I lupini che mangiamo non sono altro che i semi del Lupinus, una pianta a fiori che cresce in modo spontaneo anche lungo le coste mediterranee. Ne esistono diverse specie che si distinguono in base al colore dei fiori stessi. Anche se sono stati riscoperti solo recentemente, in realtà i lupini erano sulle tavole dei nostri antenati già 4000 anni fa. Cerchiamo di capire perché sono importanti!

Caratteristiche e specie

La pianta del lupino è annuale e può raggiungere l’altezza di 1,5 metri, ha foglie palmate di vari colori, dal bianco al giallo, fino al rosso intenso. Sono piante resistenti, infatti, crescono anche in terreni acidi e magri, e per questa loro caratteristica si prestano meglio alla coltivazione senza pesticidi. Inoltre, la pianta sembra avere la capacità di migliorare la fertilità del terreno. Le specie più diffuse sono quella Albus (bianca), che è ha origini più antiche, e quella Luteus (gialla). La prima predilige il clima temperato mediterraneo, la seconda, invece, il clima caldo-umido, per questo motivo la coltivazione era concentrata nelle Americhe in passato, oggi, invece, si coltiva con successo anche nel Sud dell’Italia.

Il seme è amaro!

Il seme è composto da un involucro, che non viene mangiato, poiché costituito da molecole vegetali che non digeriamo, e dal seme vero e proprio, di colore chiaro. Una caratteristica da ricordare di questi semi è che devono essere deamarizzati prima di poter arrivare sul nostro piatto; contengono, infatti, alcaloidi amari, a volte anche velenosi, da eliminare tramite prolungato lavaggio, ebollizione e immersione in salamoia.

Composizione

I lupini sono legumi con un buon apporto energetico. 100 grammi di prodotto sono composti da acqua, carboidrati, proteine, fibre e grassi e forniscono intorno alle 116 kcal. Sono presenti diversi minerali, tra i quali ferro e potassio, calcio, fosforo e manganese, e una varietà di vitamine: A, B1, B2, B3, B5 e B6 e C. Sono presenti anche svariati amminoacidi, come per esempio lisina, isoleucina, acido glutammico e aspartico e triptofano, per citarne alcuni.

A chi fanno bene?

Con queste caratteristiche, i lupini sono consigliati per chi segue una dieta vegetariana. Poi, la loro capacità di abbassare il livello di zuccheri nel sangue, li rende adatti alla dieta dei diabetici. La presenza di tocoferolo sembra essere benefica nella prevenzione del diabete di tipo 2 e anche del tumore al colon. Un consumo abituale fa bene in caso di ipertensione e abbassa i livelli di colesterolo nell’organismo. In passato, si riteneva che i lupini potessero essere un rimedio naturale contro l’eczema e la scabbia, attualmente si sottolinea invece il beneficio per la diuresi, per l’aumento del flusso mestruale e lo stimolo della secrezione gastrica. Riassumendo, fanno bene alla nostra attività intestinale, grazie alla presenza di fibre, al nostro sistema cardiovascolare, poiché combattono il colesterolo “cattivo” LDL grazie agli steroli vegetali, tra cui gli omega 3, sono consigliati a chi soffre di diabete e glicemia e possono essere assunti dai celiaci in quanto non presentano glutine.

Usi

I lupini si usano in cucina, molto spesso come snack o per fare deliziosi burger come i nostri. Da essi si ricavano anche farine, usate in particolare come alimento per il bestiame. In passato, venivano usati come alternativa al caffè, che risultava però molto amaro. Si trovano in vendita lupini cotti e conservati sotto vuoto, pronti da mangiare, o secchi, in questo caso, però, bisogna metterli in ammollo prima di consumarli. I lupini si usano anche nella cosmesi, l’olio da essi ricavato ha proprietà antirughe, antiossidanti e protettive contro i raggi UV. Evitare il consumo eccessivo che può avere effetti lassativi o causare reazioni allergiche.

Nel lontano 1865, il giorno di Natale, dopo sei mesi di lavori frenetici, iniziò le sue attività la Union Stock Yard & Transit Co.: furono ospitati i primi animali, ma l’accoglienza riservata ai benvenuti non dev’essere stata delle migliori. Dopo essere stati scaricati dai vagoni dei treni, venivano portati nei box loro destinati, rigorosamente all’aperto e al chiaro di luna. Gli animali del resto non dovevano sopportare molto l’inospitalità del luogo, perché nel giro di poco tempo erano condotti in un locale dove accadeva loro di perdere la testa. Per la precisione venivano storditi con un colpo ben assestato alla base del cranio, appesi per le zampe con delle catene, sgozzati e smembrati poi in varie parti, secondo una catena di montaggio (o meglio: di smontaggio) che i pionieri dei macelli andavano proprio allora perfezionando. Dal colpo alla testa alla rimozione della stessa e degli zoccoli passava non più di un minuto.

Non che gli operai se la passassero molto meglio. La carità cristiana risparmiava loro di venir sgozzati, ma erano comunque sottoposti a turni massacranti di dieci o dodici ore, guadagnando un salario che la costante offerta di lavoro teneva molto basso. L’odore all’interno dei macelli e in tutto il quartiere era insopportabile e nausante, il luogo di lavoro un inferno di sangue e interiora, e nonostante tutto la Yard rimaneva la speranza di molti, soprattutto dei tanti immigrati.

Quanto appena descritto accadeva a Chicago, una delle più grandi metropoli degli Stati Uniti, divenuta famosa per essere stata la più grande macellatrice di maiali del mondo (“the hog butcher of the world”, com’era chiamata). La città, che oggi conta la bellezza di 2.7 milioni di abitanti, era nel 1833 solo un minuscolo villaggio di 350 anime. Fu lo sviluppo industriale che, nel corso di pochi decenni, la sfigurò facendola diventare, secondo le parole del celebre architetto Louis H. Sullivan una “ameba… rete brutale di urgenze industriali, di una rudezza inebriante, fascinosa ed elevata in tutte le accezioni del termine”.

Anche le Yards  erano state costruite velocemente, sotto la spinta della vertigine dello sviluppo industriale ma soprattutto sotto la spinta delle migliaia di animali che ogni giorno arrivavano in treno, in quarta classe e con biglietti di sola andata, dalle grandi pianure del Midwest. Arrivavano per venire trasformati in scatolette e occorreva organizzarsi il meglio possibile per stare dietro al continuo afflusso: fu così che vennero create quelle gigantesche catene di montaggio al rovescio, primissime applicazioni di quello che in seguito sarà chiamato “fordismo”.

Ford non fu però il maestro, arrivò qualche decennio dopo; Ford fu un allievo. Allievo dei grandi mattatoi, a loro volta allievi della celebre fabbrica di spilli descritta da Adam Smith nella sua Ricchezza delle Nazioni. In queste fabbriche, scrive Smith, “un uomo svolge il filo metallico, un altro lo drizza, il terzo lo taglia, un quarto lo appuntisce, un quinto lo arrotola nella parte destinata alla capocchia” e così via, fino a impiegare diciotto operazioni per la produzione di un unico spillo.
Si potrà obiettare forse che la fabbricazione di uno spillo non abbia niente a che fare con il trattamento da riservare a un essere vivente. E invece ne ha. Basta fare le operazioni a rovescio. La vita del vivente viene messa fuori gioco nel giro di un minuto, nella maniera più brutale possibile, e il seguito è solo catena di montaggio.
Nello stesso momento in cui l’animale viene stordito è però la coscienza dell’operaio che viene sopita. Nel ricatto generato dalla necessità di lavoro l’operaio tratta non solo l’animale come un oggetto, ma anche se stesso come pura forza-lavoro indistinta, parcellizzata, sostituibile: benzina per una grande macchina di macellazione.
L’operaio, nel suo lavoro, e cioè in ciò che vi è di più umano, “si sente – scriveva Karl Marx – nulla più che una bestia”. Ma, ancora più che una bestia, si sente macchina; si fa anzi macchina, proprio mentre tratta l’essere vivente di fronte a lui come un meccanismo inerte, insensibile.

La gola del maiale non è più allora una gola per davvero. Diventa l’interruttore che spegne una macchina, che arresta un movimento che sarebbe solo d’intralcio nelle operazioni successive; lo stesso interruttore che spegne la coscienza dell’uomo, mette a tacere ogni domanda sul senso della vita, ne è anzi la pura negazione: non tanto della vita stessa quanto della domanda. L’uccisione, che in certi casi può anche essere una forma di pietà che evita la sofferenza di una vivisezione, ha in realtà l’unico scopo di favorire le operazioni seguenti. Non esiste coscienza, non nei macelli di Chicago. Tutto è meccanismo.

Questo accadeva a Chicago e nel suo mattatoio. Questo accade oggi.
A partire dal 1955 le diverse compagnie cominciarono a dismettere le attività del macello. Nel 1971 la Union Stock Yard cessò ufficialmente di esistere, ma solamente perché lo sviluppo del sistema autostradale degli Stati Uniti, unito a quello del trasporto su gomma, mise in crisi il monopolio di Chicago, basato sul sistema ferroviario statale.
Di quell’inferno, in cui uomini e animali condividevano un destino comune, è rimasto qualcosa oltre il ricordo: un’entrata costruita nel 1879, che porta una scritta laconica: “Union – Stock – Yard – Carthered – 1865”. Se vi capiterà di passare da quelle parti, vi consiglio di non fermarvi a quella scritta. Vi consiglio di pensare e capire. Vi consiglio di meditare le parole ben più adatte del nostro poeta, e al senso che hanno avuto e che ancora hanno per degli esseri viventi che forse non le possono capire, ma che ne sentono tuttavia, ogni giorno, l’amarezza:

“Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Lasciate ogne speranza, voi ch’ intrate”

Food photography: i nostri consigli…

Ecco un breve video da cui trarre spunto!

Linee guida per scattare immagini di qualità

Scattare una foto ad un piatto non è sempre la cosa più semplice e diretta: ci sono tanti fattori che vanno considerati per ottenere un’immagine che faccia venire l’acquolina in bocca ai lettori.
Non importa che tu scatti con una reflex, una compatta o con il tuo smartphone, in questo articolo vorremmo darti qualche piccolo consiglio di food photography utile, per farti ottenere delle foto entusiasmanti!

      • Non usare MAI il flash!!! Questa è la prima regola importante. A meno che tu non abbia flash da studio fotografico e una mega macchina reflex, dimenticati del flash. Il flash appiattisce le immagini e conferisce un colore giallo poco piacevolo a tutto ciò che irradia.
      • Se puoi scatta durante le ore di luce, e prediligi le ore tra le 11:30 e le 14:00.
      • Scatta sotto una finestra aperta: decidi tu in che angolazione la luce dovrà colpire il tuo soggetto, l’importante è che sia illuminato da luce naturale che darà calore e dolcezza al tuo scatto.
      • Componi la foto mettendo il soggetto non propriamente al centro dell’inquadratura. Prova a suddividere mentalmente l’inquadratura in 3 terzi: il soggetto cascherà in uno dei due terzi laterali, o se proprio vuoi mettere il soggetto al centro, crea un contesto di totale simmetria.
      • Ritoccare la foto: oggi da qualsiasi computer o smartphone è possibile ritoccare leggermente le proprie fotografie. Puoi provare a farlo anche tu tentando di dare un tocco personale al tuo scatto. Tuttavia tenta di non essere troppo pesante con il ritocco, ma di usarlo per valorizzare le tonalità di colori che nello scatto originale si sono perse.

Ecco una breve gallery con alcuni nostri scatti:

Che meraviglia la primavera! Il risveglio della natura, le prime piogge profumate di fiori e la frizzante aria marzolina ci ristorano e ci risvegliano dal torpore invernale. Tuttavia, il cambio delle temperature e l’allungarsi progressivo delle giornate possono costituire dei fattori di stress per il nostro organismo, che può soffrire di stanchezza e diminuzione delle energie. Il cambio di stagione, inoltre, può provocare anche dei fastidiosi problemi cutanei: quanti di noi sono costretti a fare i conti con l’inevitabile perdita dei capelli?

Questo problema molto comune, che infastidisce le donne ma non risparmia neppure i maschietti, è dovuto al naturale ricambio che vede cadere i vecchi capelli per far spazio ai nuovi, più forti e sani (fenomeno tipico della primavera ma anche dell’autunno). Un valido aiuto può derivare da una sana alimentazione ricca di frutta e verdura (possibilmente crude), ricche di vitamine, minerali e antiossidanti. Ma quando la dieta non basta o si vogliono potenziarne i benefici, ci può venire in supporto la natura, che ci aiuta regalandoci qualche ingrediente da utilizzare direttamente sulle nostre chiome sotto forma di maschere e impacchi, ovviamente ecobio.

A questo proposito vi presento una ricettina molto facile ed economica, ecobio e completamente vegan, realizzata con ingredienti naturali e facilmente reperibili al supermercato. Si tratta di una maschera per capelli naturale, la cui efficacia è dovuta alle proprietà miracolose dello zenzero, dell’olio di jojoba e della curcuma. Applicata con regolarità (2 volte a settimana circa) prima dello shampoo, garantisce un risultato eccezionale… provare per credere!

Ingredienti:

  • 1 radice di zenzero fresco
  • 2 cucchiaini di olio di jojoba
  • 3 cucchiaini di zenzero in polvere (facoltativo)
  • 1 cucchiaino di curcuma in polvere
  • 10 gocce di olio essenziale a scelta tra rosmarino, tea tree, lavanda, limone, geranio o curcuma

Procedimento:

Grattugiate la radice di zenzero fresco, in modo da ottenere una poltiglia abbastanza acquosa; quindi aggiungete l’olio di jojoba, e mescolate bene. A questo punto, la maschera è già potenzialmente pronta, ma la consistenza abbastanza liquida non ne facilita l’applicazione: per questo potete addensare il composto con dello zenzero in polvere e/o della curcuma. Se usate la curcuma, però, non esagerate con le dosi, in quanto questa polvere tende a colorare la pelle (in questo caso cuoio capelluto e mani): comunque non vi preoccupate, con lo shampoo ogni traccia di colore scomparirà! A piacere potete aggiungere una decina di gocce dell’olio essenziale che preferite tra quelli elencati sopra.

Modo d’uso:

Applicate la maschera prima dello shampoo, e lasciatela in posa per circa 30 minuti. Massaggiate accuratamente la cute con i polpastrelli per stimolare il flusso sanguigno del cuoio capelluto (a questo punto avvertirete un leggero pizzicore), e sigillate la maschera con della pellicola per alimenti e con un asciugamano, per favorire la penetrazione degli ingredienti nella cute. Trascorsala mezz’oretta di posa, sciacquate abbondantemente con acqua tiepida e lavate normalmente con shampoo.

Consiglio: se avete usato la curcuma, non asciugatevi i capelli con il vostro asciugamano preferito, perché qualora fossero rimasti dei residui di polvere sul vostro cuoio capelluto, potreste macchiarlo.

Si consiglia di utilizzare la maschera subito dopo la sua preparazione, in modo da sfruttare al massimo tutte le proprietà dello zenzero fresco.

Che l’alimentazione sia un aspetto fondamentale della cultura umana è cosa già nota al grande pubblico e resa quasi banale dal proliferare di eventi gastronimici, sagre di qualsiasi cosa, programmi televisivi di vario genere e via dicendo. Resta tuttavia il fatto che pochi poi si addentrano nei sentieri di questa stessa cultura, che pochi cioè si danno la pena di fare ciò che l’autore de “Il cibo come cultura” ci propone: percorrere con con attenzione e consapevolezza, storica ma non solo, alcuni di questi itinerari.
L’approccio leggero di cui Massimo Montanari dice di accontentarsi, è in realtà un espediente retorico che nasconde, sotto una certa elegante modestia, la bellezza di un libro che un lettore attento scopre in verità carico di riflessioni e di spunti per ulteriori pensamenti: leggero e profondo assieme.

Si tratta di un libro che ci tornerà spesso in mente: in cucina, al supermercato, nelle nostre ricette, più o meno inventive; nelle tavole più diverse, da quella di casa a quella di un fast food; nei nostri viaggi infine, e più in generale nel rapporto con le varie alterità (dall’amico al diverso di ogni genere).

L’argomento è il cibo e, più in generale, l’alimentazione: non però la sua composizione chimica, non gli aspetti nutrizionali, non la sua etica se non marginalmente. Il tema è appunto, come recita il titolo, “il cibo come cultura”, l’alimentazione umana nel suo essere irrimediabilmente culturale, anche quando utilizza per nobilitarsi (ma solo in determinate epoche!!) parole come “natura”, “origine”, “semplicità”; perché come dice giustamente l’autore, il primo passo da fare è riconoscere che “anche la natura è cultura”.
Un aspetto affascinate del libro è senz’altro l’idea, più volte ribadita, che la complessità culturale e tecnica della cucina sia legata, molto prima che all’alta arte culinaria, alla preparazione dei cibi più “semplici”: “è proprio per preparare i cibi di sussistenza più comuni” scrive Montanari “che sono state messe a punto le tecniche manuali più complesse, quelle che richiedono più tempo e abilità”. Il percorso che conduce all’arte della cucina viene fatto risalire in generale a partire dalla necessità costituita dall’assicurarsi il cibo, unita alla curiosità umana e alla ricerca del piacere. È così infatti che “i metodi di conservazione degli alimenti, affinati sotto l’impulso della fame, hanno rapidamente oltrepassato tale dimensione con una sorta di trasferimento tecnologico che li ha visti applicati all’alta gastronomia (…) Si pensi ai salumi e ai formaggi, o alla grande tradizione delle confetture”. Si tratta di un legame profondo, filosofico, che unisce la fame al piacere, la necessità della natura alla libertà della coscienza, la naturalità del bisogno all’aspetto culturale della creatività umana.

Le tematiche di questo bel libro sono molte e condensate in poco più di 150 pagine, da leggere tutte d’un fiato (salvo poi rileggerlo). Mai stancante, sempre sorprendente e profondo, a tratti aneddotico, giusto per soddisfare la sana curiosità di ognuno di noi, quella che fissa il concetto nel ricordo. Che cosa prediligeva mangiare Carlo Magno? L’arrosto ovviamente, non il bollito; e detestava il medico che, negli ultimi anni di vita, glielo voleva proibire. Ma questo aneddoto non è che il la a una riflessione avvincente sulla polarità arrosto/bollito e sulle metafore e simboli ad essa sottesi (il maschile e il femminile, il naturale e il culturale, la foresta e la casa….).
Un libro ricco e vivace dunque, che si conclude con un pensiero incisivo, una metafora arborea che parla del senso della ricerca storica e di ciò che ha da dire sull’identità che noi siamo, collettivamente e individualmente. Si tratta di una metafora che attende il lettore però: non sarò io a rovinarvi qui il meritato finale.

Scarica il Riassunto di “Il cibo come cultura”

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Segnatevi quest’appuntamento veg tutto da gustare e vivere: il nome dell’evento è Castle Vegetarian Fest, un festival vegetariano e vegano, eno-gastronomico e del settore biologico, che si terrà presso il castello del Comune di Sarzana. La manifestazione, organizzata da GreenHopeSarzana, si svolgerà dal 24 al 27 luglio, dalle ore 17.00 alle 24.00 presso la Cittadella di Sarzana.

In un’Italia sempre più veg(etari)ana, lo scopo degli organizzatori è quello di rispondere alla crescente domanda dei consumatori di prodotti veg, per intolleranti e biologici, realizzati nel rispetto degli esseri viventi, della natura e dell’ambiente.

Ma il Castle Vegetarian Fest non sarà un evento indirizzato esclusivamente a chi a sposato lo stile di vita e la cultura vegetariana ma si pone come strumento divulgativo per tutti coloro che sono interessati e attratti da questo mondo, offrendo al contempo l’opportunità di trascorrere con la famiglia e gli amici una piacevole serata all’aperto, visitando stand espositivi, partecipando a conferenze e showcooking, incontrando personaggi della politica e dello spettacolo e assistendo a mostre e performance musicali.

L’iniziativa di organizzare un Castle Vegetarian Fest è davvero molto voluta da tutta la popolazione veg italiana (nel 2014, 4,2 milioni di persone tra vegetariani e vegani), soprattutto dopo che gli organizzatori del Festival Vegetariano di Gorizia hanno affermato che l’evento non si sarebbe più svolto.

Un’occasione da non perdere, un punto di incontro e di divulgazione dove  poter mangiare cibo sano, gustoso e cruelty-free nella meravigliosa cornice della Cittadella di Sarzana!

Noi ci saremo, e voi?

 

Venerdì 13 marzo 2015, lo chef Martino Beria ha tenuto un approfondimento sulla cucina vegana e le sostituzioni proteiche all’istituto alberghiero Cesare Musatti di Dolo (ve).
I punti fondamentali toccati dallo chef sono stati:
– i principi della cucina vegana
– le regole di accostamento degli ingredienti
– principi di sostituzione
– i sostituti proteici nella cucina vegana
– il Vegan Junk Burger

Secondo lo chef Martino Beria, il termine Vegano è un’etichetta che va a rappresentare una serie di concetti, in gran parte soggettivi, ma troppo spesso stereotipati.
Oggi vegan è una scelta, più o meno consapevole, che se portata avanti con equilibrio può essere uno stile di vita esemplare. Vediamo però che molto di frequente la scelta vegana sfocia nell’estremismo e in una chiusura o, d’altro canto, è diventata una moda.

Quando parliamo di cucina vegan, dobbiamo comprendere che bisogna creare gastronomia, cultura del cibo, espresse in piatti che in primis possano essere estremamente buoni.
Per fare questo ci vuole una profonda conoscenza degli ingredienti e delle loro funzioni.
Ogni ingrediente ha un ruolo preciso nei seguenti ambiti che costituiscono i principi di accostamento per la creazione di un piatto:
– tecnologico
– nutrizionale
– simbolico
– storico
– reologico
– geografico
Ogni piatto andrebbe costruito e interpretato utilizzando questi principi: solo in questo modo la nostra creazione avrà quel “quid” in più che la renderà non più una semplice ricetta ma un insieme di conoscenze condensate in un’idea.

La cucina vegana è quindi una cucina che va mancare di alcuni ingredienti che altro non sono che animali e loro derivati. Come gli ingredienti vegetali, anche quelli animali hanno una loro funzione negli ambiti sopracitati, e non possiamo pensare di riuscire a creare una connessione con il mondo onnivoro se non siamo in grado di sostituirli correttamente.
Le sostituzioni vengono appunto attuate ad un livello simbolico in modo da far accettare più facilmente un nuovo stile alimentare nella dieta di un popolo fondamentalmente onnivoro.

Questi e tanti altri temi sono stati affrontati assieme alle due quinte dell’istituto alberghiero Cesare Musatti di Dolo (ve), che si sono dimostrati affascinati dall’approccio analitico dello chef Martino Beria.

Viene spontaneo capire che la cosa fondamentale è la consapevolezza che deve stare alla base di un saper fare tecnico.

Saranno passati quattro anni dalla prima volta che ho sentito un’amica ordinare una pizza con la pasta al Kamut, da allora si è diffusa enormemente questa alternativa per molti prodotti da forno in negozi e ristoranti, tanto che la definirei quasi una normalità. Vediamo di scoprire qualcosa in più.

Kamut: un chiarimento sul nome

Molti credono che il Kamut sia un tipo di cereale, ma in realtà si tratta di un marchio registrato di qualità da parte di una società statunitense, la ‘Kamut International’. Il fondatore, Bob Quinn, è un dottore in patologia vegetale e un agricoltore biologico e, con il marchio Kamut, l’azienda identifica una particolare varietà di grano della sottospecie Triticum turgidum ssp. turanicum, altrimenti noto con il nome generico di grano Khorasan, dalla regione dell’Iran da dove proviene originariamente. Il Khorasan può essere identificato come Kamut solo se presenta determinati standard qualitativi e non è ibridato e se prodotto dal consorzio di agricoltori che fa capo all’azienda americana fondata da Quinn nelle pianure del Montana, dell’Alberta e del Saskatchewan.

Caratteristiche

Il grano Khorasan è originario dell’area compresa fra l’Anatolia e l’Altopiano dell’Iran e appartiene allo stesso gruppo genetico del frumento; la pianta è molto alta, arriva anche ai 180 cm, e il chicco è nudo e allungato. Rispetto agli altri tipi di grano, ha un apporto energetico maggiore ed è considerato più completo dal punto di vista nutrizionale, l’apporto calorico di 100 grammi di grano Khorasan è pari a 335 calorie. Nella stessa quantità di prodotto troviamo anche 15 g di proteine, 70 g di carboidrati, 2 g di grassi, 9 g di fibre, 6 g di sodio e amminoacidi in concentrazione nettamente superiore rispetto agli altri cereali. Tutto questo lo rende un’ottima fonte di energia, ma non è tutto! Il Kamut apporta una buona dose di vitamine, tra le quali la B1, B2, B3, B6 e E, e minerali, come magnesio, potassio, fosforo, zinco, ferro, selenio e manganese. Niente colesterolo, ma attenzione al glutine, che contrariamente a quello che viene pubblicizzato a volte, è presente! Infine, il Kamut mantiene tutte le sue qualità anche dopo la macinazione e la lavorazione.

Benefici

Oltre alle sue ottime proprietà nutritive, il Kamut è molto apprezzato per la sua buona digeribilità e assimilabilità. Due qualità che dipenderebbero dal fatto che, non essendo stato sottoposto a ibridazioni industriali, il grano Kamut avrebbe mantenuto le qualità nutritive originarie. Per la stessa ragione, il Kamut tenderebbe a essere meno problematico per chi presenta allergie al frumento. Il fatto che sia soggetto a controlli dettati dalla presenza di un marchio registrato, fa del grano a marchio Kamut un prodotto più sicuro, in quanto è nota la provenienza e la lavorazione segue gli standard precisi dell’agricoltura biologica, queste stesse ragioni tuttavia lo rendono anche più caro.

 Uso

È molto versatile, si può abbinare a molti cibi e lo si usa come farina alternativa per la produzione di pane, pasta e cereali. Si possono anche mangiare i chicchi da soli, cotti al vapore o in insalate e zuppe. La preparazione è lunga perché prevede lavaggio, ammollo per una notte e successiva cottura.

 In Italia, prodotti Kamut e alternative

Qui da noi possiamo trovare molti prodotti a marchio Kamut e molti sono i locali che offrono l’alternativa Kamut, per la pasta della pizza ad esempio. Chicchi di grano Kamut e derivati come bevanda vegetale o latte di Kamut e farina di Kamut sono in vendita in negozi di prodotti biologici e supermercati. È opportuno segnalare che esistono coltivazioni di varietà di grano Khorasan, ad esempio il grano Saragolla, anche in alcune regioni italiane, non si tratta però di produzioni a marchio Kamut.

L’approccio al mondo eco-biologico è una scelta sempre più frequente al giorno d’oggi, ma per nulla semplice da perseguire. Un’attenta scelta alimentare è quasi sempre il primo step di questo consapevole percorso, che per alcuni diventa una vera e propria scelta di vita: privilegiare alimenti biologici e prodotti nel rispetto dell’ecosistema, infatti, è sempre più sinonimo di amore per
l’ambiente, per gli esseri viventi e anche per la propria salute.

Tuttavia, un aspetto ancora scarsamente trattato è quello della cosmetica ecobio, che purtroppo è considerato marginale rispetto all’attenzione posta sull’alimentazione. Infatti, sebbene nella rete stiano stanno aumentando blog dedicati a questo argomento e alcune industrie cosmetiche stiano creando delle linee di prodotti completamente ecobio, la stragrande maggioranza dei prodotti pubblicizzati e venduti nei supermercati e nelle profumerie contengono un’alta percentuale di ingredienti derivanti dal petrolio (come per esempio la paraffina e altri oli minerali), siliconi e parabeni. Senza entrare nel merito della nocività di questi ingredienti su pelle, capelli e mucose (argomento molto discusso e controverso), possiamo limitarci a dire che si tratta di elementi di origine sintetica, in quanto sono creati attraverso processi di sintesi chimica, e quindi per nulla ecobio.

Come fare, dunque, ad essere certi di acquistare dei prodotti cosmetici che contengano solo ingredienti di origine naturale? Come per gli alimenti confezionati, anche nella scelta dei cosmetici possiamo far fede alla lista degli ingredienti contenuti, che in questo caso prende il nome di INCI (International Nomenclature of Cosmetic Ingredients). Riportata obbligatoriamente sul retro di ogni singola confezione, essa elenca in ordine decrescente di concentrazione tutti i singoli ingredienti contenuti nel prodotto (solo al di sotto dell’1% gli ingredienti possono essere indicati in ordine sparso).

Uno strumento utile ai fini della catalogazione degli ingredienti cosmetici è il “Biodizionario”, che consente anche ai consumatori più inesperti di riconoscere quali ingredienti sono ecobio e quali no.

Tuttavia, leggere gli INCI presenti sul retro di ogni singola confezione può risultare un’operazione lunga e noiosa, soprattutto se abbiamo poco tempo da trascorrere al supermercato. In questo ci soccorre la tecnologia, in quanto ci basterà avere uno smartphone munito di fotocamera e scaricare l’applicazione Biotiful (disponibile per iOS e Android). Scrivendo il nome del prodotto o leggendone il codice a barre, automaticamente l’applicazione elencherà l’INCI valutando ogni singolo ingrediente sulla base di fattori quali quello tossicologico, ecologico e del rispetto degli animali. Comodo, no?

Immaginate due ragazze a Brooklyn, immaginate che siano unite dalla passione per il cibo, ma che abbiano due approcci diversi, una di loro è vegana, l’altra no. Niente di strano, direte; sono d’accordo, ma Sasha e Emma sono speciali, perché hanno deciso di condividere la loro amicizia e la loro cucina con tutti.

EAT OUR FEELINGS

Emma e Sasha sono le protagoniste di ‘Eat Our Feelings‘, che tradotto letteralmente sarebbe ‘Mangiate i nostri sentimenti’, una webserie un po’ commedia, un po’ show di cucina nuova e divertente. Le ragazze sono giovani, Sasha è un’attrice e una scrittrice e mangia di tutto, Emma invece è una chef indipendente, scrittrice e laureata al Natural Gourmet Institute ed è vegana.

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La loro idea è insegnare a cucinare in modo divertente, condendo ogni ricetta con una piccola storia che sdrammatizza un po’ la situazione dello show di cucina. Ogni episodio racconta un problema diverso, che le ragazze affrontano esternando i propri sentimenti e usano la cucina per risolvere quel problema. Le ricette nascono un po’ per caso, una volta per far fronte al cuore spezzato, un’altra per mettersi in competizione con un venditore di panini al formaggio al parco, un’altra ancora per fare un brunch diverso da quello classico, normalmente molto costoso e poco vegan friendly. L’ambientazione è semplice, le protagoniste sono due ragazze normali e le istruzioni per le ricette sono chiare e semplici da seguire, dato che le ragazze ce ne danno una dimostrazione. La situazione in generale mette così a proprio agio che viene voglia di guardare gli episodi uno dietro l’altro o, per lo meno, farsi invitare a pranzo da Emma e Sasha.

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Gli episodi sono in inglese, ma tu che non sai l’inglese, non disperare! Amara.org, organizzazione che lavora su base volontaria, sta sottotitolando gli episodi in diverse lingue, tra cui l’italiano. Per chi invece ha un po’ di dimestichezza con l’inglese, provate a guardare il video! Le ragazze parlano lentamente, la situazione è semplice da capire e gli ingredienti delle ricette vengono mostrati uno per volta in modo chiaro; magari queste ragazze vi aiutano a migliorare la conoscenza della lingua oltre che darvi qualche nuovo spunto in cucina!

Ep1_GonzalezWinters_Couch

Un progetto frizzante da far decollare

Il loro progetto sta prendendo vita grazie a Kickstarter, un sito che mette in contatto persone con un’idea artistica di vario genere e qualcuno che li voglia sponsorizzare per farla diventare realtà. Chiunque in realtà può sostenere uno dei progetti presenti su Kickstarter e ricevere qualcosa in cambio (un tweet, tutti gli episodi della serie, una cena), è letteralmente quella spinta per partire (traduzione della parola ‘kickstart’) che può essere necessaria per sviluppare un progetto. In questa pagina dedicata alle ragazze di Eat Our Feelings potete proprio vedere come funziona il sito. Le ragazze di ‘Eat our Feelings’, grazie all’iniziativa di Kickstarter, sono riuscite a produrre già 5 episodi e sono entusiaste, anche se serve di più per poter andare avanti. Questo è solo il primo passo!

Potete trovare Emma e Sasha e le loro ricette sul sito eatourfeelings.com e anche sui social:

FACEBOOK: facebook.com/eatourfeelingsyum

INSTAGRAM: instagram.com/eatourfeelings

TWITTER: twitter.com/eatourfeelings

Seguite anche voi i progressi di queste ragazze! Da parte mia dico: Way to go, girls!