separa. Separa gli Aztechi che l’hanno inventato dagli spagnoli che lo scoprono con la conquista; i francesi che l’assaporano con una certa vanteria dagli svizzeri che ne fanno un’industria all’avanguardia; e lascia emergere un’Italia che fa di necessità virtù e ne trae motivo di orgoglio. Scopriamo nel cioccolato frammenti di stereotipi nascosti tra le pieghe della storia, cristallizzazioni di vite di inventori, conquistatori, schiavi, imperatori, ribelli: pezzi di cioccolato! Cose che, come tutte le cose, ci sopravvivono bellamente e attraversano i tempi.

La farina di glutine è lo sfarinato del glutine di grano. Si ottiene con il medesimo procedimento con cui si estrae il glutine per fare il seitan.
Viene formato un impasto di acqua e farina che viene poi sciacquato sott’acqua fino ad allontanare tutto l’amido per rimanere solo con il glutine.
Quest’ultimo viene fatto asciugare lentamente e poi sfarinato.
La farina di glutine può essere impiegata per fare il seitan in modo veloce oppure per preparare impasti proteici: riesce a formare un gel proteico come farebbero le albumine dell’uovo. Serve anche a rinforzare farine non abbastanza proteiche.

Dopo aver mangiato, sento sempre il bisogno di bere un caffè, ma da anni in famiglia abbiamo optato per il caffè decaffeinato perché quello normale è troppo forte. Tuttavia, esiste un’alternativa ancora migliore, totalmente priva di caffeina, lo Yannoh.

Il caffè senza caffeina

Lo yannoh, o caffè yannoh, è una miscela di 5 cereali tostati e 4 erbe selvatiche abbrustolite, la cui ricetta originale è stata ideata da Georges Ohsawa, giapponese considerato il fondatore della macrobiotica. A seconda del produttore, gli ingredienti della miscela possono essere orzo, cicoria, segale e ghiande, le quali possono essere sostituite dai ceci. Il risultato è una bevanda dal sapore simile al caffè, molto gradevole e deciso, più intenso del comune caffè d’orzo, ma soprattutto totalmente privo di caffeina (a differenza del normale caffè decaffeinato che ne contiene comunque una piccola percentuale).

Parlando di valori nutrizionali, 100gr di prodotto corrispondono a 380Kcal, 90gr di carboidrati, 3,8gr di proteine e 0,3gr di grassi.

Proprietà

Il caffè yannoh è una bevanda nutriente e tonificante, si consiglia a chi soffre di emicrania cronica e è un’ottima alternativa al caffè o al tè per chi non vuole assumere caffeina o per chi soffre di ipertensione o altre patologie che sconsigliano l’uso di caffè in quanto eccitante. È utile per combattere la stitichezza e in tutti i casi di digestione difficile, essendo realizzato con cereali di alta qualità. Infine è indicato per le persone malate e per studenti e tutti coloro che svolgano molta attività intellettuale.

Dove si trova

Lo Yannoh viene venduto macinato (e per la preparazione possiamo usare la stessa moka che usiamo per il caffè standard), oppure solubile. Si trova in negozi biologici, in particolare la varietà solubile. Si trova anche la versione per moka, anche se con più difficoltà, in negozi macrobiotici specializzati o ristoranti con cucina macrobiotica. Si trovano anche ricette per prepararlo in casa.

Il prezzo non è contenuto, ma può essere un regalo che ci si concede. Un caffè speciale, con tutto il gusto della bevanda che tanto ci piace, ma senza gli effetti negativi della caffeina!

 

Dunja Gulinchef istriana e autrice di splendidi libri di cucina, due di questi tradotti in italiano, Pasticceria Vegana e Ricette Vegane entrambi editi da Red, si racconta ai lettori di lacucinavegetariana.it in questa intervista.

Qual è il primo ricordo legato alla cucina e chi è stato il tuo più grande maestro? Come ti ha ispirata?

Penso che molti chef risponderebbero allo stesso modo: siamo tutti innamorati del cibo perché qualcuno dei nostri familiari e amici ci ha ispirati e ha acceso la passione quando eravamo piccoli, anche se al tempo non ce ne accorgevamo.

Nel mio caso dobbiamo andare un bel po’ indietro nel tempo… per me, le migliori maestre sono state le mie nonne e zie. Solo il ricordo di andare a casa loro e mangiare il loro cibo, l’atmosfera che c’era e l’attenzione ai dettagli, gli odori e i sapori… questo è ciò che è rimasto impresso in modo indelebile nei miei ricordi ed è ciò che tutt’ora mi ispira.

Quando hai capito che avresti voluto diventare una chef?

Non ho mai preso questa decisione in maniera consapevole, è semplicemente successo. Ho cominciato a 15 anni, collezionando ricette e informandomi sui cibi salutari, poi, dall’età di 18 anni, ho cominciato a cucinare per me stessa, ma ci sono voluti 5-6 anni per capire che avrei preferito stare a casa a cucinare piuttosto che seguire le lezioni all’università! Dopo la laurea in Inglese e Spagnolo, ho subito iniziato a lavorare come cuoca e da allora non mi sono mai più fermata!

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Che tipo di ricette preferisci preparare?

La pasticceria vegana è sicuramente la mia più grande passione! Amo cucinare anche piatti salati, ma i dessert sono il mio forte!

Il tuo cibo preferito o la tua ricetta preferita?

Non sono sicura di poter rispondere! Dipende molto dalla stagione e dal momento. Tutto cambia, proprio come cambia la mia vita. Ma posso dire di amare la sensazione accogliente e nutriente che solo una minestra di verdure calda e cremosa sa dare! I piatti semplici e i dolci preparati con ingredienti della miglior qualità sono ciò che preferisco.

Se fossi un piatto, che tipo di ricetta saresti?

Credo che sarei qualcosa di dolce e speziato!

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Sei una persona che viaggia molto, in quale paese ti senti più a casa, gastronomicamente parlando?

Di solito, quando viaggio, sono ospite a casa di altri chef che come me condividono la passione per il cibo sano, quindi abbiamo uno stesso approccio, a prescindere dal nostro paese d’origine. Essendo istriana, il cibo della mia infanzia ha influenze sia italiane sia dell’est Europa, per cui mi sento a casa in tutti i paesi del Mediterraneo. Tuttavia, mi diverto anche a visitare i mercati delle città e paesi dell’Europa del nord, degli Stati Uniti e dei Caraibi – è fantastico poter esplorare le diverse culture attraverso il cibo!

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Cosa significa per te cucinare e insegnare?

Cucinare, insegnare e scrivere libri di cucina sono la combinazione delle mie quattro passioni: il cibo, l’insegnamento, le lingue straniere e i viaggi. Sono davvero molto grata di aver la possibilità di far ciò che amo! E’ un lavoro duro: cucinare per molte persone ti mette alla prova fisicamente; insegnare a volte è stremante, e scrivere libri di cucina richiede molta pazienza, impegno e concentrazione. Ma io non lo considero veramente un lavoro – più che altro, sento che si tratta di fare ciò che sono destinata a fare in questo mondo, senza pormi troppi dubbi o domande. E sentirsi felici dopo un lungo giorno di lavoro è il segno tangibile che si sta percorrendo la strada giusta!

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Qual è stata la più grande sfida durante la tua carriera di chef?

Ogni anno, vado a Miami per imbarcarmi a bordo di una nave da crociera MSC e preparare con il mio team 3600 dessert vegan al giorno per una settimana! E’ pazzesco: faccio i turni di notte, preparo enormi quantità di dolci, lavoro per ore e ore… Dopo una settimana, tutta la squadra è esausta, ma la sensazione di essere in grado di portare a termine un lavoro così grande e sapere che tantissime persone hanno apprezzato il nostro cibo, è qualcosa di straordinario!

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Di solito insegni alle persone come si cucina, scrivi libri e cucina per gli altri, ma quando cucini per Dunja, c’è qualcosa che fai in modo diverso?

Assolutamente no! In realtà, cucino sempre per me stessa perché credo che per preparare del buon cibo sia necessario saper gustare i sapori e gli ingredienti in prima persona. Non è sempre facile cucinare per gli altri – siamo tutti molto diversi e ognuno di noi ha diverse abitudini alimentari e gusti. Cerco sempre di condire in maniera non troppo pesante, in modo da essere sicura che tutti potranno apprezzare il cibo che preparo.

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Parlando del futuro, hai un sogno nel cassetto che vorresti si avverasse?

Oh, ne ho tanti, ma dicono che se si rivelano i propri sogni segreti poi non si avverano!

In generale, spero di avere ancora occasione di condividere la mia esperienza e le mie conoscenze sul cibo e la cucina con persone da tutto il mondo attraverso i miei libri di cucina, i social e i workshop. Sono così felice che i miei libri vengano tradotti in così tante lingue! Posso dire che alcuni dei miei sogni si son già realizzati!

Poi, volendo, ci sono così tante ricette… per questo credo che un libro di cucina non debba contenere solo ricette. Io, per esempio, desidero insegnare i principi base di una buona cucina, senza ricette troppo precise, in modo da dare a chi legge la possibilità di creare il proprio stile personale. E’ questo il mio proposito, perciò all’inizio di tutti i miei libri c’è una lunga introduzione e un capitolo dedicato alle basi. Credo che la gente apprezzi il mio approccio e continui ad acquistarli proprio per questo. Spero di poter continuare a invogliare le persone a rendere il cucinare sano parte della loro vita!

Scopri di più su Dunja Gulin:

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Dunja in libreria:

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Corso di cucina vegana a Padova – “Cucina veloce in 20 min”

Mercoledì 10 giugno, non perdetevi il corso di cucina vegana a Padova perfetto per l’estate: lo chef Martino Beria ci insegnerà come realizzare un menù completo con ricette rapide ma gustose e stuzzicanti!
Nella vita frenetica di tutti i giorni, spesso per mancanza di tempo, non ci dedichiamo quanto vorremmo alla cucina e finiamo per mangiare sempre le stesse cose! Durante la serata lo chef ci insegnerà come riuscire a creare quattro ricette in venti minuti, un antipasto, un primo, un secondo e un dessert. Vedremo come 20 minuti sono sufficienti per portare a tavola un piatto brioso, fatto con materie prime fresche e di prima qualità!

Quali sono le differenze con gli altri corsi di cucina?
– Martino non è solo uno chef ma un divulgatore di scienze e cultura della gastronomia vegan
– I suoi insegnamenti vogliono darvi la libertà di cucinare rompendo la dipendenza con i ricettari, ragionando sul perché degli accostamenti e delle reazioni in padella.
– Vi farà capire non solo come si fanno le cose, ma perché si fanno, analizzando le molteplici funzioni (reologica, nutrizionale, tecnologica, estetica, simbolica, storica, ecc…) di ciascun ingrediente.
– Le sue ricette sono un condensato di semplicità, tecnica, scienza, simbologia e storia.
– Ha un approccio “globale”: va oltre la semplice lezione frontale o pratica, o la mera degustazione. Tutte queste componenti dialogano tra loro in un clima di condivisione nell’intento di andare più a fondo alla ricerca della qualità del cibo.
– I corsi di cucina diventano delle esperienze da cui trarre spunti per la vita di tutti i giorni.

PROGRAMMA DELLA SERATA:

CUCINA VELOCE! Questo sarà il tema di questa lezione mozzafiato! Timer attivato e in 20 minuti il nostro chef dovrà portare a termine il piatto! Vedremo assieme 4 piatti veloci applicando i principi di composizione secondo le verdure di stagione e le correnti culturali di tutto il mondo.

– INVOLTINI DI ZUCCHINE CON FORMAGGIO DI ANACARDI E PESTO MEDITERRANEO
– TABBOULEH LIBANESE
– IMPANATE DI TOFU CON QUINOA CROCCANTE
– MOUSSE FONDENTE DI AVOCADO E FRUTTA DI STAGIONE

A chi è rivolto:

  • agli “onnivori” appassionati di cucina
  • alle persone che si stanno avvicinando all’alimentazione Vegan-vegetariana
  • a chi, già vegetariano, vuole saperne di più scoprendo nuove ricette
  • a chi vuole scegliere un modo di alimentarsi sano
  • a chi cerca nel cibo l’energia e la vitalità

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Dove: Galleria Vivanti, Via Guasti, 12, 35124 Padova PD – mappa
Quando: 10 giugno 2015

A che ora: dalle 20:00 alle 22:30

Costo del corso: 50€

Per iscriversi al corso è necessario compilare il modulo che trovate QUI. Il modulo deve essere portato a mano la sera del corso.

Bonifico su codice IBAN: IT 48 G 07601 02000 000084316116
Banca: Poste Italiane
Intestato a: Lacucinavegetariana.it
Causale: corso di cucina Vegana data_____– Nome e cognome

Pagamento: mezzo bonifico o paypal

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In caso di disdetta, per poter essere rimborsati, questa dovrà essere comunicata entro 7 giorni dall’inizio del corso.

Per informazioni ed iscrizioni:
www.lacucinavegetariana.it
info@lacucinavegetariana.it
cell. 3772643170
Dal lunedì al venerdì, 09.00-13.00 / 15.00-19.00

UNO cookbook fuori orario è il secondo ricettario vegan del blogger Manuel Marcuccio, ed è un libro di fantascienza. Certo anche un libro di ricette, ma se credete sia solo questo, vuol dire che non conoscete il suo autore. Quattro racconti, quattro protagonisti che per diverse ragioni sono vegani. Vanilde, Nina, Francesco, e R05W3LL1947 (alias Alan Vitali).

Tutto comincia con Vanilde, a piedi nudi nel corridoio di una cantina dove incontra un elettricista che è convinto di essere invisibile. Questa donna, che per la cronaca è una ragazzina di 83 anni, quella mattina si alza prima del solito, fuori orario, e decide di diventare vegana. Poi c’è Nina, sulla cinquantina, che non mangia animali perché ha il terrore che in uno di essi si nasconda la reincarnazione del marito. E Francesco, di otto, vegano dalla nascita, che parla con gli animali e al quale un ragno dà una profonda ed enigmatica lezione di vita.

Infine il professor Vitali, con la fissa degli alieni, che regala a Vanilde ”un ricettario fotografico ricco di immagini… presentate sullo stesso piatto… sempre appoggiato su una cassetta della frutta rovesciata”. Si tratta del primo UNO Cookbook, abilmente citato da Marcuccio in questo secondo lavoro, salvo poi scontare questo vezzo facendo trattare in malo modo quel libro. Il professore infatti lo regala con queste parole poco lusinghiere: “Mi aveva chiesto un ricettario, giusto? Guardi sotto al faretto di fianco al tavolo, ci dev’essere un libro che ho messo lì per tenere in bolla il cavalletto. Glielo presto e se le piace lo può tenere, a me quel libro non interessa!”. E in effetti il personaggio Vitali è una figura un po’ sregolata: più uno da “Fuori Orario”, bisogna ammetterlo. Ecco allora il ricettario che fa per lui.

Quattro storie intrecciate, con uno scenario comune e quattro pasti fuori orario: colazione, brunch, merenda, spuntino di mezzanotte. Quattro orari. Alle 7:15 abbiamo una interessante selezione di muffin e poi waffle, donut, crepes e le interessanti ricette che rivisitano la colazione all’inglese in stile vegan. Alle 11:00 è l’ora di bagel, tartellette e insalate, mentre per merenda, attorno alle 16:30, Marcuccio propone barrette, biscotti, crackers, una piada di farro coi fichi, il pretzel a la cheesecake al lime. Per quanto riguarda lo spuntino di mezzanotte, si tratta di un pasto notoriamente immorale, da preparare sulle 23:45 o più tardi, mischiando il salato (chips di tempeh, pop corn al gusto pizza, Nachos, tacos) e il dolce (ancora biscotti, frutta secca caramellata, gommose alla liquirizia), senza farsi tanti problemi. Una piccola sezione finale contiene quattro preparazioni di base molto utili: i bagel, la maionese, la pasta brisée e il formaggio cremoso, tutto ovviamente vegano. Per un totale di 60 ricette.

Infine le foto, in cui i protagonisti sono soprattutto gli ingredienti che compongono il piatto, disposti su un elegante sfondo nero, firma estetica di questo libro. Simbolo di una cucina limpida, che non ha scheletri da nascondere dentro l’armadio del piatto impiattato. Eccoli lì gli ingredienti, di una bellezza che affascina. Ed ecco la mia provocazione: potremmo spiattellarli con la stessa innocenza in un ricettario onnivoro?

Al giorno d’oggi quasi tutti hanno uno smartphone e innumerevoli sono le applicazioni che possono arricchire le funzionalità del vostro telefono, tanto che ci sono moltissime applicazioni utili per fare la spesa o mantenersi in forma, tra queste anche app per vegetariani e vegani. Ce ne sono diverse che possono semplificare la vita di chi ha adottato lo stile di vita veg, eccone qui alcune.

Genius Veg: è gratuita e compatibile con Android e Apple. Con questa app puoi scoprire se il prodotto che vuoi acquistare è adatto alla dieta veg, basta una foto del codice a barre del prodotto. Ti suggerisce anche prodotti affini in base alla dieta da te impostata, per renderla più varia, puoi salvare i prodotti preferiti e fare la spesa in modo più semplice e attento.

Crudo vegan: un’applicazione tutta italiana dedicata al crudismo a soli 0,79€, per ora disponibile solo per dispositivi Apple. Avrai a portata di mano più di 100 ricette facili e appetitose. Ti informa sugli ingredienti che si possono comprare in Italia, puoi creare la tua lista della spesa, puoi aggiungere le tue foto alle ricette e condividerle via mail con gli amici. Idee a non finire per inserire ricette crude nella tua dieta.

Vegan Life: è gratuita e compatibile solo con Android e fornisce una vera e propria introduzione al veganesimo: perché sceglierlo, cosa cucinare, cosa evitare. Ci sono un sacco di consigli e anche un timer da usare mentre si cucina. Per il momento è disponibile solo in lingua inglese, ma c’è una sezione dedicata, con tanto di dizionario dove puoi trovare in varie lingue come dire cosa mangi e cosa no.

Tutto Vegan: altra applicazione ‘made in Italy’, disponibile gratuitamente nella sua versione base per Apple e Android, con 0,79€ si ottiene, invece, la versione completa. All’interno, un database di ricette vegane dai condimenti al dolce, complete di foto. Si possono salvare gli ingredienti, condividere le ricette con gli amici e l’uso dell’applicazione non necessita di connessione a internet.

Vegday: disponibile per Android e Apple, questa applicazione gratuita risolverà tutti i tuoi dubbi su dove acquistare prodotti vegani, vegetariani o senza glutine e su quali locali li servono, si può anche iscrivere la propria attività!

Is it vegan?: come dice il nome, questa applicazione permette di capire se un prodotto è vegano, attraverso la lettura del codice a barre. Si possono analizzare gli ingredienti e vedere una descrizione dettagliata del prodotto e infine si possono condividere le proprie scoperte sui social. È disponibile in inglese e nella sua versione base è gratuita, per quella completa, invece, il prezzo è 4,99€.

Vegman: l’applicazione è per ora disponibile solo per i dispositivi Apple, ma presto sarà disponibile anche per Android, è gratuita e rende la vita facile a tutti i vegetariani e vegani perché indica i locali veg. È in lingua inglese.

Ivegetariano: la versione lite è gratuita, quella completa costa 0,99€ ed è disponibile per i dispositivi Apple. 1300 ricette per mangiare nel rispetto della natura divise in categorie per facilitare la ricerca e con un pratico timer per non far scuocere nulla.

21-day vegan kickstart: per ora compatibile solo con Apple, l’applicazione creata dal Physicians Committee for Responsible Medicine segnala ricette guidate passo dopo passo con foto e informazioni per migliorare la propria salute. È anche questa disponibile in inglese per ora.

Amici vegetariani, vegani e crudisti, non ci sono più scuse, dimenticate le difficoltà quando fate la spesa e state certi che troverete un posto dove mangiare adatto a voi, con queste app sarà un vero e proprio gioco da ragazzi.

 

Sono sicuro che se dico tè voi rispondete Londra. I più raffinati penseranno al tè verde, al Giappone, al sencha, alla pratica zen, al buddhismo. Non scherziamo! Tè significa Inghilterra. Simbolo di una nazione che non lo produce né l’ha inventato ma, più prosaicamente, lo consuma, il tè a Londra è di uno di quegli scherzi della storia, che crea connessioni là dove la natura tace, che permette di vedere orizzonti più lontani, verso oriente.

Il tè non è simbolo come lo sono il cioccolato o la pizza. Non rinvia alla maestria degli artigiani svizzeri né alla fantasia italiana nell’utilizzo di prodotti locali: il tè è il simbolo dell’orgoglio di una nazione commerciale, che l’ha conquistato con la politica, l’iniziativa privata e, perché no?, la forza.

Non a caso la rivoluzione americana è legata alla distruzione di un carico di tè: quel processo che porta una semplice colonia a opporsi alla madrepatria e a trasformarsi nella più grande potenza mondiale contemporanea, scoppia quando un gruppo di coloni, travestiti da pellerossa, svuota la stiva del “Darthmouth”, buttando a mare, per la gioia e l’insonnia dei pesci, 45 tonnellate di tè inglese. È la notte del 16 dicembre 1773, siamo nel porto di Boston e gli americani cominciano a bere caffé per dispetto. Ma il tè, ancor prima che imporlo agli americani, gli Inglesi l’hanno strappato con fatica alla tradizione cinese.

“Per placare la sete si beve acqua, per dare conforto alla melanconia si beve vino, per scacciare il torpore e la sonnolenza si beve tè”. Sono parole di Lu Yu, autore del Chajing, il più antico trattato sul tè composto tra il 758 e il 760 d.C. “Scacciare il torpore”: proprio ciò di cui i monaci buddhisti hanno bisogno nelle lunghe meditazioni, e così la diffusione della bevanda in Cina va di pari passo con la costruzione dei templi. All’inizio il suo aspetto è diverso da quello che vediamo oggi: si tratta di un decotto non filtrato, una sorta di zuppa. Poi passano il tempo e le tradizioni, e il tè infuso, come lo conosciamo, si afferma definitivamente durante la dinastia Ming (1368-1644), quella dei vasi per intendersi… La fortuna estera comincia nel 805-806 con l’esportazione in Giappone dove, soprattutto dalla fine del secolo XII, bere il tè diventa un vero rito religioso.

Gli inglesi, invece, arrivano tardi. I primi europei ad apprezzarlo sono anzi i gesuiti portoghesi che, nella seconda metà del cinquecento, fraternizzano coi monaci buddhisti; tocca poi ai commercianti olandesi portarlo in Europa e in Inghilterra agli inizi del seicento.

Intanto, nel 1662, il re d’Inghilterra Carlo II sposa una principessa portoghese, Caterina di Braganza, che porta con sé una consistente dote, l’apertura degli empori portoghesi alle navi britanniche, e una nuova abitudine: bere il té. È l’inizio di un amore sincero e duraturo, non tra i due sovrani a dire il vero, ma tra la bevanda e gli inglesi. È vero che i prezzi sono ancora proibitivi (il costo di una tazza ammonta allo stipendio di quattro mesi di un domestico ben pagato), ma lentamente le cose cambiano. Nel 1717 un certo Thomas Twinings apre la prima bottega in Europa interamente dedicata al tè, nel centro di Londra.

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L’Inghilterra intanto si impone in Asia e conquista il mercato di Canton. Cosa non da poco, visto che Canton è l’unico emporio cinese aperto agli europei fino al 1842; e visto che, a differenza di altre bevande esotiche (cioccolato e caffé in primis), il tè rimane a lungo un monopolio straniero, cinese appunto. 

Ma in cambio dei suoi prodotti la Cina vuole solo lingotti d’argento: non c’è interesse per le merci europee e non v’è modo di instaurare uno scambio reciproco. L’Inghilterra allora si scervella e trova l’unico prodotto che sembra attrarre i cinesi: l’oppio, il cui commercio sarà proibito dal governo di Pechino e imposto da Londra con la forza, mentre su un altro fronte si sperimenta la produzione di tè in India. Alla fine, negli anni 30 dell’ottocento, il primo blend indiano arriva in Europa, segnando il crollo del monopolio cinese e inaugurando la definitiva fortuna dell’infuso in Inghilterra.

Portato a casa con il sudore della lotta commerciale e il sangue delle guerre dell’oppio, il tè si fa simbolo; impregna l’acqua degli inglesi di un sapore di gloria che nessuna bevanda può eguagliare, e lo fa fino in fondo: con l’immancabile retrogusto un po’ amaro, che conduce la mente alle perdute colonie di una “nuova Inghilterra” che non è più inglese, che non esiste più: perché non beve più il tè.